Recensione “Dark crimes” (da Taormina Film Festival 2018)

“Dark Crimes” è un film del 2016, presentato fuori concorso a Taormina, diretto dal regista greco Alexandros Avranas. La storia prende spunto da fatti realmente accaduti per poi, come quasi sempre accade, liberamente romanzarli, esagerarli, per produrre una opera cinematografica che dovrebbe attirare lo spettatore ancor di più della storia vera di cronaca. Dovrebbe…..

Nel 2008 un articolo di giornale portò all’attenzione un caso di cronaca molto singolare e affascinante, dal punto di vista del noir, anche se in qualche modo appartenente alla categoria del “già visto o sentito” qualche volta, in ambito giallo, almeno per gli appassionati del genere. Nel 2000 venne scoperto un cadavere torturato e incaprettato nel fiume Oder, in Polonia. Gli inquirenti non ci capiranno un accidente almeno fino al 2003, anno in cui un commissario di polizia si convinse che dietro l’omicidio ci fosse uno scrittore, e che il suo primo libro, dal titolo “Amok”, fosse in pratica una confessione, quasi come una sfida alla polizia a decifrare indizi disseminati nel libro. L’autore del libro è attualmente in carcere con una pena di venticinque anni. La storia ha avuto una forte eco, almeno in Polona, e nel 2016 è ventuo fuori questo film, scritto da Jeremy Brock.

Basato proprio su tale articolo, il film del regista greco ha una base narrativa così interessante che avrebbe potuto diventare un filmone. Dopotutto il fatto di cronaca è abbastanza incredibile. Inoltre la presenza nel cast di attori come Jim Carrey e Charlotte Gainsbourg, sembrava tale da garantire, insieme con la suspence della vicenda, una opera notevole. Invece “Dark Crimes” è abbastanza noioso, con un ritmo lento, e non riesce a fare emergere i personaggi principali nè gli attori che li interpretano.

Jim Carrey è Tadek, un detective polacco quasi in disgrazia, “l’ultimo poliziotto onesto della Polonia” e vuole coronare la propria carriera con un ultimo successo. Dopo che avviene il brutale omicidio di un abituale frequentatore di un club per adulti, il “The Cage”, il poliziotto nota che in quel locale si recava spesso anche uno scrittore che in un suo romanzo aveva raccontato un delitto praticamente identico. Partendo proprio dal libro, il detective indaga lo scrittore e la sua compagna Kasia, la quale lavorava proprio al “The Cage”. Tadek trova collegamenti sempre piu’ robusti tra il vecchio caso di omicidio ancora irrisolto e il romanzo dello scrittore, pieno di dettagli e particolari troppo accurati sul delitto. Convinto quindi di aver scovato il colpevole, si trova invece invischiato tra superiori che intralciano il suo lavoro, poliziotti corrotti, prostitute e drogate, in un groviglio di indagine.

Questa è la trama. Ma la sceneggiatura e la realizzazione, come detto, non sono state all’altezza. La suspence che si percepisce in sala non è niente in confronto a quella che poteva generarsi da un racconto più brillante di una cronaca reale così piena di spunti.

Poi c’è il grigiore dell’ambientazione polacca nella fotografia del film che, pur in parte realistico e necessario per descrivere quei luoghi, restituisce una Polonia così grigia che sembra lo stereotipo di se stessa, oltre a contribuire ad aumentare il carico di cupezza, noia e tristezza già esistenti.

Sia il talento di Jim Carrey che quello di Charlotte Gainsbourg, qui abbastanza sprecato, si era visto molto più brillante in altre occasioni. Rimane la sensazione di un’occasione persa, sia per la straordinarietà della vicenda originale, sia perché inizialmente sembrava che il regista sarebbe stato Roman Polanski, e il risultato molto probabilmente sarebbe stato migliore.

 

Recensione “Transfert” (da Taormina Film Fest 2018)

Buona questa opera prima del regista e scrittore catanese Massimiliano Russo, con un thriller psicologico ben congegnato, in concorso in questo rinato (diciamo pure resuscitato, con merito di chi è riuscito in tale impresa) festival del cinema di Taormina. Molto buona l’accoglienza in sala alla fine della proiezione, presenti regista e alcuni attori.

Stefano Belfiore (l’attore Alberto Mica), psicoterapeuta, riceve i pazienti nel suo studio a Catania. Un’umanità varia (a dir poco) si alterna sul divano di questo giovane professionista che, inizialmente entusiasta del suo lavoro, cerca di dare serenità ai pazienti e soprattutto cerca di instaurare con loro un rapporto di fiducia . Ma succedono almeno due imprevisti: il dottore accetta di prendere in cure due sorelle, andando contro i consigli del suo personale psicoterapeuta e mentore che suggeriva di non farlo. E poi c’è un paziente, con il suo stesso nome di battesimo, il quale durante le sedute in studio crea una situazione strana, quasi un gioco perverso di sfida al dottore, tirando in ballo a sorpresa le due sorelle di cui abbiamo detto, le quali, inoltre, durante le loro sedute, singole e di coppia, trasmettono l’una le fragilità psichiche dell’altra (“Transfert”, appunto). L’equilibrio delle sedute si destabilizza, sia quelle tra Stefano e il suo omonimo, che quelle tra Stefano e le sorelle; per non parlare del rapporto, personale e professionale, che precipita tra Stefano ed il suo terapista/supervisore. Fino al sorprendente finale in cui il regista scioglie i nodi del thriller.

Questo avvincente noir psicologico affronta le pratiche dell’inconscio, quindi l’animo umano viene sviscerato alla grande, per poi anche risalire a fatti accaduti durante l’infanzia, con esperienze emozionali non correttamente eleborate; ma il regista è bravo a non entrare nei dettagli tecnici delle metodologie di lavoro della psicanalisi, si limita a raccontare una storia che coinvolge persone che ruotano attorno a questo studio di psicanalisi.

Ottima l’attrice Paola Roccuzzo nella parte di Letizia, una delle due sorelle. Minima la scenografia, originale la fotografia dai colori sbiaditi, in coerenza con la storia, e in contrasto quindi con la solita bellissima cinematografica Catania di sole, mare, Etna.

 

Recensione “The Tale” (da Taormina Film Fest 2018)

“The Tale” è un film del 2018 scritto e diretto da Jennifer Fox e basato sulla sua stessa vita, indelebilmente segnata da un caso di ripetuto abuso sessuale in giovanissima età. L’attrice protagonista è Laura Dern. Dopo la presentazione al Sundance Film Festival, adesso il film è passato fuori concorso in quesa edizione di “rinascita” del festival di Taormina.

La storia narra della vita della regista e documentarista Jennifer (interpretata da Laura Dern), la quale conduce un’esistenza apparentemente serena insieme al suo compagno. La sua routine viene scombussolata dal ritrovamento da parte della madre di un diario scritto da Jennifer a 13 anni, in cui viene raccontata, nei modi ingenui di una bambina di 13 anni, un’inquietante storia fra l’allora ragazzina e i suoi due allenatori di equitazione, Mrs. G e Bill, entrambi adulti. Rileggendo le parole da lei stessa scritte, Jennifer capisce che la verità è ben diversa da come ricordava, o da come si era augurata di potere ricordare, per cui si sforza di focalizzare di nuovo tutto, specialmente i dettagli, e comincia un lavoro di analisi interiore e di ricerca dei responsabili per portare alla luce quanto da lei subito.

Con “The Tale”, Jennifer Fox mette in scena una dolorosa parte della sua stessa vita, trascinando lo spettatore verso un lacerante caso di abuso fisico ed emotivo, operando la scelta di mettere in secondo piano la spettacolarizzazione di una vera e propria tragedia umana per privilegiare un approccio più intimo e psicologico, nell’intento di fare percepire allo spettatore ciò che lei stessa ha provato e vissuto. La regista ha dichiarato di avere pienamente compreso quanto le era accaduto solo dopo i 40 anni. Il film ripercorre così i passi della stessa regista, mostrando con realismo quanto avviene in una mente sconvolta da un orrore troppo forte non soltanto per essere rivelato, ma anche per essere accettato.

La prima parte di “The Tale” è la più interessante. Avanti e indietro tra un presente fatto di rievocazioni, racconti e foto, e un passato che ritorna fuori piano piano, il film mostra diverse ricostruzioni, alcune ingannevoli, altre che si rivelano false e poi quella vera, per mostrare come il tempo avesse modificato i ricordi della protagonista e come a fatica questa stia comprendendo ed elaborando per la prima volta quegli eventi.

Laura Dern è molto brava nel rendere quello che è prima di tutto un percorso interiore di presa di coscienza dei fatti, dando vita a una performance di grande misura ed equilibrio, fino ad una reazione umanamente più emotiva nel finale. Un’interpretazione di grande intensità e sostanza, che conferma il talento e il carisma di questa attrice.

Elizabeth Debicki e Jason Ritter, gli attori che interpretano la versione giovane dei due aguzzini di Jennifer, sono per buona parte del film visti come orchi “quasi buoni”, nel senso che le immagini evitano di rendere troppo palesi i loro abusi e i tentativi di abusi, ma ovviamente nei loro caratteri e modi di intrappolare la ragazzina, traspare il loro essere subdolo, e molto peggio. Ma forse i due mostri non sembrano nemmeno troppo tali anche a causa della naturale autoindulgenza che Jennifer Fox, la regista che è anche la protagonista della narrazione, mostra verso se stessa nel raccontare la propria storia. Determinata a raccontare con lo scopo di fare i conti con il passato, la regista è senza dubbio una vittima ma indugia tantissimo in questo, per quanto la sua sia una posizione rispettabilissima. In altre parole, forse il film tende a parzialmente coprire la figura dei due loschi per assicurarsi che la attenzione sia tutta sulla vittima.

Invece gli esperti attori Frances Conroy e John Heard, che interpretano gli stessi due personaggi ma nella fase della loro vecchiaia, quando Jennifer adulta praticamente è ormai sulle loro tracce, rendono bene l’immagine di due persone  (“ex orchi”) ormai invecchiati ma consapevoli del dolore da loro provocato nel passato.

In conclusione, “The Tale” si rivela un dramma biografico coraggioso, di acuta introspezione psicologica e di grande impatto emotivo sul pubblico.  Un film un po’ duro, che ricorda i soprusi che quotidianamente avvengono anche nei luoghi e nelle situazioni apparentemente più sicuri. E che spinge lo spettatore a scavare nel proprio passato per superare anche le  esperienze più dolorose.

 

Recensione “Dogman”

Anzitutto onore e grandi elogi all’attore reggino Marcello Fonte che alla sua prima interpretazione di un personaggio principale, ha vinto il premio come miglior attore al recentissimo festival di Cannes.

Il film è un noir liberamente ispirato ad un atroce fatto di cronaca romana di fine anni ’80; il regista Matteo Garrone racconta la storia del “canaro”, proprietario di un negozio di toletta per cani nel rione della Magliana. Marcello, questo il nome del canaro, per anni viene vessato da un molto presunto amicone, Simone (attore Edoardo Pesce), un gigantesco energumeno con il cervello inversamente proporzionale ai muscoli, fino a che tutta la rabbia accumulata negli anni non esplode nella brutale vendetta.

Prima di arrivare alla tragedia finale, vediamo Marcello, uomo piccolo e mite, che vive nella periferia della città; divide le sue giornate tra il modestissimo lavoro, l’amore assoluto per la figlia, un pacifico rapporto con i suoi vicini del quartiere da cui si fa benvolere, e un amore grande per i cani con i quali lavora, dal chihuahua al pitbull, ma soprattutto con il suo, di cane, con il quale a casa divide pure la pasta dallo stesso piatto, nel senso che proprio attinge con la forchetta alternandosi sull’unico piatto con il muso della bestiola. Una scena schifosa. Ma per arrotondare Marcello spaccia cocaina; questo fatto lo porta ad instaurare una torbida amicizia con Simone, il delinquente locale di cui abbiamo detto, il quale con piccoli crimini e atti di violenza terrorizza gli abitanti del posto, senza che nessuno abbia il coraggio di intervenire. Marcello gli procura la droga, lo aiuta in alcune rapine e subisce passivamente i suoi soprusi, accontentandosi della (quasi) nulla percentuale che Simone gli garantisce.

Un giorno Simone esagera con un furto, Marcello viene ovviamente incastrato e si fa un anno di carcere pur di non tradire l’amico facendo il suo nome alla Polizia. Quando Marcello esce di prigione, Simone, come era facilmente prevedibile, non gli riconosce la sua parte ed allora si scatena l’abisso di vendetta nella mente del personaggio protagonista. Con un escamotage, riesce ad attirare Simone nel suo negozio e a chiuderlo in una gabbia per cani, e qui comincia l’atroce vendetta. Marcello non voleva che la cosa degenerasse, gli bastavano solamente le scuse di Simone, ma quando questi riesce quasi a liberarsi dalla gabbia, ecco che, soprattutto per paura, Marcello non può che andare oltre con la violenza fino ad uccidere il suo aguzzino quasi torturandolo, legato ad una catena per i cani.

Il regista ha girato il film al Villaggio Coppola, frazione di Castel Volturno, ma riproducendo lo stesso ambiente romano della storia vera, quindi un quartiere periferico, quasi un non-luogo, dove le persone cercano di sopravvivere. Palazzi cadenti, strade sterrate luride, muri scrostati, pozzanghere, luci al neon fioche e tremolanti che brillano (si fa per dire) ad illuminare insegne di locali lerci. Praticamente una discarica con le persone dentro. “Dogman” è un racconto di morte che ha per protagonista il male, alimentato dal degrado nel quale si viveva in certe (molte) periferie italiane, all’epoca della storia, e oggi è forse ancora peggio. Il film poggia molto sulla straordinaria interpretazione del neoattore Marcello Fonte che interpreta il brutto, fragile, miserabile eppure dolce protagonista, confinato negli abissi della periferia con l’unica consolazione dell’amore per la figlia e per i cani.

Matteo Garrone bravo come in “Reality” e “Gomorra” nell’affermarsi come notevole autore in un ambito che possiamo definire ancora neo-realista, con personaggi che vivono ai margini, periferia culturale, materiale e spirituale. Impeccabile la sua direzione degli attori. Un bel film italiano per il quale abbiamo fatto il tifo a Cannes e che in effetti poteva arrivare fino all’eldorado della Palma d’oro.

 

Recensione “La prima meta”

La Giallo Dozza è la squadra di rugby del carcere di Bologna.
Max il loro allenatore, un vero allenatore di rugby,  oltre che un laureato in psicologia. Il che farà la differenza.

“La prima meta “, docufilm di Enza Negroni del 2016 narra senza retorica e sbavature sentimentalistiche, la nascita di una squadra di rugby che milita in categoria regionale C3, senza mai giocare fuori casa.
La determinazione dell’allenatore, quello della della direttrice del carcere che affianca il progetto, del responsabile della sicurezza, ma soprattutto dei giocatori, che cercano e trovano una motivazione che li proietti fuori dalla monotonia della vita carceraria, ma che li aiuti  anche  nella scoperta di una nuova solidarietà, fare squadra, riescono nell’intento.

Ci sono le difficoltà, le delusioni, la testardaggine dell’allenatore che non fa niente per illuderli, ma vuole il risultato. Che non è il punteggio sul campo, ma la nascita di una solidarietà fra i singoli e la compattezza della squadra. Ci si allena e si gioca con tutte le condizioni meteo, e si sa che Bologna non è una città calda d’inverno.

E a poco a poco, le mura  claustrofobiche che  precludevano la vista del cielo e soffocavano anche lo spettatore come i giocatori, sembrano aprirsi allo spettacolo sportivo quando agli allenamenti seguono le partite vere, con il pubblico di sorveglianti, ma anche di familiari e ospiti esterni, sugli spalti.
La squadra nasce, attraverso attese, delusioni, fatica, difficoltà, ma tanta voglia di farcela.
Per abbattere, almeno per quelle poche ore della partita, l’ostacolo che separa da una libertà, e che per alcuni porta il sigillo terribile del ‘fine pena mai’.

Max, Massimiliano  Zancuoghi , ora allenatore della squadra di Rugby dell’Alghero, lavora sul doppio binario dell’atletismo e della psicologia, col cesello del sentimento e con lo sprone di un metaforico pugno di ferro; li affronta a brutto muso, e li incoraggia fraternamente.

L’80% dei carcerati che hanno partecipato ad attività sportive, teatrali, creative o lavorative in carcere non hanno avuto una recidiva. E questo qualcosa significa.

Le riprese, durate quasi due anni, effettuate per evidenti necessità con una troupe ristretta al massimo di sole tre persone, seguono da vicino  le vicende sia della vita sportiva, sia di quella carceraria, con i momenti di tristezza, le lettere dei familiari, la preghiera (il 60% dei detenuti del Dozza sono stranieri e per lo più arabi, albanesi, rumeni, serbi), lo studio del Corano, la solitudine delle notti insonni.

Le partite, alla fine, rappresentano una liberazione, un momento atteso e stimolante che aiuta a sopportare la reclusione e fa sperare in un domani, per chi potrà, segnato da un destino finalmente migliore.

[Recensito dalla collaboratrice Manuela].

 

Recensione “Loro 2”

 

Vedere “Loro 1”.

Questo è soltanto il secondo tempo del film di Sorrentino. Non è molto diverso dal primo, qui ci sono piu’ scen(at)e dal matrimonio con Veronica che momenti pseudo glamour con le sgallettate del primo. Tristezza, ma anche momenti di humour a volte involontario.

Scena cult:

Silvione a Veronica :” Amore, di cosa state parlando con la tua amica?”.

Veronica: “Filosofia orientale. Vuoi unirti a noi?”

Silvione: “No, grazie. Devo andare a disporre alcuni bonifici”

 

Recensione “Loro 1”

Il premio Oscar Paolo Sorrentino si cimenta questa volta con una diversa “Grande Bellezza”, quella molto presunta del cerchio magico di Silvio Berlusconi, nel suo periodo d’oro (?), di premier e opposizione in Parlamento (alternati), escort e bunga bunga, Milan e Mediaset, palazzi romani e Sardegna; quindi seconda metà degli anni ‘00 di questo secolo. “Loro” sono quelli che cercavano di entrare nel suddetto cerchio magico attraverso il potere del sesso, con contorno di droga, esibito con massima volgarità.

Grande come sempre Toni Servillo, qui nella parte del Berlusca (e anche in quella di Ennio Doris, come vedremo nella seconda parte).

“Loro 1” di Paolo Sorrentino è una simbolica rappresentazione della disperazione del nostro tempo. Il film racconta i vizi e le virtù della società contemporanea in una luccicante cornice pagana, dove una cerchia di anime dannate cerca disperatamente l’illuminazione ma resta inchiodata in un inferno dantesco in piena regola dove i vizi la fanno da padrone. In una società così cinica e disperata non c’è spazio per le anime candide. Quando la posta in giuoco diventa alta, ognuno (di Loro) è disposto a passare oltre qualsiasi asticella morale. Una società dominata dall’interesse, dove ogni uomo ha un prezzo. Il regista fa vedere questo agitarsi perenne di persone in cerca di gloria, soldi, potere, che cercano di mungere lui, il Berlusca, vera figura cardine del film che avrebbe potuto anche avere come titolo “Lui 1 e 2”.

Scena simbolo all’inizo, con una pecorella che resta stecchita anzichè smarrita.

Nel film si riconoscono anche Mike Bongiorno (attore Ugo Pagliai), Noemi Letizia (quella del “papi”) mentre poi, per i vari personaggi con nomi di fantasia, si può scatenare tra gli spettatori il giuoco del “Who is who”, di abbastanza facile soluzione in questo caso, per identificare altri noti personaggi dell’epoca, sulla cresta dell’onda una decina di anni fa.

Nella prima parte della prima parte (cioè la prima metà di “Loro 1”, che è appunto la prima parte del film diviso in due) Sorrentino si concentra sul mondo che ruota intorno a Berlusconi, a partire dal mitico Giampi Tarantini (attore Riccardo Scamarcio) e dalla sua compagna (nel film dipinta in stile abbastanza zoccoleggiante) i quali, fieri delle loro adenoidi come direbbe la Gialappa’s, organizzano feste a gogo, a Roma e nella villa in Sardegna presa in affitto proprio di fronte a quella di Berlusconi, e riempita di ragazze, per accattivarsi la simpatia di lui; e poi una cerchia infernale composta da donne abbastanza ignoranti ma disposte a tutto pur di fare carriera, e uomini arrivisti e incapaci. In questo panorama così squallido si staglia e, per contrapposizione, giganteggia la figura di Berlusconi, personaggio dal fare maramaldeggiante, ambiguo ma terribilmente affascinante, per tutti tranne che per sua moglie. Le anime dannate ruotano intorno a lui in attesa di essere viste, notate, salvate. I party selvaggi in Sardegna, le feste smodate piene di droga, alcol e sesso sono solo un grido di auto-affermazione di “Loro”, un rutto di sollievo generale, in attesa di essere visti da “Lui”.

Nella seconda parte della prima parte, entra ancora maggiormente in scena Berlusconi. Ma tra i primi folli personaggi e lui, esiste pure la moglie Veronica (la brava e bella Elena Sofia Ricci), donna perennemente in crisi (e ci credo, con quel marito costantemente circondato da decine di giovani fanciulle spesso quasi nude, anzi basterebbe dire: con quel marito, a prescindere, tout court), triste, avvilita, in cerca di compensazioni culturali e filosofeggianti, e continuamente irretita da Silvione che con il suo modo di fare cerca di sorprenderla e riconquistarla in ogni modo.

Il lusso e la decadenza de “La grande bellezza” tornano qui in scena con un tripudio di corpi nudi, di piaceri mondani e di una società senza morale. In questo contesto Berlusconi se la ride, pensando a cosa sarebbe l’Italia senza di lui sulla scena politica (e imprenditoriale, e sportiva, e sociale, e di costume). Tra una canzone napoletana eseguita dal fido Mariano e una barzelletta idiota, lui imperversa leggiadro e senza alcun rimorso.

Toni Servillo come sempre domina la scena con la sua bravura, rappresentando in maniera più che credibile una delle figura più ambigue della storia d’Italia, che comunque rimane un essere meno peggio di molti di “Loro”.

 

Recensione “Molly’s Game”

La storia vera, raccontata in flash back, di Molly Bloom, solo omonima del personaggio dell’Ulisse di Joyce, per la prima regia dello sceneggiatore Aaron Sorkin. Di conseguenza, c’era da aspettarsi: bellissima la scrittura, di ferro, e poi formidabile Jessica Chastain nella parte di Molly.

Il film si basa sulle memorie pubblicate nel libro della stessa, vera Molly Bloom.

“Molly’s Game” racconta la storia di una ex campionessa di sci che, messa KO da un gravissimo infortunio subito in una gara pre-olimpica, decide di non deprimersi pensando alla carriera agonistica buttata via ma, molto disinvoltamente e fiera delle sue adenoidi, si ricicla come organizzatrice di bische milionarie per amanti del poker fino a diventare la regina del poker clandestino americano per vip e mafiosi russi, dimostrando grandi capacità manageriali e gran pelo sullo stomaco nel gestire uomini di tutti i tipi e cifre a tanti zeri.

Originaria del Colorado, dopo l’incidente sugli sci si trasferisce a Los Angeles dove, dopo una breve fase di umili lavoretti per mantenersi, spicca il grande salto di business ed inizia la sua attività semi-clandestina, che lei conduce in suite di hotel extra lusso. Nel suo portafoglio clienti ha prevalentemente star di Hollywood, produttori cinematografici, uomini d’affari. In una seconda fase della sua attività si trasferisce a New York, addirittura nel mitico Plaza hotel, e qui al solito livello di clientela si aggiunge anche un po’ di mafia russa, a sua insaputa, direbbero alcuni dei nostri politici. Non tutto va liscio. Al di là delle regole del giuoco, la cosa da sapere è che in America questa attività è lecita quando campa di mance e simili (per esempio, il bar), non lo è più se il banco trattiene una percentuale su ogni piatto della partita. Molly segue le regole fino a che le cifre in giuoco glielo consentono, ma siccome il banco ha anche la responsabilità di garantire le perdite se qualcuno non riesce e pagare, quando queste ultime ingigantiscono, per lei iniziano i guai.

Tra vari flash-back e salti temporali e spaziali, arriviamo all’arresto della protagonista ad opera dell’ FBI e al processo, ecco allora anche la convincente interpretazione dell’avvocato Charlie Jaffey (attore Idris Elba), e poi quella del papà di Molly (Kevin Costner, qui in veste di intellettuale), che spiega alcune cose del passato della figlia.

L’escalation professionale e criminale della protagonista viene presentato, nel film e anche in realtà, in sede di processo, come qualcosa che conserva una sua personale concezione di integrità. Infatti l’idea di Molly e dell’avvocato è di dichiarare il reato ma sottintendendo sempre una forma di moralità, come se Molly facesse di tutto per difendere una patente di coerenza pur dentro il destino che si è scelta. Vedi la sua ostinazione nel non fare i nomi dei partecipanti alle sue partite di poker (all’epoca, una decina di anni fa, quando il vero fatto di cronaca venne fuori, si parlò del coinvolgimento, tra gli altri vip, di star del calibro di Affleck e Di Caprio).

In conclusione, un cinema fatto prevalentemente di scrittura, quindi un film raro in questa epoca di dominio di effetti speciali ed altre scorciatoie/trappole per lo spettatore.

Come a teatro, un grande testo affidato a grandi interpreti e una regia che segue da par suo il copione, ovvero la scenaggiatura, in questo caso ovviamente, visto che regista e sceneggiatore sono la stessa persona….

Recensione “Contromano”

La nostra amica, inviata speciale e critica cinematografica Manuela ha visto per noi questo film. E qui ce lo recensisce.

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Antonio Albanese, come Corrado Guzzanti, si distingue dalla maggior parte dei comici perché é un genio. Soprattutto nel creare quei personaggi eccessivi e surreali come maschere, che però hanno dentro tanto di quella verità ( il Ministro della Paura…) da obbligarci ad una autocritica tutt’altro che comica.
Nelle regie non sembra però avere la medesima mano felice. Cosi’ avviene in “Contromano”.
La storia é gentile e garbata, perché nonostante il personaggio interpretato da Albanese esibisca ogni tanto un piglio un po’ leghista, in fondo é una persona buona e generosa.
E lo dimostra con la manifestazione e poi la realizzazione di un progetto che, come dice lui stesso, dovrebbe coinvolgerci tutti: riportare uno ad uno, con le nostre auto, tutti gli emigrati in Africa. Cosa che a lui riesce di fare, alla fine, con un po’ di difficoltà e di accadimenti che gli remano contro, riaccompagnando in Senegal l’emigrato che gli fa una concorrenza spietata vendendo calze di “filo di Svezia” a quattro soldi, proprio sulla porta del suo blasonatissimo negozio di intimo nel centro di Milano.
È nella descrizione del rientro in Africa che la sceneggiatura vacilla un po’. Qualche lungaggine di troppo, qualche episodio forzato, qualche personaggio tirato per i capelli.
La conclusione comunque (e non dirò di più per non rovinare il finale a chi lo vedrà) é sorprendente, ma non moraleggiante. Un atteggiamento che in Albanese sarebbe fuori luogo, e che nello scrivere un nuovo capitolo per la vita del suo personaggio, ci offre delle indicazioni non ovvie e che non puzzano di sacrestia, ma ci restituiscono la generosità di una persona che la solitudine, nonostante tutto, non ha inasprito.
Nel complesso un film godibile e amabile come il suo protagonista- regista, per passare due ore serene.

Recensione “Tonya”

L’infanzia disagiata e poi la maturita’ agonistica della pattinatrice Tonya Harding che, dopo il triplo salto mortale on ice, scivola come mandante dell’aggressione alla rivale: perde la carriera. Più che un film sportivo, la cronaca di un’America anni ’80 trash e amorale, dove l’autore ha ben documentato i fatti. Brava Margot Robbie, ma insuperabile la mammina Allison Janney, Oscar come migliore attrice non protagonista.
Non è  il solito film sul campione sportivo. Non è tennis, come da recente cinematografia ma il meno raccontato, al cinema, pattinaggio artistico. “Tonya” è un film biografico diretto da Craig Gillespie, in cui l’attrice Margot Robbie veste i panni del personaggio molto controverso, la pattinatrice Tonya Harding, eccellente atleta poi finita nella spirale di uno scandalo, quando viene accusata insieme all’ex marito dell’aggressione alla rivale Nancy Kerrigan, costretta poi a ritirarsi dalla competizione. La pellicola ci trascina quindi in un viaggio alla scoperta di Tonya, da quando era solo una bambina di quattro anni con talento, fino ai fatti di cronaca che hanno devastato la sua carriera.
All’inizio il regista comunica allo spettatore che il film si basa su interviste “totalmente vere, totalmente contraddittorie, prive di ironia”. Anche se di ironia, forse involontaria, ne viene fuori, eccome, da queste interviste.
Tonya, come detto, è Tonya Harding, figlia di bianchi poveri e cafoni d’America, sin da bambina obbligata più che avviata al pattinaggio dalla ferocissima madre. Fu la prima pattinatrice ad esibirsi e riuscire nel famigerato triple axe, la prima ad insultare i giudici di gara se non le riconoscevano il giusto merito nelle loro votazioni, e ad insultare le avversarie a prescindere. L’accusa del fatto di cronaca che segnera’ la sua vita è  quella di avere organizzato l’aggressione con relativa spaccata di rotula alla rivale Nancy Karrigan, per azzopparla alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Lillehammer 1994.
Il rischio di film come “Tonya”, in cui si adotta il punto di vista del “cattivo” per raccontare la sua storia e gli eventi in cui è coinvolto, è di immedesimarsi troppo con il personaggio e finire col cedere all’istinto di non crederlo colpevole, o comunque di giustificarlo troppo, solo perchè ci siamo sentiti coinvolti nella sua storia; ma non è il caso di questo film. I protagonisti sono politicamente scorretti, imprecano, si picchiano e le bugie che raccontano anche a loro stessi vengono smascherate dalle immagini. Pur provando compassione per lei in certi tratti della storia, non ci sono dubbi sul coinvolgimento di Tonya nella triste vicenda, nè delle vere scusanti per quel che ha fatto, anche se la narrazione si preoccupa di mostrarci il suo difficile passato, il fatto che fosse vittima di persone che forse non avevano di lei la giusta considerazione. “Tonya”, alla fine, pur non essendo un capolavoro di cinema, si dimostra un prodotto interessante, facile da seguire e gustare. È la storia di una donna che ha commesso degli sbagli e che, a causa di questi sbagli, è stata severamente punita.
Ottima l’interpretazione dell’attrice Margot Robbie, davvero credibile nella interpretazione di questa donna complicata, e in questo film quasi irriconoscibile se raffrontata con la sofisticata donna di Leo Di Caprio in “The wolf of Wall Street”. La mamma despota come detto è Allison Janney, bravissima nel recitare la parte di una donna esigente e scostante, un personaggio detestabile dai modi spicci e poco ortodossi (eufemismo). Il marito di Tonya è l’attore Sebastian Stan, il cretino che fa minacce telefoniche credendosi quasi uomo FBI è Paul Walter Houser.