Recensione “Van Gogh”

Julian Schnabel oltre ad essere un regista di vaglia è un pittore. E dopo il film su Basquiat, si è cimentato in questo magnifico ritratto di Vincent Van Gogh, come solo un pittore avrebbe potuto fare. Non è una biografia, non tiene in nessun conto la cronologia della sua produzione,  non si sofferma sull’aneddotica dell’artista, salvo per quei quattro o cinque  episodi ( la recisione dell’orecchio, l’amicizia con Gauguin, la reclusione e l’inutile fuga dal manicomio e la nuova reclusione) che hanno inciso indelebilmente sulla psiche, oltre che sul corpo di Vincent. Il film è una successione affascinante di sensazioni artistiche, filmate sovente fuori fuoco, o con la cinepresa in movimento sussultorio e altalenante, come se seguisse i movimenti di chi riprende o di chi è ripreso.

Grandi paesaggi, colori dominanti e puri, gli stessi dell’artista; nessuna concessione all’oleografia, all’ovvio, allo stucchevole o al lezioso. Nessuna celebrazione dei grandi capolavori, ripresi tutti da lontano, attaccati  alla parete della stanzetta, o affastellati malamente su una carriola per essere trasportati via da una abitazione all’altra.

Paesaggi scarni, campi di girasoli rinsecchiti, alberi con le radici esposte che fanno inorridire una scolaresca in gita, che li vede come serpenti: la pittura di Vincenzo fa sovente orrore ai più. È incomprensibile. Brutta, azzarda il prete che deve decidere della sua dimissione dall’ospedale psichiatrico, e che gira addirittura il quadro verso il muro. Gauguin gli rimprovera di “essere troppo veloce” nella realizzazione dei ritratti. Ma questo è ciò che la sua mente, parzialmente offuscata, ma intrisa di una follia lucida e creativa, gli detta. “Dipingere mi impedisce di pensare”, confessa a un sorridente e somigliantissimo dott Gachet, forse il solo con il fratello Theo, che lo capisce e lo assicura che non è pazzo.

E poi colori ovunque, nella sua mente e sullo schermo. Saturi e abbaglianti. Uno scorcio di  vita alla ricerca della bellezza, passata a percorrere  boschi, campi, scalare colline, contemplare paesaggi alla ricerca forse di se stesso nella natura.

La misteriosa morte pone fine a una esistenza che il regista non ha voluto segnare con le stigmate della follia o del tormento, quanto della ricerca artistica in se stessa e come liberazione. A madame Ginoux, più volte ritratta e che gli affittava la cameretta divenuta celebre, e che gli ha regalato un libro mastro nuovo, resterà una preziosissima collezione di disegni a china, che la destinataria non saprà mai di possedere, essendo stati ritrovati fra vecchi libri solo nel 2016.

Willem Dafoe è degno della Coppa Volpi conquistata a Venezia, con una interpretazione che è tutta a levare, lunghi primissimi piani di un realismo commovente, senza sbrodolature, eccessi o deliri fuori luogo.

Gli altri seguono, lievi e rigorosi, rispettosi  di una personalità irrisolta e ancora fra le più amate e ammirate, che a due secoli di distanza parla il nostro stesso linguaggio di amore per la natura e gusto per il colore.

Una avvertenza: dopo i titoli di coda, non allontanatevi perché vi attende ancora una piccola sorpresa finale.

 

by Manu52

 

Recensione “Bohemian Rhapsody”

Il film è bello. Ed è premiato da incassi kolossal, finora, questo biopic tradizionale (vita, morte e miracoli) sulla non tradizionale vita della icona del rock Freddie Mercury, morto di AIDS una mattina di novembre 1991 a soli 45 anni, che attraversa con i Queen gli anni d’oro, fino all’estasi dello storico concerto corale Live Aid, Londra, 13 luglio 1985, organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi per alleviare la carestia in Africa, evento passato alla storia.

Questa recensione non vuole essere un elenco degli errori (pochi) del regista Bryan Singer o degli sceneggiatori, riferiti ad imprecisioni cronologiche o di look, di cui tanti hanno già scritto e detto e lamentato, e neppure una sorta di sostegno alla tesi secondo cui Bohemian Rhapsody è un film, o meglio un biopic, che può soddisfare solo quelli che non conoscono a fondo i Queen, i non aficionados del gruppo, in altre parole i non addetti ai lavori. Ora, è vero che (mi dicono) i fan dei Queen sono pignoli all’eccesso, conoscono e conservano gelosamente la storia della band e qundi possono storcere il naso alla prima “licenza poetica”. Ma questo è un film, biografico quanto si vuole, non un documentario. Quindi eventuali scostamenti dalla verità dei fatti, cosi come si svolsero nella pura realtà negli anni ’60-‘70-‘80, non vanno necessariamente a detrimento della qualità dell’opera. E quindi non è fondamentale notare, per esempio, che nel film la scoperta di Freddie di avere contratto l’AIDS è collocata prima del Live Aid mentre in realtà pare sia avvenuta dopo. Oppure che non ci fu mai una vera e propria reunion del gruppo, prima del Live Aid, come si vede nel film, semplicemente perchè nella realtà un vero e proprio scioglimento della band non c’era mai stato precedentemente.

Dopo quanto premesso, e prima di passare alla parte emozionale del racconto, è però doveroso dare conto delle ragioni di alcune critiche negative. A parte qualche clichè di troppo (la solita storia: infanzia non agiata, trauma che fa cambiare la prospettiva di vita, gavetta, successo, caduta, rinascita e poi spesso morte tragica), le principali sono dovute al capillare controllo operato sulla realizzazione del film da parte dei restanti membri del gruppo (Brian May, Roger Taylor e John Deacon), oggi non solo co-produttori del film, ma anche proprietari dei diritti delle canzoni. Nell’ansia di garantire un prodotto commerciale che nelle sale andasse bene anche per le famiglie, quindi ripulito da qualche inevitabile risvolto torbido della vita di Freddie, essi hanno fatto si, per esempio, che la storia d’amore con Mary Austin, ereditiera di Freddie con cui fu fidanzata per sei anni, occupi la metà del film, mentre altri racconti di vita dissoluta del protagonista, come la frequentazione di locali hard, le feste decadenti, gli eccessi leggendari, sono rievocati solo da qualche sparuto ed imbarazzato frammento, e la nota relazione con Jim Hutton ridotta a poche scene nel finale. In questa volontà di non disturbare nessuno, il film in parte contraddice il suo proposito di rendere omaggio a Freddie Mercury. Volendo preservare a tutti i costi l’immagine del leader, si è reso un pessimo servizio a uno dei più grandi divi pop degli anni ’80.

Il peso non indifferente di interpretare Freddie Mercury è toccato all’attore Rami Malek che risulta molto credibile nella parte: le tappe del percorso verso la gloria dell’artista predestinato (nome di battesimo Farrokh Bulsara, figlio di immigrati parsi trapiantati a Londra) si traducono in una performance di livello dell’attore.

Nel film, all’inizio, si vedono i primi passi del futuro Freddie verso la gloria. Contrastato dal padre, che lo vorrebbe allineato alla tradizione delle loro origini parsi, il protagonista vive di e per la musica. Dopo avere convinto, grazie alla voce e alla verve artistica, gli altri componenti della band a reclurarlo, comincia l’avventura dei Queen, ma soprattutto la sua, di predestinato. D’altronde se nasci a Zanzibar, cresci a Bombay, traslochi a Londra, possiedi una voce e un genio artisico di quel livello per cui diventi compositore, pianista, cantante, tenore lirico, stilista, show-man, sei già un personaggio da romanzo.

Ma dicevamo che invece questo invece vuole essere solo il racconto delle emozioni che ha suscitato in sala la visione di “Bohemian Rhapsody”, visione arricchita ovviamente da molti momenti musicali che riproducono momenti dei loro concerti o delle loro prove, e immaginiamo quanto tali emozioni possano essere arrivate amplificate nel cuore dei veri appassionati dei Queen, che vantano orgogliosamente una storia d’amore con i loro beniamini che dura da oltre trent’anni, che li considerano come parte integrante della propria educazione sentimentale. Bravi i quattro attori chiamati ad impersonare i quattro componenti della band, e ovviamente una menzione speciale per il bravissimo attore protagonista Rami Malek. “Bohemian Rhapsody è un racconto delle vicende di uno dei gruppi più geniali mai esistiti nel panorama musicale mondiale. Quattro musicisti che hanno rivoltato il concetto stesso di rock, proprio come lo ha fatto il loro pezzo capolavoro “Bohemian Rhapsody”, canzone che dà il titolo al film. I Queen erano barocchi ed eccessivi fino al limite, e questo nel film viene rappresentato bene così come viene riportato fedelmente l’amore che li univa e che ha trasformato la band in una vera e propria quasi-famiglia, con tutti gli annessi e i connessi litigi, incomprensioni e riappacificazioni. Freddie Mercury, il genio controverso, e poi gli altri tre a fare da pregiatissimo contorno. Bravo l’attore nelle scene in cui si vede un Freddie intimidito dalla scoperta della sua bisessualità, solo e circondato da falchi, come il personaggio orribile di Paul Prenter. Bravo il regista Bryan Singer quando vengono raccontate le storie con Mary Austin (attrice Lucy Boynton) e Jim Hutton (Aaron McCusker).

È un film, come detto, non un documentario: se potete vedetelo in inglese, perché nella lingua originale del film si possono cogliere sfumature della voce dal vivo di Freddie Mercury, che Rami Malek è bravissimo a riprodurre. Con il doppiaggio questo aspetto si perde, ovviamente.

Lacrime in sala alla fine, alle scene, anche vere e girate all’epoca, del mega concerto Live Aid.

Recensione “Invisibili”

In occasione della Giornata della Memoria di pochi giorni fa, diversi cineclub in Italia hanno offerto la proiezione di film e documentari fuori dai consueti canali di distribuzione. Abbiamo quindi assistito ad una produzione molto interessante, sia come soggetto, che come impianto filmico.

“Invisibili” di Claus Räfle del 2017, narra delle vicissitudini dei 7000 ebrei berlinesi che dopo la promulgazione delle leggi razziali, continuarono a vivere a Berlino, a dispetto delle asfissianti retate della polizia politica, dei controlli, e con la  complicità di tutti coloro che, nonostante fossero anch’essi ebrei, li denunciavano nella (vana) speranza di averne in cambio un trattamento di favore.

Le storie sono semplici, sorprendenti talvolta, e riguardano quei berlinesi che non condividevano il regime e lo dimostravano anche con gesti semplici. O addirittura rischiando in proprio per nascondere persone raccomandate da conoscenti, ma anche perfetti sconosciuti.

Fra loro un ufficiale della Wehrmacht, un magistrato della Corte dei Conti, una cassiera di cinema, una semplice affittacamere. Il regista, che nasce come documentarista, non indulge al facile sentimentalismo nè alla crudezza delle immagini, mescolando con notevole e sorprendente abilità le interviste ai reali protagonisti delle storie narrate, le riprese cinematografiche e immagini di repertorio piuttosto singolari e poco note di una Berlino prima dei bombardamenti, elegante, vivace, affollata e piena di traffico. Niente sfilate militari, nessun filmato del Führer, nessuna immagine agghiacciante dei campi. Ma il vagare in una città percorsa di notte da persone che non sapevano come nascondersi e dormivano sulle panchine non avendo un domicilio sicuro, bene attente a non farsi notare, tentando di mimetizzarsi, o alla ricerca di parenti e amici di cui non conoscevano il destino attuale o prossimo, in una apparente normalità di cinema aperti, negozi operativi, mezzi pubblici funzionanti, conferisce al film una componente ugualmente angosciante. I protagonisti sono tutti giovanissimi, alcuni neppure maggiorenni, e mostrano quel pizzico di sana incoscienza dovuto all’età. La speranza incrollabile che tutto finisca bene, di poter rivedere i genitori, ormai definitivamente persi, e  di poter tornare alla vita normale, beffandosi del regime.

Dei 7000 “invisibili” sfuggiti ai controlli sembra ne siano sopravvissuti 1500, certificati da testimonianze. Di altri non si sa niente, ma le stime non sono definitive, sia perché non tutti coloro che si sono prestati ad aiutarli si sono espressi, sia perché molti di entrambe le categorie sono fuggiti all’estero, volendo forse dimenticare questa terribile esperienza

Ma l’ottimismo traspare  dalle interviste ai veri protagonisti, ormai anziani, ma ancora incrollabili  idealisti, positivi testimoni di qualcosa che, loro sostengono, “non potrà ripetersi mai più“, proprio perché se qualcuno ha rischiato la propria vita per salvarci e “chi salva anche un solo essere umano, salva l’umanità”, significa che l’umanità ha fatto tesoro della Storia e dell’esperienza.

Resta  aperto un interrogativo altrettanto angosciante: siamo proprio sicuri che l’umanità abbia capito?

By manu52

Recensione “Amici come prima”

Cinepanettonisti di tutto il mondo: unitevi. E piangete!

Fino a qualche Natale fa, a cavallo degli anni 2000 e parecchio oltre, sia con Boldi che senza, e pur in un contesto mediamente greve e a volte volgare, De Sica in certe parti del film faceva letteralmente cadere dalla poltrona per le risate. Oggi, ricostituita la coppia come se niente fosse, la commedia non fa ridere, è quasi patetica. Massimo Boldi e Christian De Sica sono stati la coppia regina della commedia italiana per circa venti anni. Decine di milioni d’incasso e cinema presi d’assalto fino al 2005, anno in cui i due si separano rumorosamente. “Natale a Miami” di Neri Parenti fu il loro canto del cigno, fino alla clamorosa reunion di questo “Amici come prima” di fine 2018, film di cui De Sica è protagonista, regista e co-sceneggiatore (nonchè traino della coppia comica), e che vede Boldi nei panni del ricco milanese proprietario di hotel di lusso, che dà cene eleganti ma licenzia Christian direttore d’hotel, che si ripresenterà come badante tuttofare in abiti femminili. Ispirazioni e citazioni chiare riportano a “Mrs. Doubtfire” e al recente “Quasi Amici”. Christian interpreta la parte di Cesare, da tempo stimato direttore di un hotel di lusso di Milano, il “Relais Colombo”. Ma Luciana (Regina Orioli che prova faticosamente a parlare con accento milanese), la fredda figlia di Massimo Colombo (Boldi), storico proprietario della catena alberghiera, lo licenzia perchè sta rimescolando lo staff anche in vista di una imminente cessione delle quote della società a degli imprenditori cinesi. Rimasto senza lavoro, e non più giovanissimo per trovarne altri, venuto a conoscenza che il suo ex capo sta cercando una badante/escort che lo accudisca e “giuochi” anche sessualmente con lui, il tutto per 5000 euro al mese, Cesare si traveste da donna, trasformandosi in Lisa e si presenta al colloquio di selezione. Ovviamente viene assunto/a, e così Cesare è costretto a gestire e a tenere nascosta una nuova doppia vita: ancora direttore di hotel, a parole, tra le mura di casa, con moglie e figlio rimasti all’oscuro del suo licenziamento; e da anziana ma procace badante del penoso Massimo relegato su una sedia a rotelle.

Doppi sensi continui e per niente divertenti, battute volgari, palpatine varie, trivialità assortite, poca trama e quasi niente altro. Insomma è rimasta solo la parte che già era negativa, del vecchio filone cinepanettone. E per partorire questo risultato, ben quattro sceneggiatori! I quali hanno chiaramente imboccato la strada più semplice, quella tante volte percorsa dai tanto criticati ma divertenti cinepanettoni del passato, per suscitare ilarità di massa e a buon mercato: che ancora oggi si debba cavalcare il doppio senso sessuale, parlando prelaventemente di erezioni pur di strappare una risata, è abbastanza deprimente. Anche perchè il fisico e l’età dei due attori protagonisti che dieci-quindici-venti anni fa declamavano tali battutone, oggi sono un po’ diversi…. Proprio per questo, la parte meno brutta del film è quando i due abbandonano un po’ la parte più sfacciatamente sguaiata dei loro personaggi e si ritrovano in qualche momento più intimo.

Sempre molto bravo comunque Christian De Sica quando può gigioneggiare nelle fasi del film da “one-man show” più che da commedia corale.

In conclusione, se tra venti anni o giù di lì, la cosiddetta “cultura mainstream” deciderà, come periodicamente avviene per taluni generi di film inizialmente bollati peggio che B-Movie e poi rivalutati anche grazie ad un certo effetto nostalgia, di riportare in auge lo storico filone cinepanettone, ecco magari questo “Boldi – De Sica 2018” lasciamolo fuori.

 

Recensione “Ovunque proteggimi”

Già al TFF aveva sollevato entusiasmi e la successiva, recente, presentazione al festival di S. Monica in California come unico film italiano era stata accolta come un successo per il regista e gli interpreti, quasi tutti sardi.
Passato quasi sotto silenzio nelle sale, pochissime, del continente, un po’ meglio distribuito ( ma nemmeno tanto…) in Sardegna, la presenza in America ha fatto si che alcuni cinema isolani lo rimettessero in circolazione, specie a Sassari, dove risiedono quasi tutti, interpreti e regista.
Il regista Bonifacio Angius lo avevamo già ammirato nel cupo “Perfidia”. Ma qui, se l’atmosfera esterna è meno opprimente, non lo è quella psicologica in cui sono immersi i personaggi.

Sardegna, estate, campi assolati, spiagge lontane, messi mietute di fresco, sole accecante, colori netti anche negli interni.
Alessandro è un cantante per passione, per caso, per tradizione tramandata dal padre. Sagre paesane, palchi in piazza o sulle spiagge. Ma il suo demone sono il gioco alle macchinette e la bottiglia. Dopo, da gigante buono e gentile quale è, diventa una furia scatenata. Distrugge casa, spaventa la madre che non gli fornisce il danaro richiesto, tenta malamente un suicidio, fermato dalla polizia locale che lo conosce bene e lo trasferisce in ospedale per un TSO. Passata la sbornia Alessandro è una brava persona .
Ha una sua visione del mondo, diversa da quella di Francesca, conosciuta per caso nel reparto, che proviene da tutt’altra esperienza e sogna solo di rivedere suo figlio che il tribunale le ha tolto e le impedisce di avvicinare . Ma le ragioni della giustizia non sono quelle di Francesca; e nemmeno Alessandro le capisce bene: una madre, per cattiva, pazza, tossica che sia, deve poter vedere suo figlio.
E allora inizia una fuga dei due ‘on the road’ da Sassari a Cagliari, dove il piccolo di cinque anni è tenuto in istituto. Alessandro sembra aver ritrovato una ragione per vivere senza alcool e senza gioco. Ma una momentanea sbornia non si può associare a una conclamata psicolabilitá. Francesca vede cose inesistenti, sogna un futuro impossibile con suo figlio, e i due dovranno per forza prendere strade divergenti.
Come, non va detto.
Aggiungerei che il titolo prende spunto da una di quelle targhette in voga una volta sulle auto per chiedere protezione alla guida ai santi, alla Madonna o a Gesù; targhetta che pende dallo specchietto retrovisore di un pick-up preso a prestito dai protagonisti e del cui destino non sapremo. Finale aperto.

Sorprendenti gli attori.
Alessandro Gazale, che viene da una lunga trafila teatrale, nonostante sia maestro elementare, lavori con i bambini disabili proprio in progetti teatrali, e insegni educazione fisica in una scuola media di Sassari, ha una intensità e una naturalezza sorprendenti. Mille sfumature recitative esaltate da primissimi piani che “regge” con disinvoltura, esibendo una gamma di espressioni da grande interprete.
Francesca, nella realtà moglie del regista, non è da meno, non essendo davvero semplice “fare la matta” senza perdere il contatto con la normalità e senza scadere nella macchietta.
Persino il piccolo Antonio, di cinque anni, è disinvolto e spontaneo, forse perché dietro la macchina da presa c’è papà!
Ottima la sceneggiatura, una scrittura attenta e accurata, dialoghi sardi reali, essenziali ma concreti e significativi nel delineare la psicologia dei personaggi;  figure minori scolpite a tutto tondo, anche se per poche scene. Una bella favola moderna, di quelle che si leggono sempre di meno sulle cronache, dove egoismo e tornaconto, sfruttamento e menefreghismo monopolizzano tutti i titoli. Bravissimo il regista che lavora con mano leggera, ma sicura, e lo si vede dalla disinvoltura del figlio che sembra a casa sua davanti alla macchina da presa. Prodotto da RaiCinema, speriamo passi anche in tv per la gioia di chi non lo ha potuto vedere sul grande schermo. Gli auguriamo un ottimo esito, e se lo merita, anche in America.

By Manu52

Recensione “Tutti lo sanno”

Asghar Farhadi, gran regista iraniano già premio Oscar 2012 come miglior film straniero (“Una separazione”), questa volta con questo suo film girato in Spagna, un thriller classico, racconta il rapimento di una bambina di cui tutto il paese forse è corresponsabile. In un nido di vipere familiari, molto presto diventa chiaro allo spettatore che il colpevole si annida lì dentro.

Discrete le interpretazioni del trio di attori protagonisti: Bardem – Cruz – Darin. Javier Bardem ormai una certezza nello spazzolarsi una ampia gamma di generi, dal drammatico, come in questo caso, fino a punte di commedia, fino a Woody Allen. Penelope Cruz, forse la piu’ bella attrice del mondo in questo momento, per la quale ragione nessuno è in grado di dire se è anche brava a recitare. E Ricardo Darin (chi non lo ricorda nel capolavoro “Il segreto dei suoi occhi”, Oscar 2010 come migliore film straniero?) qui in verità autore di una performance meno eclatante.

In “Tutti lo sanno”, girato per la prima volta da Farhadi in lingua spagnola dopo il ciclo di film iraniani, non e’ difficile riconoscere lo stile del regista tutto incentrato in sparizioni e separazioni: per esempio, il mistero della sparizione c’era già in “About Elly”, la prolissa tristezza che si parla addosso in “Una separazione”, il thriller noir alla ricerca di una giustizia lontana ne “Il cliente”. Questa volta un giallo, fatto ancora una volta di sparizioni e separazioni e dialoghi all’interno della famiglia, che è il solito nucleo di tutte le storie di questo regista.

Nel racconto, una ragazzina (Irene) arrivata dall’Argentina in un piccolo villaggio in Spagna con la mamma Laura (Penelope Cruz) per il matrimonio della zia, scompare proprio nel giorno della festa, tra balli e sorrisi, uomini alticci e musica folk, temporali e black out della luce. Quale filo lega peccati e rimorsi di un pezzo di società in questo paesino spagnolo? Che si tratti di rapimento è chiaro dagli sms ricevuti dalla madre, con riferimenti a un fattaccio di anni prima, ma la ricerca dei colpevoli non deve estendersi fino a chissà dove, il marcio è più vicino. Presto si capisce che la coppia apparentemente felice è in realtà un bel triangolo che si perde nel tempo, fra meschinità che coinvolgono gli eredi. Infatti, prima del rapimento, appena arrivata in Spagna, in un apparente clima di serenità Laura ritrova i parenti e l’ex innamorato Paco (Javier Bardem), che nel frattempo si è sposato. Anche il marito di Laura, Alejandro (Ricardo Darin), inizialmente rimasto in Argentina per non meglio precisati impegni di lavoro, raggiungerà Laura in Spagna dopo lo scoppio della tragedia, quando la figlia della coppia viene rapita. E mentre giungono i messaggi dei sequestratori, la famiglia allargata si squassa in un lessico familiare che vira decisamente al brutto, zeppo di recriminazioni, tra antichi rancori, controversie mai chiarite, segreti, gelosie, invidie.

Anche se parte della critica non lo ha gradito, possiamo dire invece che “Tutti lo sanno” è ancora un bel film. Però si può notare che la maggiore libertà di cui ha goduto il regista in questo suo film “europeo” rispetto ai suoi lavori iraniani in cui era obbligato, causa censura, a dire e non dire, filtrare, sottindendere, sussurrare concetti, lo porta qui invece a dire e mostrare tutto esplicitamente, forse troppo, in un mix di generi (dramma familiare, giallo, noir) che a volte va fuori strada.

 

Recensione “Notti magiche”

È “La grande bellezza” di Paolo Virzì.
Così potremmo sintetizzare l’ultima fatica del regista livornese, alle prese con una descrizione della città di Roma, e dell’ambiente del cinema italiano, che possono lontanamente ricordare il film di Sorrentino vincitore dell’Oscar pochi anni fa. Oltre alla trama ambientata nel mondo del cinema, è la fotografia, soprattutto, curata con grande attenzione, con la vista di terrazze, ristoranti con giardino, monumenti, scorci della città, ripresi con un particolare angolo e con una certa luce, dell’alba o del tramonto, che può indurre al parallelo e che anche qui, con un po’ di sforzo, può rappresentare un omaggio di Virzì a Roma e al cinema.

La scena memorabile: l’auto vola dentro il Tevere mentre l’Italia perde la semifinale mondiale.
Infatti, quella sera del 3 luglio 1990, mentre a Napoli l’Italia sbaglia l’ultimo calcio di rigore e viene quindi eliminata dall’Argentina di Maradona nella semifinale del mondiale di calcio, facendo sfumare quindi l’occasione epocale di disputare una finale mondiale in casa, a Roma, un’auto precipita nelle acque del Tevere scavalcando il parapetto. Quella sera 27 milioni di persone sono davanti alla TV in tutta Italia. Tra questi, nel film, una piccola folla è assiepata davanti allo schermo gigante di un bar all’aperto sul lungotevere e, talmente presi dalla suspence per la famosa “lotteria dei rigori”, mentre il telecronista RAI Bruno Pizzul pronuncia la frase entrata nella piccola storia della televisione (“Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare”), quasi nessuno si accorge del tragico tuffo della macchina nel fiume. Comincia così una specie di giallo, molto leggero, a tratti comico e farsesco, che il regista usa come pretesto narrativo per raccontare la sua Roma anni ’90, e soprattutto il crepuscolo del mondo di un cinema oggi defunto. Nel racconto, scandito cronologicamente dai 25-30 giorni della durata del campionato mondiale di quell’anno, Virzì mescola finzione, realtà e materiale autobiografico, tra effetto nostalgia e ironia tagliente, portando in scena tre giovani arrivati nella Capitale (una dei tre già ci viveva) per sfondare nel mondo del cinema.
A bordo dell’auto volata giù c’è il cadavere del produttore cinematografico Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini); nella tasca del morto viene rinvenuta una polaroid che lo ritrae a cena in un ristorante insieme con la sua fidanzata oca (Marina Rocco), che infatti fa la ragazza Coccodè in uno dei programmi TV dell’epoca, e tre giovani aspiranti sceneggiatori: Luciano Ambrogi (Giovanni Toscano), Eugenia Malaspina (Irene Vetere) e Antonio Scordia (Mauro Lamantia). I tre ragazzi si sono conosciuti solo poche settimane prima, esattamente il giorno della partita inaugurale del campionato mondiale, in occasione di un premio letterario di cui sono i finalisti. Del crimine vengono dunque inizialmente accusati i tre amici, i quali portati in caserma dai Carabinieri, davanti al Comandante (Paolo Sassanelli) cominciano a ripercorrere i fatti accaduti in quelle magiche quattro settimane romane di giugno-luglio 1990, in un amarcord del sottobosco del mondo del cinema italiano, tra cene da “Checco er carrettiere”, feste, agenti, lavoro forsennato per rispettare le scadenze, incontri con sceneggiatori, produttori, registi, fino al tragico epilogo di quella notte.
Dopo l’esaltazione iniziale, i tre giovani rimarrannno delusi e scottati dal baraccone romano e del cinema italiano. Quel cinema, descritto con sfumature quasi felliniane,  fatto di geni e cialtroni, Palme d’oro a Cannes e B-movie (o anche C-D-ecc..-movie), jet-set e personaggi grotteschi, vecchi marpioni che intrallazzano e giovani idealisti sognanti che vorrebbero cambiare il cinema, l’Italia e il mondo. Qualcuno ce la fa, i tre protagonisti del film, no, e devono abbandonare il loro sogno.
Nel film molti famosi personaggi del mondo del cinema italiano sono evocati o chiamati con il loro vero nome, altri hanno nomi di fantasia ma in alcuni di loro si riconoscono personaggi reali. E lo spettatore più smaliziato e cinefilo si divertirà nel classico giuoco del “Who is who?”, nel riconoscere i grandi nomi della storia del cinema italiano che il regista ha piazzato nel film, per elaborare il suo racconto di cinema, o di come dovrebbe essere il cinema, con autori che siano meno auto-referenziali e imparino ad essere anche un po’ spettatori, come nella frase cult del film pronunciata dal Comandante dei carabinieri, rivolto ai tre pivelli non simpaticissimi: “Volete fare gli sceneggiatori, ma non sapete fare gli spettatori”.

Nel cast anche Roberto Herlitzka, Ornella Muti, Giulio Scarpati.
Un bel film. Da vedere con gli amici ormai cresciuti, per ricordare con un pizzico di nostalgia gli anni ’90. Da non vedere se non si apprezza l’umorismo tipico di Virzì, da apprezzare invece se si ama il cinema quando parla di cinema, con ironia e disillusione.

Recensione “Disobedience”

Per il suo esordio in lingua inglese, l’apprezzato regista cileno Sebastian Lelio (quello di “Gloria”, che fu un buon successo di pubblico e critica pochi anni fa) ha scelto un quartiere periferico di Londra e una rigida e chiusa comunità ebrea ortodossa. Anche qui continua a raccontare storie al femminile, di donne alle prese con freni sociali, donne che vanno controvento, presentandoci Ronit (Rachel Weisz), fotografa di moda affermata che vive a New York. Dopo la morte del padre, rispettatissimo rabbino, la figlia torna da New York nella comunità ortodossa londinese per i canonici rituali “da trapasso” yiddish ma ritrova anche la sua ex fiamma (donna), adesso sposata al cugino Dovid (Alessandro Nivola), esperto della Torah, apprezzato e stimato nella gerarchia della comunità: si capisce presto che finirà….. “a schifiu”, inevitabilmente a triangolo, e non equilatero. Occorre scegliere: Rachel Weisz deciderà per lei e per l’amica Esti (Rachel McAdams): film molto bello, e le due Rachel in stato di grazia.

Il ritorno a Londra di Ronit la porta a tornare alle radici della sua famiglia, della sua formazione ma anche di quella frustrazione adolescenziale che l’ha portata a cercare e trovare atrove una strada completamente diversa. Sicuramente diversa sia dall’amica d’infanzia Esti, con cui da ragazza ha avuto la storia a cui abbiamo accennato, che dal cugino Dovid. Da ragazzi, i tre avevano costituito per anni un terzetto di giovani amici molto legati e combattuti fra lo slancio naturale dell’adolescenza e le rigide convenzioni della loro religione. Il tempo è passato, e i tre si ritrovano in un contesto e una fase delle rispettive vite molto diverso. Dovid è in lizza per il ruolo di nuovo rabbino capo, mentre le due Rachel si ri-scoprono non indifferenti alla ritrovata frequentazione intima e quotidiana.

Una volta tanto lo schema classico di qualsiasi dramma, cioè quello per il quale tutta la società e un intero mondo ipocrita di cui fanno parte i personaggi, impedisce il loro amore che sembra fregarsene e obbligarli a stare insieme, è un pretesto per guardare invece il coraggio della disobbedienza, che diventa trasgressione, che è il tema del film. “Disobedience”, disobbedienza quindi, verso una religione vissuta come continua messa in scena a uso e consumo dei vicini di casa/quartiere/comunità, una fede intesa come rituale rigido ma privo di vera devozione. La sessualita’ repressa negli anni è sempre pronta a manifestarsi, a dispetto di una vita vissuta come imposizione. La ritrovata intimità tra le due Rachel si manifesta anche con gesti che cercano di superare, materialmente, le convenzioni ipocrite della società, per vivere una passione ovviamente proibitissima, anche se siamo ai giorni nostri, anche se siamo a Londra.

Il film racconta questo, il senso profondo di rottura con il proprio ambiente, la difficoltà e il sacrificio che costa andare contro le regole di un microcosmo che vive di esse, e il regista rappresenta ciò anche con le immagini. Gli interni e gli esterni dove ha girato sono ordinati, calmi e tranquilli, questo quartiere residenziale e benestante non sembra nemmeno Londra tanto è assente quell’idea caotica della metropoli. Il quartiere e la comunità ebrea vivono in quello che sembra un piccolo centro in cui tutti conoscono tutti e il controllo sociale è capillare. Siamo a oggi, ma sembra l’America bigotta di quelle comunita’ che vivono fuori dal tempo, in modalità extra-vintage.

Rachel 1 e Rachel 2 rappresentano il classico tema della duplicità. Ronit è anticonformista, coraggiosa, e si ribella a una situazione imposta per prendere in mano la propria vita. Così facendo, negli anni, diventa oggetto di ammirazione e desiderio da parte della timida Esti, la quale invece sembra essersi arresa, aver raggiunto la pace dei sensi, rassegnata a (soprav)vivere da moglie modello con un uomo che rispetta, più che ama. Quanto a Dovid, anche lui è continuamente combattuto e sottoposto alle pressioni ed aspettative di un uomo di fede che agli occhi della comunità non puo permettersi di mollare di un centimetro.

Nonostante sia un film in cui la religione è il motore di tutto, e che tutto ordina, non siamo di fronte ad una protesta contro le religioni ma di una contro la ipocrisia della società. Tutto emana conformismo tranne queste due donne, le quali con calma invidiabile e sofferenza coltivano un amore clandestino. Che ricomincia a distanza di anni. Questa è la vera disobbedienza, non necessariamente quella che prende la forma del gesto eclatante, ma quella sommessa che vive nel lungo periodo.

 

La mistica del Negroni contro il mojito

Da un bello articolo di C. Longone pescato in rete qualche anno fa….

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Se ci fate caso c’è un nuovo rito di passaggio. Gli antichi riti si
leggono sui libri: i primi pantaloni lunghi, la prima visita al
casino, da quelle certe signorine, fra i lazzi degli amici già
esperti…
Il nuovo rito si beve nei migliori bar ed è un cocktail che ha quasi
novant’anni.
Passare dal mojito al Negroni, inventato nel 1919 dal conte omonimo,
significa lasciarsi alle spalle il vulgo profano, schiavo dello
zucchero come tutti i poppanti, per entrare nell’olimpo dei bevitori
che prediligono l’amaro. Come dire, in campo vinicolo, passare dal
Fragolino al Barolo.

Si sta parlando di un’iniziazione e quindi c’è bisogno di un luogo
iniziatico, ma mentre per la prima comunione va bene qualsiasi chiesa, per il primo Negroni non va bene qualsiasi bar.
L’Italia pullula di baristi sciatti che mettono troppo gin (risultato:
una bomba alcolica) o troppo Martini (risultato: una melassa
dolciastra), per non parlare dei bicchieri sbagliati, delle olive
marcette o delle patatine rancide.

L’ideale sarebbe andare a Firenze, dove il cocktail è nato, per
affacciarsi al bancone dello storico Caffè Rivoire di piazza della
Signoria. Qui il capobarman si chiama Luca Picchi ed è l’appassionato autore dell’unico libro scritto sull’argomento che ci sta tanto a cuore:
“Sulle tracce del Conte. La vera storia del cocktail Negroni” (edizioni Plan). La sua è una vita per la causa e quando prepara il magico
miscuglio appare quello che effettivamente è, il sommo sacerdote di una raffinatissima religione alcolica. Un culto misterico con risvolti
semisegreti.
La composizione del cocktail è stranota (1/3 London Dry Gin 1/3 Bitter
Campari 1/3 Vermut rosso) ma quasi nessuno conosce l’importanza del ghiaccio, che dev’essere tantissimo e freschissimo, di giornata,
altrimenti è pieno di microfessure che ne accelerano lo scioglimento.
E un Negroni annacquato mette tristezza.

Lando Buzzanca la settimana scorsa ha assaggiato il Negroni di Picchi e non credeva alle sue papille.
Ha costretto il nostro eroe a fargli dono del libro, per scoprirne i
trucchi. Per esempio: è bene che le bottiglie di gin, Campari e
Martini siano tenute in frigo così da avere un Negroni subito a bassa
temperatura, sempre per scongiurare lo scioglimento del ghiaccio. A
Firenze un altro Negroni perfetto si beve al Caffè Cibreo, in via del
Verrocchio.
Altrove in Italia se ne trovano di più che potabili all’Harry’s Bar di
Venezia, al Blue Bar di Riccione, al bar dell’Hotel d’Inghilterra a
Roma, al Gambrinus di Napoli, al Bar Basso di Milano, dove però
bisogna evitare il Negroni sbagliato (spumante al posto del gin),
inventato in loco nel 1972, che per un bevitore dell’olimpo di cui
sopra è una ripugnante eresia.
Elisabetta Rocchetti fra un set di Verdone e uno di Dario Argento beve
Negroni al Caffè della Pace, dietro piazza Navona a Roma. «Mi fa sentire più grande, lo prendevano i miei genitori». La stessa idea di iniziazione che si tramanda ha il sociologo Ivo Germano: «Il Negroni rappresenta gli anni Sessanta, l’Italia vera, viva e felice. Lo zio complice che ti portava al bar e ti offriva da bere, rimirando
la ragazza alla cassa».
Oggi c’è in Riviera romagnola un cuoco immaginifico che il Negroni lo
serve solido, in un piatto pazzesco che si chiama la Scatola dei
pesciolini perché consiste in un astuccio tipo scatola dei
cioccolatini, solo che all’interno anziché i gianduiotti ci sono
delizie di mare, come il minitoast di canocchia cruda e gelatina
appunto di Negroni. Il cuoco è Raffaele Liuzzi della Locanda Liuzzi di
Cattolica, località il cui nome ci è particolarmente caro (se si
chiamasse Islamica il Negroni vi sarebbe proibito).
Ma grandi cuochi e grandi baristi non bastano per garantire
l’esperienza mistica che questo cocktail può dare. Per l’estasi completa ci vuole una compagnia adeguata, insomma per
farla breve una donna. Che non sia però una donna da mojito, una di
quelle tipe bevo-ma-non posso, velleità tropicali e gusti puerili.
Dev’essere una donna da Negroni: di solito (esperienza personale) è
una ragazza magra che pesa la metà di te e contro ogni logica lo regge il doppio di te, accidenti.

 

Recensione “Nessuno come noi”

Festival del vintage in questo ripescaggio di atmosfere anni ottanta, quando il mondo e l’Italia voltarono pagina, in parte senza rendersene conto. Commedia romantica multigenerazionale, “Nessuno come noi” del regista Volfango De Biasi è un’idea interessante che poteva esserlo ancora maggiormente se certi nodi della trama fossero stati sviluppati meno in superficie.
La storia di “Nessuno come noi” corre su due binari paralleli: l’amore giovanile e quello adulto. All’ombra di una bella Torino, sobria e con colori tendenti al grigio come sempre, seppure in quegli anni marchiata come “ridente cittadina affacciata sulla FIAT”, lo studente Vince(nzo), voce narrante del film (attore Vincenzo Crea), si innamora quasi senza speranza della insopportabile Cate(rina) la quale però ovviamente gli preferisce il nuovo amico del cuore, l’infame Romeo, che è  figlio del docente universitario arrogante, bello e tenebroso Umberto (Alessandro Preziosi), che a sua volta tradisce la moglie con la bella Betty (Sara Felberbaum), la prof. di Vince, inizialmente abbacchiata e disillusa di suo causa naufragio del matrimonio, e quindi un po’ troppo “single per scelta”, ma poi non insensibile al fascino di Umberto, e quindi pronta a ricominciare con il docente che è quasi peggio del figlio. Incrocio di esistenze, genitori, figli, amanti, bisticci, passioni travolgenti, equivoci, mega-caos sentimentale: ma alla fine tutto si ricompone in vista del lieto fine, manco fosse un cinepanettone.

Alcune parti del film lasciano un po’ perplessi: qualche dialogo senza senso, padri che certificano passaggi all’età adulta senza molta logica, rincorse verso treni in partenza che vanno magicamente a buon fine.

Oltre a tutte queste pene amorose che in taluni momenti fanno scivolare il film da commedia a dramma, è divertente notare la passerella di alcuni simboli di quel decennio. Prima di tutto la cultura edonista dell’epoca; e cosi vediamo i due protagonisti amanti che, tra una crisi e l’altra, se la spassano immersi in bagni con schiume, candele, champagne. E poi musica anni ’80 (Spandau Ballet e “Teorema” di Marco Ferradini su tutti), griffe di moda, zainetti, piumini Moncler, musicassette, qualche progenitore di telefono cellulare dalle dimensioni preistoriche.

Luca Bianchini, autore del libro da cui è tratto il film, firma anche la sceneggiatura.