Recensione “Notti magiche”

È “La grande bellezza” di Paolo Virzì.
Così potremmo sintetizzare l’ultima fatica del regista livornese, alle prese con una descrizione della città di Roma, e dell’ambiente del cinema italiano, che possono lontanamente ricordare il film di Sorrentino vincitore dell’Oscar pochi anni fa. Oltre alla trama ambientata nel mondo del cinema, è la fotografia, soprattutto, curata con grande attenzione, con la vista di terrazze, ristoranti con giardino, monumenti, scorci della città, ripresi con un particolare angolo e con una certa luce, dell’alba o del tramonto, che può indurre al parallelo e che anche qui, con un po’ di sforzo, può rappresentare un omaggio di Virzì a Roma e al cinema.

La scena memorabile: l’auto vola dentro il Tevere mentre l’Italia perde la semifinale mondiale.
Infatti, quella sera del 3 luglio 1990, mentre a Napoli l’Italia sbaglia l’ultimo calcio di rigore e viene quindi eliminata dall’Argentina di Maradona nella semifinale del mondiale di calcio, facendo sfumare quindi l’occasione epocale di disputare una finale mondiale in casa, a Roma, un’auto precipita nelle acque del Tevere scavalcando il parapetto. Quella sera 27 milioni di persone sono davanti alla TV in tutta Italia. Tra questi, nel film, una piccola folla è assiepata davanti allo schermo gigante di un bar all’aperto sul lungotevere e, talmente presi dalla suspence per la famosa “lotteria dei rigori”, mentre il telecronista RAI Bruno Pizzul pronuncia la frase entrata nella piccola storia della televisione (“Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare”), quasi nessuno si accorge del tragico tuffo della macchina nel fiume. Comincia così una specie di giallo, molto leggero, a tratti comico e farsesco, che il regista usa come pretesto narrativo per raccontare la sua Roma anni ’90, e soprattutto il crepuscolo del mondo di un cinema oggi defunto. Nel racconto, scandito cronologicamente dai 25-30 giorni della durata del campionato mondiale di quell’anno, Virzì mescola finzione, realtà e materiale autobiografico, tra effetto nostalgia e ironia tagliente, portando in scena tre giovani arrivati nella Capitale (una dei tre già ci viveva) per sfondare nel mondo del cinema.
A bordo dell’auto volata giù c’è il cadavere del produttore cinematografico Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini); nella tasca del morto viene rinvenuta una polaroid che lo ritrae a cena in un ristorante insieme con la sua fidanzata oca (Marina Rocco), che infatti fa la ragazza Coccodè in uno dei programmi TV dell’epoca, e tre giovani aspiranti sceneggiatori: Luciano Ambrogi (Giovanni Toscano), Eugenia Malaspina (Irene Vetere) e Antonio Scordia (Mauro Lamantia). I tre ragazzi si sono conosciuti solo poche settimane prima, esattamente il giorno della partita inaugurale del campionato mondiale, in occasione di un premio letterario di cui sono i finalisti. Del crimine vengono dunque inizialmente accusati i tre amici, i quali portati in caserma dai Carabinieri, davanti al Comandante (Paolo Sassanelli) cominciano a ripercorrere i fatti accaduti in quelle magiche quattro settimane romane di giugno-luglio 1990, in un amarcord del sottobosco del mondo del cinema italiano, tra cene da “Checco er carrettiere”, feste, agenti, lavoro forsennato per rispettare le scadenze, incontri con sceneggiatori, produttori, registi, fino al tragico epilogo di quella notte.
Dopo l’esaltazione iniziale, i tre giovani rimarrannno delusi e scottati dal baraccone romano e del cinema italiano. Quel cinema, descritto con sfumature quasi felliniane,  fatto di geni e cialtroni, Palme d’oro a Cannes e B-movie (o anche C-D-ecc..-movie), jet-set e personaggi grotteschi, vecchi marpioni che intrallazzano e giovani idealisti sognanti che vorrebbero cambiare il cinema, l’Italia e il mondo. Qualcuno ce la fa, i tre protagonisti del film, no, e devono abbandonare il loro sogno.
Nel film molti famosi personaggi del mondo del cinema italiano sono evocati o chiamati con il loro vero nome, altri hanno nomi di fantasia ma in alcuni di loro si riconoscono personaggi reali. E lo spettatore più smaliziato e cinefilo si divertirà nel classico giuoco del “Who is who?”, nel riconoscere i grandi nomi della storia del cinema italiano che il regista ha piazzato nel film, per elaborare il suo racconto di cinema, o di come dovrebbe essere il cinema, con autori che siano meno auto-referenziali e imparino ad essere anche un po’ spettatori, come nella frase cult del film pronunciata dal Comandante dei carabinieri, rivolto ai tre pivelli non simpaticissimi: “Volete fare gli sceneggiatori, ma non sapete fare gli spettatori”.

Nel cast anche Roberto Herlitzka, Ornella Muti, Giulio Scarpati.
Un bel film. Da vedere con gli amici ormai cresciuti, per ricordare con un pizzico di nostalgia gli anni ’90. Da non vedere se non si apprezza l’umorismo tipico di Virzì, da apprezzare invece se si ama il cinema quando parla di cinema, con ironia e disillusione.

Recensione “Disobedience”

Per il suo esordio in lingua inglese, l’apprezzato regista cileno Sebastian Lelio (quello di “Gloria”, che fu un buon successo di pubblico e critica pochi anni fa) ha scelto un quartiere periferico di Londra e una rigida e chiusa comunità ebrea ortodossa. Anche qui continua a raccontare storie al femminile, di donne alle prese con freni sociali, donne che vanno controvento, presentandoci Ronit (Rachel Weisz), fotografa di moda affermata che vive a New York. Dopo la morte del padre, rispettatissimo rabbino, la figlia torna da New York nella comunità ortodossa londinese per i canonici rituali “da trapasso” yiddish ma ritrova anche la sua ex fiamma (donna), adesso sposata al cugino Dovid (Alessandro Nivola), esperto della Torah, apprezzato e stimato nella gerarchia della comunità: si capisce presto che finirà….. “a schifiu”, inevitabilmente a triangolo, e non equilatero. Occorre scegliere: Rachel Weisz deciderà per lei e per l’amica Esti (Rachel McAdams): film molto bello, e le due Rachel in stato di grazia.

Il ritorno a Londra di Ronit la porta a tornare alle radici della sua famiglia, della sua formazione ma anche di quella frustrazione adolescenziale che l’ha portata a cercare e trovare atrove una strada completamente diversa. Sicuramente diversa sia dall’amica d’infanzia Esti, con cui da ragazza ha avuto la storia a cui abbiamo accennato, che dal cugino Dovid. Da ragazzi, i tre avevano costituito per anni un terzetto di giovani amici molto legati e combattuti fra lo slancio naturale dell’adolescenza e le rigide convenzioni della loro religione. Il tempo è passato, e i tre si ritrovano in un contesto e una fase delle rispettive vite molto diverso. Dovid è in lizza per il ruolo di nuovo rabbino capo, mentre le due Rachel si ri-scoprono non indifferenti alla ritrovata frequentazione intima e quotidiana.

Una volta tanto lo schema classico di qualsiasi dramma, cioè quello per il quale tutta la società e un intero mondo ipocrita di cui fanno parte i personaggi, impedisce il loro amore che sembra fregarsene e obbligarli a stare insieme, è un pretesto per guardare invece il coraggio della disobbedienza, che diventa trasgressione, che è il tema del film. “Disobedience”, disobbedienza quindi, verso una religione vissuta come continua messa in scena a uso e consumo dei vicini di casa/quartiere/comunità, una fede intesa come rituale rigido ma privo di vera devozione. La sessualita’ repressa negli anni è sempre pronta a manifestarsi, a dispetto di una vita vissuta come imposizione. La ritrovata intimità tra le due Rachel si manifesta anche con gesti che cercano di superare, materialmente, le convenzioni ipocrite della società, per vivere una passione ovviamente proibitissima, anche se siamo ai giorni nostri, anche se siamo a Londra.

Il film racconta questo, il senso profondo di rottura con il proprio ambiente, la difficoltà e il sacrificio che costa andare contro le regole di un microcosmo che vive di esse, e il regista rappresenta ciò anche con le immagini. Gli interni e gli esterni dove ha girato sono ordinati, calmi e tranquilli, questo quartiere residenziale e benestante non sembra nemmeno Londra tanto è assente quell’idea caotica della metropoli. Il quartiere e la comunità ebrea vivono in quello che sembra un piccolo centro in cui tutti conoscono tutti e il controllo sociale è capillare. Siamo a oggi, ma sembra l’America bigotta di quelle comunita’ che vivono fuori dal tempo, in modalità extra-vintage.

Rachel 1 e Rachel 2 rappresentano il classico tema della duplicità. Ronit è anticonformista, coraggiosa, e si ribella a una situazione imposta per prendere in mano la propria vita. Così facendo, negli anni, diventa oggetto di ammirazione e desiderio da parte della timida Esti, la quale invece sembra essersi arresa, aver raggiunto la pace dei sensi, rassegnata a (soprav)vivere da moglie modello con un uomo che rispetta, più che ama. Quanto a Dovid, anche lui è continuamente combattuto e sottoposto alle pressioni ed aspettative di un uomo di fede che agli occhi della comunità non puo permettersi di mollare di un centimetro.

Nonostante sia un film in cui la religione è il motore di tutto, e che tutto ordina, non siamo di fronte ad una protesta contro le religioni ma di una contro la ipocrisia della società. Tutto emana conformismo tranne queste due donne, le quali con calma invidiabile e sofferenza coltivano un amore clandestino. Che ricomincia a distanza di anni. Questa è la vera disobbedienza, non necessariamente quella che prende la forma del gesto eclatante, ma quella sommessa che vive nel lungo periodo.

 

La mistica del Negroni contro il mojito

Da un bello articolo di C. Longone pescato in rete qualche anno fa….

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Se ci fate caso c’è un nuovo rito di passaggio. Gli antichi riti si
leggono sui libri: i primi pantaloni lunghi, la prima visita al
casino, da quelle certe signorine, fra i lazzi degli amici già
esperti…
Il nuovo rito si beve nei migliori bar ed è un cocktail che ha quasi
novant’anni.
Passare dal mojito al Negroni, inventato nel 1919 dal conte omonimo,
significa lasciarsi alle spalle il vulgo profano, schiavo dello
zucchero come tutti i poppanti, per entrare nell’olimpo dei bevitori
che prediligono l’amaro. Come dire, in campo vinicolo, passare dal
Fragolino al Barolo.

Si sta parlando di un’iniziazione e quindi c’è bisogno di un luogo
iniziatico, ma mentre per la prima comunione va bene qualsiasi chiesa, per il primo Negroni non va bene qualsiasi bar.
L’Italia pullula di baristi sciatti che mettono troppo gin (risultato:
una bomba alcolica) o troppo Martini (risultato: una melassa
dolciastra), per non parlare dei bicchieri sbagliati, delle olive
marcette o delle patatine rancide.

L’ideale sarebbe andare a Firenze, dove il cocktail è nato, per
affacciarsi al bancone dello storico Caffè Rivoire di piazza della
Signoria. Qui il capobarman si chiama Luca Picchi ed è l’appassionato autore dell’unico libro scritto sull’argomento che ci sta tanto a cuore:
“Sulle tracce del Conte. La vera storia del cocktail Negroni” (edizioni Plan). La sua è una vita per la causa e quando prepara il magico
miscuglio appare quello che effettivamente è, il sommo sacerdote di una raffinatissima religione alcolica. Un culto misterico con risvolti
semisegreti.
La composizione del cocktail è stranota (1/3 London Dry Gin 1/3 Bitter
Campari 1/3 Vermut rosso) ma quasi nessuno conosce l’importanza del ghiaccio, che dev’essere tantissimo e freschissimo, di giornata,
altrimenti è pieno di microfessure che ne accelerano lo scioglimento.
E un Negroni annacquato mette tristezza.

Lando Buzzanca la settimana scorsa ha assaggiato il Negroni di Picchi e non credeva alle sue papille.
Ha costretto il nostro eroe a fargli dono del libro, per scoprirne i
trucchi. Per esempio: è bene che le bottiglie di gin, Campari e
Martini siano tenute in frigo così da avere un Negroni subito a bassa
temperatura, sempre per scongiurare lo scioglimento del ghiaccio. A
Firenze un altro Negroni perfetto si beve al Caffè Cibreo, in via del
Verrocchio.
Altrove in Italia se ne trovano di più che potabili all’Harry’s Bar di
Venezia, al Blue Bar di Riccione, al bar dell’Hotel d’Inghilterra a
Roma, al Gambrinus di Napoli, al Bar Basso di Milano, dove però
bisogna evitare il Negroni sbagliato (spumante al posto del gin),
inventato in loco nel 1972, che per un bevitore dell’olimpo di cui
sopra è una ripugnante eresia.
Elisabetta Rocchetti fra un set di Verdone e uno di Dario Argento beve
Negroni al Caffè della Pace, dietro piazza Navona a Roma. «Mi fa sentire più grande, lo prendevano i miei genitori». La stessa idea di iniziazione che si tramanda ha il sociologo Ivo Germano: «Il Negroni rappresenta gli anni Sessanta, l’Italia vera, viva e felice. Lo zio complice che ti portava al bar e ti offriva da bere, rimirando
la ragazza alla cassa».
Oggi c’è in Riviera romagnola un cuoco immaginifico che il Negroni lo
serve solido, in un piatto pazzesco che si chiama la Scatola dei
pesciolini perché consiste in un astuccio tipo scatola dei
cioccolatini, solo che all’interno anziché i gianduiotti ci sono
delizie di mare, come il minitoast di canocchia cruda e gelatina
appunto di Negroni. Il cuoco è Raffaele Liuzzi della Locanda Liuzzi di
Cattolica, località il cui nome ci è particolarmente caro (se si
chiamasse Islamica il Negroni vi sarebbe proibito).
Ma grandi cuochi e grandi baristi non bastano per garantire
l’esperienza mistica che questo cocktail può dare. Per l’estasi completa ci vuole una compagnia adeguata, insomma per
farla breve una donna. Che non sia però una donna da mojito, una di
quelle tipe bevo-ma-non posso, velleità tropicali e gusti puerili.
Dev’essere una donna da Negroni: di solito (esperienza personale) è
una ragazza magra che pesa la metà di te e contro ogni logica lo regge il doppio di te, accidenti.

 

Recensione “Nessuno come noi”

Festival del vintage in questo ripescaggio di atmosfere anni ottanta, quando il mondo e l’Italia voltarono pagina, in parte senza rendersene conto. Commedia romantica multigenerazionale, “Nessuno come noi” del regista Volfango De Biasi è un’idea interessante che poteva esserlo ancora maggiormente se certi nodi della trama fossero stati sviluppati meno in superficie.
La storia di “Nessuno come noi” corre su due binari paralleli: l’amore giovanile e quello adulto. All’ombra di una bella Torino, sobria e con colori tendenti al grigio come sempre, seppure in quegli anni marchiata come “ridente cittadina affacciata sulla FIAT”, lo studente Vince(nzo), voce narrante del film (attore Vincenzo Crea), si innamora quasi senza speranza della insopportabile Cate(rina) la quale però ovviamente gli preferisce il nuovo amico del cuore, l’infame Romeo, che è  figlio del docente universitario arrogante, bello e tenebroso Umberto (Alessandro Preziosi), che a sua volta tradisce la moglie con la bella Betty (Sara Felberbaum), la prof. di Vince, inizialmente abbacchiata e disillusa di suo causa naufragio del matrimonio, e quindi un po’ troppo “single per scelta”, ma poi non insensibile al fascino di Umberto, e quindi pronta a ricominciare con il docente che è quasi peggio del figlio. Incrocio di esistenze, genitori, figli, amanti, bisticci, passioni travolgenti, equivoci, mega-caos sentimentale: ma alla fine tutto si ricompone in vista del lieto fine, manco fosse un cinepanettone.

Alcune parti del film lasciano un po’ perplessi: qualche dialogo senza senso, padri che certificano passaggi all’età adulta senza molta logica, rincorse verso treni in partenza che vanno magicamente a buon fine.

Oltre a tutte queste pene amorose che in taluni momenti fanno scivolare il film da commedia a dramma, è divertente notare la passerella di alcuni simboli di quel decennio. Prima di tutto la cultura edonista dell’epoca; e cosi vediamo i due protagonisti amanti che, tra una crisi e l’altra, se la spassano immersi in bagni con schiume, candele, champagne. E poi musica anni ’80 (Spandau Ballet e “Teorema” di Marco Ferradini su tutti), griffe di moda, zainetti, piumini Moncler, musicassette, qualche progenitore di telefono cellulare dalle dimensioni preistoriche.

Luca Bianchini, autore del libro da cui è tratto il film, firma anche la sceneggiatura.

 

Recensione “Quasi nemici – L’importante è avere ragione”

Un professore di retorica della facoltà di Giurisprudenza a Parigi, un po’ razzista, prende di mira una studentessa di origini arabe: sarà la sua salvezza.

E’ da tempo che il cinema francese sforna storie di riscatto delle periferie più marginali nei confronti di tutto cio che è “centro”, ricchezza, potere. In questo “Quasi amici” del regista Yvan Attal tale riscatto avviene per mezzo del potere della parola e della sua capacità di convincere il prossimo.

Il prestigioso professore Pierre Mazard (Daniel Auteuil, in questo periodo onnipresente nei film francesi, specialmente le commedie, e quasi sempre ottimo protagonista), insegnante in questa importante facoltà di Diritto parigina, tradizionalmente orientate a destra, è il classico barone universitario che quasi nessuno vorrebbe come proprio docente: modi bruschi, tendente al cafone, sempre pronto alla provocazione e abbastanza pieno di pregiudizi nei confronti degli studenti francesi di seconda o terza generazione. Come Neila Salah (Camelia Jordana, già vista in “Due sotto il burqa”), origini nord africane e cresciuta a Creteil, una delle banlieu parigine, la quale studia e sogna di diventare avvocato. “La verità non importa, ciò che importa è avere sempre ragione” questo quel che Pierre Mazard cerca di insegnare ai suoi studenti e quindi anche a Neila. Fin dal primo giorno il rapporto fra prof. e allieva procede maluccio, con la ragazza che ha però il carattere per rispondere alle provocazioni del docente. Ma i loro destini si incroceranno ancor di più quando un infelice scontro verbale fra i due, causato da lui ovviamente, con possibili conseguenze disciplinari sullo stesso docente, spingerà il preside, per evitare provvedimenti più gravi, a imporgli di diventare il coach della ragazza nella preparazione in vista di un concorso di eloquenza che si terrà di  a poco. Cinico, determinato e preparato come è, in effetti, il prof. rappresenta per la ragazza la guida migliore. A questo punto della storia comincia quindi il prevedibile duetto tra i due protagonisti, divertente e ironico, in un’incessante sfida a colpi di battute, dialoghi taglienti e lontani dal politicamente corretto, e i due piano piano si troveranno a dover superare i pregiudizi che nutrono l’uno per l’altra. La parola e il suo potere hanno un ruolo fondamentale per difendere se stessi e gli altri.

Ovviamente più che l’esito del concorso di eloquenza, l’obiettivo del film è dimostrare che si puo imparare ed attuare la convivenza tra periferie e centri del mondo, tra i nord e i sud, abbandonando i pregiudizi e limitandosi ad affrontare ogni singolo individuo per quello che è, rispettando la sua singolarità a prescindere dal colore della pelle, dal gruppo etnico di appartenenza o altre categorizzazioni. E che l’unica arma di combattimento può e deve essere l’arte della parola, che ti fa passare dalla parte della ragione, se sei bravo ad usarla, anche quando in realtà stai nel torto. Non conta solo ciò che si dice ma anche, e certe volte soprattutto, come lo si dice. E perciò tutto si può dire, bisogna solo vedere quali argomentazioni si portano. Una brillante lezione di retorica anche per noi spettatori, raccontata attraverso questo conflittuale rapporto professore-allieva. Conflittuale fino a un certo punto, perchè ben presto tra i due nascerà un accenno di feeling che permetterà a Neila, incoraggiata dal mentore tanto tirannico quanto benevolo, di tuffarsi nel mondo dei giochi di parole, della retorica e dell’eccellenza.

 

Recensione “A star is born”

“Volevo guardarti un’ultima volta”.

Jackson rivolge per ben due volte questa frase ad Ally. Ogni volta sembra essere un addio definitivo. O un nuovo incontro.

Quarto remake della stessa storia già vista in tre film, l’intramontabile favola romantica “È nata una stella”, tormentata storia d’amore fra una promessa del mondo dello spettacolo e un divo in declino. Nei primi due film la vicenda era ambientata nel mondo del cinema, nel terzo di circa quaranta anni fa con Barbra Streisand si passava al rock. Ed è a quest’ultimo film del 1976 che si ricollega oggi Bradley Cooper, esordiente alla regia, il quale per la parte di attore protagonista decide di scritturare……se stesso. E che sceglie una certezza del mondo pop per questo suo debutto alla regia: a calcare la scena con lui è infatti niente meno che Stefani Joanne Angelina Germanotta, al secolo Lady Gaga, a sua volta all’esordio come attrice. Una piacevole sorpresa, una prova ottima anche nelle sue metamorfosi fisiche. Il finale è tutto per lei.

La storia è arci-nota: declino per l’uno e ascesa per l’altra, su fino all’Eldorado dei premi Grammy (o roba equivalente). Lui, Jackson, un passato difficile, cantante country autodistruttivo con alcool e droga, problemi all’udito, sul viale del tramonto, scopre in lei, Ally, cameriera fino a quel momento, che sporadicamente si esibisce per diletto in un localaccio nel dopo lavoro, un talento esagerato nella voce. Ed è il destino che le fa cambiare vita. I due si frequentano, poi si innamorano, lei abbandona il lavoro, diventa grazie a lui cantante a tutti gli effetti e comincia a salire, lui a scendere in un prolungato e alcolizzato percorso, con la caduta sinonimo di morte, che alla fine mostra allo spettatore la solita morale: il successo è effimero, è polvere di stelle che può scomparire improvvisamente, come improvvisamente è arrivato. Un tema scontato, un regista esordiente, un’attrice improvvisata che fino a oggi ha fatto solo la cantante… non si può dire che il film nascesse sotto i migliori auspici. Invece questa versione di “A Star is born” è riuscita a spiazzare pubblico e critica, quasi in imbarazzo ad ammettere che la performance di Lady Gaga è stata convincente (minimo), così come la prima regia di Bradley Cooper.

Sembra un film anni ’80, sia detto in accezione elogiativa e non dispregiativa; un classico melò ma anche grande film-concerto, con la musica a fare da padrona in alcuni momenti. Come in occasione del loro primo concerto insieme sul palco, quando cantono “Shallow”, subito dopo la prima notte trascorsa insieme.

Non importa che doveva essere Clint Eastwood inizialmente a dirigerlo, il quale avrebbe prodotto il suo solito capolavoro, come (quasi) sempre. “A star i born” è un film bello. Anzitutto è ben scritto, anche e forse soprattutto grazie all’aiuto di Eric Roth, già  sceneggiatore diForrest Gump”. Poi è un atto d’amore di Bradley Cooper verso Lady Gaga. Poi descrive in maniera poetica il rapporto conflittuale ma pieno di affetto tra Jackson ed il fratello (l’attore Sam Elliott). Ma è anche un film spietato. La scena della premiazione ai Grammy, con annessa pipì addosso, ha una crudeltà esagerata, proprio da parte di Cooper verso il suo stesso personaggio. Crudeltà che si vede anche nel dialogo in cui Jackson dice ad Ally che è diventata brutta.

Il film, pur con alcuni momenti ingenui e semplicistici, magari da aggiustare, funziona. E anzi è forse proprio in virtù di certe scelte sempliciotte (la ripetuta contrapposizione vita / morte, ascesa / caduta, purezza / perdizione) che riesce a regalare piccoli momenti di commozione.

Per tutto quello che eventualmente manca a questo film, appuntamento al quinto remake, tra qualche decina d’anni.

 

Recensione “The wife”

Proprio in coincidenza con l’anno in cui il Nobel per la letteratura non viene assegnato per le note vicende legate a presunte molestie e relativa (per niente ipocrita?) campagna del “Me Too”, ecco questo film che narra la storia dello scrittore Joe Castleman (l’attore Jonathan Pryce), americano di origine ebraica (ogni riferimento a Philip Roth è, forse, volutamente non casuale), che dopo avere ricevuto nella sua casa nel Connecticut la telefonata che gli annuncia di essere il vincitore del Nobel per la letteratura del 1992, è in procinto, insieme con la moglie Joan (una straordinaria Glenn Close) e il figlio (l’attore Max Irons, figlio d’arte) di partire per Stoccolma per la cerimonia di consegna del premio. Questo viaggio tuttavia finisce per rappresentare l’occasione giusta per fare riaffiorare tutti i nodi irrisolti del passato della coppia, che in terra svedese emergono ed esplodono violentemente fino all’apoteosi del dramma nella serata della cerimonia e nella notte che segue.

Dopo la scena iniziale della telefonata con l’annuncio del premio, andando avanti nel film e con l’aiuto dei soliti flash-back, si scopre che la moglie, da decenni devota al marito, ha sacrificato per lui ambizioni e talento. Ed infatti il titolo del film in italiano, con cui quello originale è stato tradotto, è “Vivere nell’ombra”.

Con i protagonisti, in viaggio sullo stesso aereo e poi sempre stranamente in zona a Stoccolma, c’e’ un invadente e non richiesto giornalista, auto-proclamatosi candidato biografo dello scrittore, che fiuta il maxi scoop / gossip di famiglia, la chiave della storia, perché ci sono strane somiglianze tra gli scritti del vanaglorioso scrittore e i primi tentativi letterari della moglie, anni prima quando era studentessa innamorata di Joe, all’epoca suo professore che per amore di lei abbandonò prima moglie e figlia. La stessa moglie, fino ad ora remissiva come abbiamo detto, è adesso pronta a porte chiuse nella stanza d’albergo al clima da redde rationem. E cosi i ricordi di questi fatti e delle infedeltà del marito, in aggiunta ai pettogolezzi del molesto giornalista che insiste nel volere scrivere la biografia dello scrittore, fanno esplodere la moglie Joan proprio alla cena ufficiale dopo la consegna del Nobel.

Basato su un romanzo di Meg Wolitzer, “The Wife” è un film in co-produzione USA, UK e Svezia, diretto da Bjorn Runge, regista svedese il cui curriculum era fino a oggi costituito da opere circoscritte alla cinematografia svedese. Il film scava dentro le dinamiche della creazione artistica letteraria e contemporaneamente denuncia la condizione del talento femminile a volte costretto ad una domestica sottomissione. Film un po’ scontato, prevedibile, ma già la sola interpretazione di Glenn Close, che con questo ruolo si candida all’Oscar, lo rende meritevole di essere visto. Il tema trattato rientra in parte nella categoria del “già visto” al cinema. Noi, con le dovute approssimazioni e molto soggettivamente, troviamo assonanze, per esempio, con “Un amore sopra le righe” del regista Nicolas Bedos, ma quello fu una vera chicca dello scorso inverno.

In questo “The Wife”, invece, lo spettatore è in grado troppo presto di rispondere alla domanda: la coppia parte per Stoccolma col rampollo frustrato che ha anche lui ambizioni letterarie e vuole copiare il papà: ma papà invece chi ha copiato?

 

Charlie e il fiore sullo scolapiatti (racconto)

Shark non ha molto in simpatia i vicini di casa, come anche altre categorie umane. Nella città dove lavora, e quindi dove vive prevalentemente, fino a qualche anno fa abitava in un residence sul mare a pochi chilometri dal centro città. Zona residenziale, molto cool.

Nell’appartamento bivani accanto al suo, viveva una coppia giovane. Lui, Roberto, tranquillo; lei, Beatrice, gentile ma un po’ troppo socievole, e soprattutto un po’ “finta”, per i gusti del nostro. Troppe smancerie da parte di lei quando si salutavano incontrandosi, se casualmente stavano uscendo od entrando nelle rispettive casette. “Piacere, io sono la vicina, tu sei il nuovo inquilino?”; “Che lavoro fai? Di dove sei?”. “Quando hai bisogno, noi siamo qua”; “Dobbiamo invitarti a cena, prima o poi”. Dopo tanti episodi di esagerata gentilezza, Shark decise di ricambiare un po’.

Per dare un tocco di (molto) presunta trasgressione alla vicenda, innanzitutto aspettò un’occasione. Un lunedì aveva visto la coppia che si stava salutando sull’uscio, allora aveva origliato vicino alla tapparella della finestra ed aveva appreso che lui stava partendo e sarebbe rimasto fuori per tutta la settimana. E cosi la sera dopo bussò alla porta dei vicini per offrire dei bocconcini di gelato appena comprati, “per mangiarli insieme tutti e tre” disse il verme. “Purtroppo Roby non c’è, è partito”, rispose Bea. “Oh come mi dispiace, proprio oggi che avevo avuto questa idea”, continuò a mentire Shark. Comunque Bea apprezzò e disse a Shark che, appena finito di rassettare, sarebbe andata da lui per consumare (il dessert, si intende). E così fece. Stettero un’oretta abbondante a chiacchierare del più e del meno, molto piacevolmente. Ovviamente lei diede il meglio del suo repertorio di “polpette”: “Dobbiamo invitarti a cena, una di queste sere” (a ridaje); “Devi venire in barca con noi, una di queste domeniche”; “ Dai, fermati qui questo week-end che organizziamo qualche cosa”. Shark rispondeva sempre: “Grazie, molto volentieri”, pur ben sapendo che nulla di tutto questo si sarebbe realizzato. Alla fine della serata erano rimasti ancora un po’ di gelatini, e Shark li offrì ancora alla vicina, proponendole di portarseli a casa. Lei accettò di buon grado, senza bisogno che lui insistesse, anche perché era golosa, oltre che abbastanza pienotta. Solo disse:

“Prestami un piatto cosi li metto li”.

Si salutarono:

“Grazie, alla prossima”.

“Grazie a te, salutami il marito”,

“Ok, riferirò, ti riporto il piatto domani o dopodomani”.

“No problem at all, anche se me lo restituisci tra due-tre giorni, figurati che cambia”.

Passavano i giorni, le settimane, e il piatto non tornava. Né ovviamente si materializzava alcuno degli inviti/proposte che Bea aveva fatto a Shark quella sera.

Un giorno Gianni era a Palermo, per una 2 giorni di lavoro, terminati i quali si fermò da Shark per il week-end. Dopo avere appreso la storia del piatto prestato alla vicina, e prevedendo anche lui che mai più sarebbe stato restituito, suggerì a Shark di mettere un fiore nello scolapiatti, nello spazio vuoto rimasto in mezzo alla sequenza orizzontale di piatti. E così fecero. Andarono insieme da un fioraio, comprarono il fiore e lo deposero con una certa solennità nello spazio vuoto. Per cui la sequenza di oggetti nel mobiletto-scolapiatti del cucinino di Shark adesso era: piatto – piatto – piatto – fiore – piatto – piatto. E così rimase per tanto tempo.

 

Recensione “Gotti” (dal Taormina Film Fest 2018)

Il regista Kevin Connolly mette in scena il film “Gotti”, un biopic del “padrino” John Gotti, con protagonista John Travolta nei panni del boss di Cosa Nostra a New York. Il film è arrivato nelle sale americane dopo un lungo travaglio durato sette anni. Ben quattro registi si sono avvicendati alla guida del film durante il suo difficoltoso cammino. Nomi come Al Pacino e Joe Pesci hanno mollato, strada facendo. Quest’ultimo addirittura ha intentato una causa da tre milioni di dollari nei confronti della produzione. Insomma, qualcuno avrebbe potuto anche cogliere questi come segni premonitori e chiudere il progetto, invece si è voluto a tutti i costi fare uscire questo film. E adesso che il film è uscito i problemi continuano, infatti regista e cast stanno affrontando dure critiche dalla stampa. Qualcuno è arrivato a scrivere che si tratta del peggiore film mai fatto sul tema mafia. Il sito specializzato Rotten Tomatoes gli ha assegnato un fantastico 0%….In ogni caso giudizio unanime: il film è un disastro. E dopo averlo visto non ci sentiamo di dissentire troppo. Un gangster movie trascurabile. Però al pubblico, in America, il film piace……

La storia ci racconta la carriera criminale di Gotti dagli anni settanta fino alla sua morte, avvenuta nel 2002 in carcere, dove stava scontando l’ergastolo. John Travolta interpreta un personaggio controverso: da una parte un buon (??) padre di famiglia, colpito da un lutto dolorosissimo quale è la morte di un figlio. Dall’altra uno spietato malavitoso, capace di uccidere a sangue freddo. Questo bello esempio di vita Gotti lo stava dando ad un altro suo figlio, John Gotti jr., che nel film è interpretato dall’attore Spencer Lofranco. Nonostante un inizio di carriera sulle orme del padre, il piccolo John si è poi dissociato dal crimine organizzato, dopo aver scontato 11 anni di prigione, ed ora è un uomo libero. Ad interpretare Victoria, la moglie di Gotti senior, è la stessa moglie di Travolta, Kelly Preston. A ricreare le atmosfere dell’epoca anche la colonna sonora curata da Pitbull. Buona comunque la interpretazione di John Travolta. Meno buona quella degli altri attori.

Il film narra una storia di mafia americana esattamente come ce la aspettiamo, secondo cliché ormai iper-collaudati e visti. Ed inoltre troppi sviluppi, tradimenti, (presunti) colpi di scena, troppi avvenimenti condensati nelle canoniche due ore del film.

Uno dei motivi per cui la critica americana ha di fatto stroncato il film potrebbe essere il fatto che che, giustamente, si è sentita anche disturbata dall’omaggio di cattivo gusto costituito dalla lunga sequenza finale, con immagini d’epoca, del funerale di Gotti a Brooklyn: il lungo corteo, le corone di fiori, gli omaggi al boss, le interviste alla gente che parla di Gotti come di un santo protettore del quartiere e della città. Si poteva evitare.

 

Recensione “Dark crimes” (da Taormina Film Festival 2018)

“Dark Crimes” è un film del 2016, presentato fuori concorso a Taormina, diretto dal regista greco Alexandros Avranas. La storia prende spunto da fatti realmente accaduti per poi, come quasi sempre accade, liberamente romanzarli, esagerarli, per produrre una opera cinematografica che dovrebbe attirare lo spettatore ancor di più della storia vera di cronaca. Dovrebbe…..

Nel 2008 un articolo di giornale portò all’attenzione un caso di cronaca molto singolare e affascinante, dal punto di vista del noir, anche se in qualche modo appartenente alla categoria del “già visto o sentito” qualche volta, in ambito giallo, almeno per gli appassionati del genere. Nel 2000 venne scoperto un cadavere torturato e incaprettato nel fiume Oder, in Polonia. Gli inquirenti non ci capiranno un accidente almeno fino al 2003, anno in cui un commissario di polizia si convinse che dietro l’omicidio ci fosse uno scrittore, e che il suo primo libro, dal titolo “Amok”, fosse in pratica una confessione, quasi come una sfida alla polizia a decifrare indizi disseminati nel libro. L’autore del libro è attualmente in carcere con una pena di venticinque anni. La storia ha avuto una forte eco, almeno in Polona, e nel 2016 è ventuo fuori questo film, scritto da Jeremy Brock.

Basato proprio su tale articolo, il film del regista greco ha una base narrativa così interessante che avrebbe potuto diventare un filmone. Dopotutto il fatto di cronaca è abbastanza incredibile. Inoltre la presenza nel cast di attori come Jim Carrey e Charlotte Gainsbourg, sembrava tale da garantire, insieme con la suspence della vicenda, una opera notevole. Invece “Dark Crimes” è abbastanza noioso, con un ritmo lento, e non riesce a fare emergere i personaggi principali nè gli attori che li interpretano.

Jim Carrey è Tadek, un detective polacco quasi in disgrazia, “l’ultimo poliziotto onesto della Polonia” e vuole coronare la propria carriera con un ultimo successo. Dopo che avviene il brutale omicidio di un abituale frequentatore di un club per adulti, il “The Cage”, il poliziotto nota che in quel locale si recava spesso anche uno scrittore che in un suo romanzo aveva raccontato un delitto praticamente identico. Partendo proprio dal libro, il detective indaga lo scrittore e la sua compagna Kasia, la quale lavorava proprio al “The Cage”. Tadek trova collegamenti sempre piu’ robusti tra il vecchio caso di omicidio ancora irrisolto e il romanzo dello scrittore, pieno di dettagli e particolari troppo accurati sul delitto. Convinto quindi di aver scovato il colpevole, si trova invece invischiato tra superiori che intralciano il suo lavoro, poliziotti corrotti, prostitute e drogate, in un groviglio di indagine.

Questa è la trama. Ma la sceneggiatura e la realizzazione, come detto, non sono state all’altezza. La suspence che si percepisce in sala non è niente in confronto a quella che poteva generarsi da un racconto più brillante di una cronaca reale così piena di spunti.

Poi c’è il grigiore dell’ambientazione polacca nella fotografia del film che, pur in parte realistico e necessario per descrivere quei luoghi, restituisce una Polonia così grigia che sembra lo stereotipo di se stessa, oltre a contribuire ad aumentare il carico di cupezza, noia e tristezza già esistenti.

Sia il talento di Jim Carrey che quello di Charlotte Gainsbourg, qui abbastanza sprecato, si era visto molto più brillante in altre occasioni. Rimane la sensazione di un’occasione persa, sia per la straordinarietà della vicenda originale, sia perché inizialmente sembrava che il regista sarebbe stato Roman Polanski, e il risultato molto probabilmente sarebbe stato migliore.