Recensione “Quasi nemici – L’importante è avere ragione”

Un professore di retorica della facoltà di Giurisprudenza a Parigi, un po’ razzista, prende di mira una studentessa di origini arabe: sarà la sua salvezza.

E’ da tempo che il cinema francese sforna storie di riscatto delle periferie più marginali nei confronti di tutto cio che è “centro”, ricchezza, potere. In questo “Quasi amici” del regista Yvan Attal tale riscatto avviene per mezzo del potere della parola e della sua capacità di convincere il prossimo.

Il prestigioso professore Pierre Mazard (Daniel Auteuil, in questo periodo onnipresente nei film francesi, specialmente le commedie, e quasi sempre ottimo protagonista), insegnante in questa importante facoltà di Diritto parigina, tradizionalmente orientate a destra, è il classico barone universitario che quasi nessuno vorrebbe come proprio docente: modi bruschi, tendente al cafone, sempre pronto alla provocazione e abbastanza pieno di pregiudizi nei confronti degli studenti francesi di seconda o terza generazione. Come Neila Salah (Camelia Jordana, già vista in “Due sotto il burqa”), origini nord africane e cresciuta a Creteil, una delle banlieu parigine, la quale studia e sogna di diventare avvocato. “La verità non importa, ciò che importa è avere sempre ragione” questo quel che Pierre Mazard cerca di insegnare ai suoi studenti e quindi anche a Neila. Fin dal primo giorno il rapporto fra prof. e allieva procede maluccio, con la ragazza che ha però il carattere per rispondere alle provocazioni del docente. Ma i loro destini si incroceranno ancor di più quando un infelice scontro verbale fra i due, causato da lui ovviamente, con possibili conseguenze disciplinari sullo stesso docente, spingerà il preside, per evitare provvedimenti più gravi, a imporgli di diventare il coach della ragazza nella preparazione in vista di un concorso di eloquenza che si terrà di  a poco. Cinico, determinato e preparato come è, in effetti, il prof. rappresenta per la ragazza la guida migliore. A questo punto della storia comincia quindi il prevedibile duetto tra i due protagonisti, divertente e ironico, in un’incessante sfida a colpi di battute, dialoghi taglienti e lontani dal politicamente corretto, e i due piano piano si troveranno a dover superare i pregiudizi che nutrono l’uno per l’altra. La parola e il suo potere hanno un ruolo fondamentale per difendere se stessi e gli altri.

Ovviamente più che l’esito del concorso di eloquenza, l’obiettivo del film è dimostrare che si puo imparare ed attuare la convivenza tra periferie e centri del mondo, tra i nord e i sud, abbandonando i pregiudizi e limitandosi ad affrontare ogni singolo individuo per quello che è, rispettando la sua singolarità a prescindere dal colore della pelle, dal gruppo etnico di appartenenza o altre categorizzazioni. E che l’unica arma di combattimento può e deve essere l’arte della parola, che ti fa passare dalla parte della ragione, se sei bravo ad usarla, anche quando in realtà stai nel torto. Non conta solo ciò che si dice ma anche, e certe volte soprattutto, come lo si dice. E perciò tutto si può dire, bisogna solo vedere quali argomentazioni si portano. Una brillante lezione di retorica anche per noi spettatori, raccontata attraverso questo conflittuale rapporto professore-allieva. Conflittuale fino a un certo punto, perchè ben presto tra i due nascerà un accenno di feeling che permetterà a Neila, incoraggiata dal mentore tanto tirannico quanto benevolo, di tuffarsi nel mondo dei giochi di parole, della retorica e dell’eccellenza.

 

Recensione “A star is born”

“Volevo guardarti un’ultima volta”.

Jackson rivolge per ben due volte questa frase ad Ally. Ogni volta sembra essere un addio definitivo. O un nuovo incontro.

Quarto remake della stessa storia già vista in tre film, l’intramontabile favola romantica “È nata una stella”, tormentata storia d’amore fra una promessa del mondo dello spettacolo e un divo in declino. Nei primi due film la vicenda era ambientata nel mondo del cinema, nel terzo di circa quaranta anni fa con Barbra Streisand si passava al rock. Ed è a quest’ultimo film del 1976 che si ricollega oggi Bradley Cooper, esordiente alla regia, il quale per la parte di attore protagonista decide di scritturare……se stesso. E che sceglie una certezza del mondo pop per questo suo debutto alla regia: a calcare la scena con lui è infatti niente meno che Stefani Joanne Angelina Germanotta, al secolo Lady Gaga, a sua volta all’esordio come attrice. Una piacevole sorpresa, una prova ottima anche nelle sue metamorfosi fisiche. Il finale è tutto per lei.

La storia è arci-nota: declino per l’uno e ascesa per l’altra, su fino all’Eldorado dei premi Grammy (o roba equivalente). Lui, Jackson, un passato difficile, cantante country autodistruttivo con alcool e droga, problemi all’udito, sul viale del tramonto, scopre in lei, Ally, cameriera fino a quel momento, che sporadicamente si esibisce per diletto in un localaccio nel dopo lavoro, un talento esagerato nella voce. Ed è il destino che le fa cambiare vita. I due si frequentano, poi si innamorano, lei abbandona il lavoro, diventa grazie a lui cantante a tutti gli effetti e comincia a salire, lui a scendere in un prolungato e alcolizzato percorso, con la caduta sinonimo di morte, che alla fine mostra allo spettatore la solita morale: il successo è effimero, è polvere di stelle che può scomparire improvvisamente, come improvvisamente è arrivato. Un tema scontato, un regista esordiente, un’attrice improvvisata che fino a oggi ha fatto solo la cantante… non si può dire che il film nascesse sotto i migliori auspici. Invece questa versione di “A Star is born” è riuscita a spiazzare pubblico e critica, quasi in imbarazzo ad ammettere che la performance di Lady Gaga è stata convincente (minimo), così come la prima regia di Bradley Cooper.

Sembra un film anni ’80, sia detto in accezione elogiativa e non dispregiativa; un classico melò ma anche grande film-concerto, con la musica a fare da padrona in alcuni momenti. Come in occasione del loro primo concerto insieme sul palco, quando cantono “Shallow”, subito dopo la prima notte trascorsa insieme.

Non importa che doveva essere Clint Eastwood inizialmente a dirigerlo, il quale avrebbe prodotto il suo solito capolavoro, come (quasi) sempre. “A star i born” è un film bello. Anzitutto è ben scritto, anche e forse soprattutto grazie all’aiuto di Eric Roth, già  sceneggiatore diForrest Gump”. Poi è un atto d’amore di Bradley Cooper verso Lady Gaga. Poi descrive in maniera poetica il rapporto conflittuale ma pieno di affetto tra Jackson ed il fratello (l’attore Sam Elliott). Ma è anche un film spietato. La scena della premiazione ai Grammy, con annessa pipì addosso, ha una crudeltà esagerata, proprio da parte di Cooper verso il suo stesso personaggio. Crudeltà che si vede anche nel dialogo in cui Jackson dice ad Ally che è diventata brutta.

Il film, pur con alcuni momenti ingenui e semplicistici, magari da aggiustare, funziona. E anzi è forse proprio in virtù di certe scelte sempliciotte (la ripetuta contrapposizione vita / morte, ascesa / caduta, purezza / perdizione) che riesce a regalare piccoli momenti di commozione.

Per tutto quello che eventualmente manca a questo film, appuntamento al quinto remake, tra qualche decina d’anni.

 

Recensione “The wife”

Proprio in coincidenza con l’anno in cui il Nobel per la letteratura non viene assegnato per le note vicende legate a presunte molestie e relativa (per niente ipocrita?) campagna del “Me Too”, ecco questo film che narra la storia dello scrittore Joe Castleman (l’attore Jonathan Pryce), americano di origine ebraica (ogni riferimento a Philip Roth è, forse, volutamente non casuale), che dopo avere ricevuto nella sua casa nel Connecticut la telefonata che gli annuncia di essere il vincitore del Nobel per la letteratura del 1992, è in procinto, insieme con la moglie Joan (una straordinaria Glenn Close) e il figlio (l’attore Max Irons, figlio d’arte) di partire per Stoccolma per la cerimonia di consegna del premio. Questo viaggio tuttavia finisce per rappresentare l’occasione giusta per fare riaffiorare tutti i nodi irrisolti del passato della coppia, che in terra svedese emergono ed esplodono violentemente fino all’apoteosi del dramma nella serata della cerimonia e nella notte che segue.

Dopo la scena iniziale della telefonata con l’annuncio del premio, andando avanti nel film e con l’aiuto dei soliti flash-back, si scopre che la moglie, da decenni devota al marito, ha sacrificato per lui ambizioni e talento. Ed infatti il titolo del film in italiano, con cui quello originale è stato tradotto, è “Vivere nell’ombra”.

Con i protagonisti, in viaggio sullo stesso aereo e poi sempre stranamente in zona a Stoccolma, c’e’ un invadente e non richiesto giornalista, auto-proclamatosi candidato biografo dello scrittore, che fiuta il maxi scoop / gossip di famiglia, la chiave della storia, perché ci sono strane somiglianze tra gli scritti del vanaglorioso scrittore e i primi tentativi letterari della moglie, anni prima quando era studentessa innamorata di Joe, all’epoca suo professore che per amore di lei abbandonò prima moglie e figlia. La stessa moglie, fino ad ora remissiva come abbiamo detto, è adesso pronta a porte chiuse nella stanza d’albergo al clima da redde rationem. E cosi i ricordi di questi fatti e delle infedeltà del marito, in aggiunta ai pettogolezzi del molesto giornalista che insiste nel volere scrivere la biografia dello scrittore, fanno esplodere la moglie Joan proprio alla cena ufficiale dopo la consegna del Nobel.

Basato su un romanzo di Meg Wolitzer, “The Wife” è un film in co-produzione USA, UK e Svezia, diretto da Bjorn Runge, regista svedese il cui curriculum era fino a oggi costituito da opere circoscritte alla cinematografia svedese. Il film scava dentro le dinamiche della creazione artistica letteraria e contemporaneamente denuncia la condizione del talento femminile a volte costretto ad una domestica sottomissione. Film un po’ scontato, prevedibile, ma già la sola interpretazione di Glenn Close, che con questo ruolo si candida all’Oscar, lo rende meritevole di essere visto. Il tema trattato rientra in parte nella categoria del “già visto” al cinema. Noi, con le dovute approssimazioni e molto soggettivamente, troviamo assonanze, per esempio, con “Un amore sopra le righe” del regista Nicolas Bedos, ma quello fu una vera chicca dello scorso inverno.

In questo “The Wife”, invece, lo spettatore è in grado troppo presto di rispondere alla domanda: la coppia parte per Stoccolma col rampollo frustrato che ha anche lui ambizioni letterarie e vuole copiare il papà: ma papà invece chi ha copiato?

 

Charlie e il fiore sullo scolapiatti (racconto)

Shark non ha molto in simpatia i vicini di casa, come anche altre categorie umane. Nella città dove lavora, e quindi dove vive prevalentemente, fino a qualche anno fa abitava in un residence sul mare a pochi chilometri dal centro città. Zona residenziale, molto cool.

Nell’appartamento bivani accanto al suo, viveva una coppia giovane. Lui, Roberto, tranquillo; lei, Beatrice, gentile ma un po’ troppo socievole, e soprattutto un po’ “finta”, per i gusti del nostro. Troppe smancerie da parte di lei quando si salutavano incontrandosi, se casualmente stavano uscendo od entrando nelle rispettive casette. “Piacere, io sono la vicina, tu sei il nuovo inquilino?”; “Che lavoro fai? Di dove sei?”. “Quando hai bisogno, noi siamo qua”; “Dobbiamo invitarti a cena, prima o poi”. Dopo tanti episodi di esagerata gentilezza, Shark decise di ricambiare un po’.

Per dare un tocco di (molto) presunta trasgressione alla vicenda, innanzitutto aspettò un’occasione. Un lunedì aveva visto la coppia che si stava salutando sull’uscio, allora aveva origliato vicino alla tapparella della finestra ed aveva appreso che lui stava partendo e sarebbe rimasto fuori per tutta la settimana. E cosi la sera dopo bussò alla porta dei vicini per offrire dei bocconcini di gelato appena comprati, “per mangiarli insieme tutti e tre” disse il verme. “Purtroppo Roby non c’è, è partito”, rispose Bea. “Oh come mi dispiace, proprio oggi che avevo avuto questa idea”, continuò a mentire Shark. Comunque Bea apprezzò e disse a Shark che, appena finito di rassettare, sarebbe andata da lui per consumare (il dessert, si intende). E così fece. Stettero un’oretta abbondante a chiacchierare del più e del meno, molto piacevolmente. Ovviamente lei diede il meglio del suo repertorio di “polpette”: “Dobbiamo invitarti a cena, una di queste sere” (a ridaje); “Devi venire in barca con noi, una di queste domeniche”; “ Dai, fermati qui questo week-end che organizziamo qualche cosa”. Shark rispondeva sempre: “Grazie, molto volentieri”, pur ben sapendo che nulla di tutto questo si sarebbe realizzato. Alla fine della serata erano rimasti ancora un po’ di gelatini, e Shark li offrì ancora alla vicina, proponendole di portarseli a casa. Lei accettò di buon grado, senza bisogno che lui insistesse, anche perché era golosa, oltre che abbastanza pienotta. Solo disse:

“Prestami un piatto cosi li metto li”.

Si salutarono:

“Grazie, alla prossima”.

“Grazie a te, salutami il marito”,

“Ok, riferirò, ti riporto il piatto domani o dopodomani”.

“No problem at all, anche se me lo restituisci tra due-tre giorni, figurati che cambia”.

Passavano i giorni, le settimane, e il piatto non tornava. Né ovviamente si materializzava alcuno degli inviti/proposte che Bea aveva fatto a Shark quella sera.

Un giorno Gianni era a Palermo, per una 2 giorni di lavoro, terminati i quali si fermò da Shark per il week-end. Dopo avere appreso la storia del piatto prestato alla vicina, e prevedendo anche lui che mai più sarebbe stato restituito, suggerì a Shark di mettere un fiore nello scolapiatti, nello spazio vuoto rimasto in mezzo alla sequenza orizzontale di piatti. E così fecero. Andarono insieme da un fioraio, comprarono il fiore e lo deposero con una certa solennità nello spazio vuoto. Per cui la sequenza di oggetti nel mobiletto-scolapiatti del cucinino di Shark adesso era: piatto – piatto – piatto – fiore – piatto – piatto. E così rimase per tanto tempo.

 

Recensione “Gotti” (dal Taormina Film Fest 2018)

Il regista Kevin Connolly mette in scena il film “Gotti”, un biopic del “padrino” John Gotti, con protagonista John Travolta nei panni del boss di Cosa Nostra a New York. Il film è arrivato nelle sale americane dopo un lungo travaglio durato sette anni. Ben quattro registi si sono avvicendati alla guida del film durante il suo difficoltoso cammino. Nomi come Al Pacino e Joe Pesci hanno mollato, strada facendo. Quest’ultimo addirittura ha intentato una causa da tre milioni di dollari nei confronti della produzione. Insomma, qualcuno avrebbe potuto anche cogliere questi come segni premonitori e chiudere il progetto, invece si è voluto a tutti i costi fare uscire questo film. E adesso che il film è uscito i problemi continuano, infatti regista e cast stanno affrontando dure critiche dalla stampa. Qualcuno è arrivato a scrivere che si tratta del peggiore film mai fatto sul tema mafia. Il sito specializzato Rotten Tomatoes gli ha assegnato un fantastico 0%….In ogni caso giudizio unanime: il film è un disastro. E dopo averlo visto non ci sentiamo di dissentire troppo. Un gangster movie trascurabile. Però al pubblico, in America, il film piace……

La storia ci racconta la carriera criminale di Gotti dagli anni settanta fino alla sua morte, avvenuta nel 2002 in carcere, dove stava scontando l’ergastolo. John Travolta interpreta un personaggio controverso: da una parte un buon (??) padre di famiglia, colpito da un lutto dolorosissimo quale è la morte di un figlio. Dall’altra uno spietato malavitoso, capace di uccidere a sangue freddo. Questo bello esempio di vita Gotti lo stava dando ad un altro suo figlio, John Gotti jr., che nel film è interpretato dall’attore Spencer Lofranco. Nonostante un inizio di carriera sulle orme del padre, il piccolo John si è poi dissociato dal crimine organizzato, dopo aver scontato 11 anni di prigione, ed ora è un uomo libero. Ad interpretare Victoria, la moglie di Gotti senior, è la stessa moglie di Travolta, Kelly Preston. A ricreare le atmosfere dell’epoca anche la colonna sonora curata da Pitbull. Buona comunque la interpretazione di John Travolta. Meno buona quella degli altri attori.

Il film narra una storia di mafia americana esattamente come ce la aspettiamo, secondo cliché ormai iper-collaudati e visti. Ed inoltre troppi sviluppi, tradimenti, (presunti) colpi di scena, troppi avvenimenti condensati nelle canoniche due ore del film.

Uno dei motivi per cui la critica americana ha di fatto stroncato il film potrebbe essere il fatto che che, giustamente, si è sentita anche disturbata dall’omaggio di cattivo gusto costituito dalla lunga sequenza finale, con immagini d’epoca, del funerale di Gotti a Brooklyn: il lungo corteo, le corone di fiori, gli omaggi al boss, le interviste alla gente che parla di Gotti come di un santo protettore del quartiere e della città. Si poteva evitare.

 

Recensione “Dark crimes” (da Taormina Film Festival 2018)

“Dark Crimes” è un film del 2016, presentato fuori concorso a Taormina, diretto dal regista greco Alexandros Avranas. La storia prende spunto da fatti realmente accaduti per poi, come quasi sempre accade, liberamente romanzarli, esagerarli, per produrre una opera cinematografica che dovrebbe attirare lo spettatore ancor di più della storia vera di cronaca. Dovrebbe…..

Nel 2008 un articolo di giornale portò all’attenzione un caso di cronaca molto singolare e affascinante, dal punto di vista del noir, anche se in qualche modo appartenente alla categoria del “già visto o sentito” qualche volta, in ambito giallo, almeno per gli appassionati del genere. Nel 2000 venne scoperto un cadavere torturato e incaprettato nel fiume Oder, in Polonia. Gli inquirenti non ci capiranno un accidente almeno fino al 2003, anno in cui un commissario di polizia si convinse che dietro l’omicidio ci fosse uno scrittore, e che il suo primo libro, dal titolo “Amok”, fosse in pratica una confessione, quasi come una sfida alla polizia a decifrare indizi disseminati nel libro. L’autore del libro è attualmente in carcere con una pena di venticinque anni. La storia ha avuto una forte eco, almeno in Polona, e nel 2016 è ventuo fuori questo film, scritto da Jeremy Brock.

Basato proprio su tale articolo, il film del regista greco ha una base narrativa così interessante che avrebbe potuto diventare un filmone. Dopotutto il fatto di cronaca è abbastanza incredibile. Inoltre la presenza nel cast di attori come Jim Carrey e Charlotte Gainsbourg, sembrava tale da garantire, insieme con la suspence della vicenda, una opera notevole. Invece “Dark Crimes” è abbastanza noioso, con un ritmo lento, e non riesce a fare emergere i personaggi principali nè gli attori che li interpretano.

Jim Carrey è Tadek, un detective polacco quasi in disgrazia, “l’ultimo poliziotto onesto della Polonia” e vuole coronare la propria carriera con un ultimo successo. Dopo che avviene il brutale omicidio di un abituale frequentatore di un club per adulti, il “The Cage”, il poliziotto nota che in quel locale si recava spesso anche uno scrittore che in un suo romanzo aveva raccontato un delitto praticamente identico. Partendo proprio dal libro, il detective indaga lo scrittore e la sua compagna Kasia, la quale lavorava proprio al “The Cage”. Tadek trova collegamenti sempre piu’ robusti tra il vecchio caso di omicidio ancora irrisolto e il romanzo dello scrittore, pieno di dettagli e particolari troppo accurati sul delitto. Convinto quindi di aver scovato il colpevole, si trova invece invischiato tra superiori che intralciano il suo lavoro, poliziotti corrotti, prostitute e drogate, in un groviglio di indagine.

Questa è la trama. Ma la sceneggiatura e la realizzazione, come detto, non sono state all’altezza. La suspence che si percepisce in sala non è niente in confronto a quella che poteva generarsi da un racconto più brillante di una cronaca reale così piena di spunti.

Poi c’è il grigiore dell’ambientazione polacca nella fotografia del film che, pur in parte realistico e necessario per descrivere quei luoghi, restituisce una Polonia così grigia che sembra lo stereotipo di se stessa, oltre a contribuire ad aumentare il carico di cupezza, noia e tristezza già esistenti.

Sia il talento di Jim Carrey che quello di Charlotte Gainsbourg, qui abbastanza sprecato, si era visto molto più brillante in altre occasioni. Rimane la sensazione di un’occasione persa, sia per la straordinarietà della vicenda originale, sia perché inizialmente sembrava che il regista sarebbe stato Roman Polanski, e il risultato molto probabilmente sarebbe stato migliore.

 

Recensione “Transfert” (da Taormina Film Fest 2018)

Buona questa opera prima del regista e scrittore catanese Massimiliano Russo, con un thriller psicologico ben congegnato, in concorso in questo rinato (diciamo pure resuscitato, con merito di chi è riuscito in tale impresa) festival del cinema di Taormina. Molto buona l’accoglienza in sala alla fine della proiezione, presenti regista e alcuni attori.

Stefano Belfiore (l’attore Alberto Mica), psicoterapeuta, riceve i pazienti nel suo studio a Catania. Un’umanità varia (a dir poco) si alterna sul divano di questo giovane professionista che, inizialmente entusiasta del suo lavoro, cerca di dare serenità ai pazienti e soprattutto cerca di instaurare con loro un rapporto di fiducia . Ma succedono almeno due imprevisti: il dottore accetta di prendere in cure due sorelle, andando contro i consigli del suo personale psicoterapeuta e mentore che suggeriva di non farlo. E poi c’è un paziente, con il suo stesso nome di battesimo, il quale durante le sedute in studio crea una situazione strana, quasi un gioco perverso di sfida al dottore, tirando in ballo a sorpresa le due sorelle di cui abbiamo detto, le quali, inoltre, durante le loro sedute, singole e di coppia, trasmettono l’una le fragilità psichiche dell’altra (“Transfert”, appunto). L’equilibrio delle sedute si destabilizza, sia quelle tra Stefano e il suo omonimo, che quelle tra Stefano e le sorelle; per non parlare del rapporto, personale e professionale, che precipita tra Stefano ed il suo terapista/supervisore. Fino al sorprendente finale in cui il regista scioglie i nodi del thriller.

Questo avvincente noir psicologico affronta le pratiche dell’inconscio, quindi l’animo umano viene sviscerato alla grande, per poi anche risalire a fatti accaduti durante l’infanzia, con esperienze emozionali non correttamente eleborate; ma il regista è bravo a non entrare nei dettagli tecnici delle metodologie di lavoro della psicanalisi, si limita a raccontare una storia che coinvolge persone che ruotano attorno a questo studio di psicanalisi.

Ottima l’attrice Paola Roccuzzo nella parte di Letizia, una delle due sorelle. Minima la scenografia, originale la fotografia dai colori sbiaditi, in coerenza con la storia, e in contrasto quindi con la solita bellissima cinematografica Catania di sole, mare, Etna.

 

Recensione “The Tale” (da Taormina Film Fest 2018)

“The Tale” è un film del 2018 scritto e diretto da Jennifer Fox e basato sulla sua stessa vita, indelebilmente segnata da un caso di ripetuto abuso sessuale in giovanissima età. L’attrice protagonista è Laura Dern. Dopo la presentazione al Sundance Film Festival, adesso il film è passato fuori concorso in quesa edizione di “rinascita” del festival di Taormina.

La storia narra della vita della regista e documentarista Jennifer (interpretata da Laura Dern), la quale conduce un’esistenza apparentemente serena insieme al suo compagno. La sua routine viene scombussolata dal ritrovamento da parte della madre di un diario scritto da Jennifer a 13 anni, in cui viene raccontata, nei modi ingenui di una bambina di 13 anni, un’inquietante storia fra l’allora ragazzina e i suoi due allenatori di equitazione, Mrs. G e Bill, entrambi adulti. Rileggendo le parole da lei stessa scritte, Jennifer capisce che la verità è ben diversa da come ricordava, o da come si era augurata di potere ricordare, per cui si sforza di focalizzare di nuovo tutto, specialmente i dettagli, e comincia un lavoro di analisi interiore e di ricerca dei responsabili per portare alla luce quanto da lei subito.

Con “The Tale”, Jennifer Fox mette in scena una dolorosa parte della sua stessa vita, trascinando lo spettatore verso un lacerante caso di abuso fisico ed emotivo, operando la scelta di mettere in secondo piano la spettacolarizzazione di una vera e propria tragedia umana per privilegiare un approccio più intimo e psicologico, nell’intento di fare percepire allo spettatore ciò che lei stessa ha provato e vissuto. La regista ha dichiarato di avere pienamente compreso quanto le era accaduto solo dopo i 40 anni. Il film ripercorre così i passi della stessa regista, mostrando con realismo quanto avviene in una mente sconvolta da un orrore troppo forte non soltanto per essere rivelato, ma anche per essere accettato.

La prima parte di “The Tale” è la più interessante. Avanti e indietro tra un presente fatto di rievocazioni, racconti e foto, e un passato che ritorna fuori piano piano, il film mostra diverse ricostruzioni, alcune ingannevoli, altre che si rivelano false e poi quella vera, per mostrare come il tempo avesse modificato i ricordi della protagonista e come a fatica questa stia comprendendo ed elaborando per la prima volta quegli eventi.

Laura Dern è molto brava nel rendere quello che è prima di tutto un percorso interiore di presa di coscienza dei fatti, dando vita a una performance di grande misura ed equilibrio, fino ad una reazione umanamente più emotiva nel finale. Un’interpretazione di grande intensità e sostanza, che conferma il talento e il carisma di questa attrice.

Elizabeth Debicki e Jason Ritter, gli attori che interpretano la versione giovane dei due aguzzini di Jennifer, sono per buona parte del film visti come orchi “quasi buoni”, nel senso che le immagini evitano di rendere troppo palesi i loro abusi e i tentativi di abusi, ma ovviamente nei loro caratteri e modi di intrappolare la ragazzina, traspare il loro essere subdolo, e molto peggio. Ma forse i due mostri non sembrano nemmeno troppo tali anche a causa della naturale autoindulgenza che Jennifer Fox, la regista che è anche la protagonista della narrazione, mostra verso se stessa nel raccontare la propria storia. Determinata a raccontare con lo scopo di fare i conti con il passato, la regista è senza dubbio una vittima ma indugia tantissimo in questo, per quanto la sua sia una posizione rispettabilissima. In altre parole, forse il film tende a parzialmente coprire la figura dei due loschi per assicurarsi che la attenzione sia tutta sulla vittima.

Invece gli esperti attori Frances Conroy e John Heard, che interpretano gli stessi due personaggi ma nella fase della loro vecchiaia, quando Jennifer adulta praticamente è ormai sulle loro tracce, rendono bene l’immagine di due persone  (“ex orchi”) ormai invecchiati ma consapevoli del dolore da loro provocato nel passato.

In conclusione, “The Tale” si rivela un dramma biografico coraggioso, di acuta introspezione psicologica e di grande impatto emotivo sul pubblico.  Un film un po’ duro, che ricorda i soprusi che quotidianamente avvengono anche nei luoghi e nelle situazioni apparentemente più sicuri. E che spinge lo spettatore a scavare nel proprio passato per superare anche le  esperienze più dolorose.

 

Recensione “Dogman”

Anzitutto onore e grandi elogi all’attore reggino Marcello Fonte che alla sua prima interpretazione di un personaggio principale, ha vinto il premio come miglior attore al recentissimo festival di Cannes.

Il film è un noir liberamente ispirato ad un atroce fatto di cronaca romana di fine anni ’80; il regista Matteo Garrone racconta la storia del “canaro”, proprietario di un negozio di toletta per cani nel rione della Magliana. Marcello, questo il nome del canaro, per anni viene vessato da un molto presunto amicone, Simone (attore Edoardo Pesce), un gigantesco energumeno con il cervello inversamente proporzionale ai muscoli, fino a che tutta la rabbia accumulata negli anni non esplode nella brutale vendetta.

Prima di arrivare alla tragedia finale, vediamo Marcello, uomo piccolo e mite, che vive nella periferia della città; divide le sue giornate tra il modestissimo lavoro, l’amore assoluto per la figlia, un pacifico rapporto con i suoi vicini del quartiere da cui si fa benvolere, e un amore grande per i cani con i quali lavora, dal chihuahua al pitbull, ma soprattutto con il suo, di cane, con il quale a casa divide pure la pasta dallo stesso piatto, nel senso che proprio attinge con la forchetta alternandosi sull’unico piatto con il muso della bestiola. Una scena schifosa. Ma per arrotondare Marcello spaccia cocaina; questo fatto lo porta ad instaurare una torbida amicizia con Simone, il delinquente locale di cui abbiamo detto, il quale con piccoli crimini e atti di violenza terrorizza gli abitanti del posto, senza che nessuno abbia il coraggio di intervenire. Marcello gli procura la droga, lo aiuta in alcune rapine e subisce passivamente i suoi soprusi, accontentandosi della (quasi) nulla percentuale che Simone gli garantisce.

Un giorno Simone esagera con un furto, Marcello viene ovviamente incastrato e si fa un anno di carcere pur di non tradire l’amico facendo il suo nome alla Polizia. Quando Marcello esce di prigione, Simone, come era facilmente prevedibile, non gli riconosce la sua parte ed allora si scatena l’abisso di vendetta nella mente del personaggio protagonista. Con un escamotage, riesce ad attirare Simone nel suo negozio e a chiuderlo in una gabbia per cani, e qui comincia l’atroce vendetta. Marcello non voleva che la cosa degenerasse, gli bastavano solamente le scuse di Simone, ma quando questi riesce quasi a liberarsi dalla gabbia, ecco che, soprattutto per paura, Marcello non può che andare oltre con la violenza fino ad uccidere il suo aguzzino quasi torturandolo, legato ad una catena per i cani.

Il regista ha girato il film al Villaggio Coppola, frazione di Castel Volturno, ma riproducendo lo stesso ambiente romano della storia vera, quindi un quartiere periferico, quasi un non-luogo, dove le persone cercano di sopravvivere. Palazzi cadenti, strade sterrate luride, muri scrostati, pozzanghere, luci al neon fioche e tremolanti che brillano (si fa per dire) ad illuminare insegne di locali lerci. Praticamente una discarica con le persone dentro. “Dogman” è un racconto di morte che ha per protagonista il male, alimentato dal degrado nel quale si viveva in certe (molte) periferie italiane, all’epoca della storia, e oggi è forse ancora peggio. Il film poggia molto sulla straordinaria interpretazione del neoattore Marcello Fonte che interpreta il brutto, fragile, miserabile eppure dolce protagonista, confinato negli abissi della periferia con l’unica consolazione dell’amore per la figlia e per i cani.

Matteo Garrone bravo come in “Reality” e “Gomorra” nell’affermarsi come notevole autore in un ambito che possiamo definire ancora neo-realista, con personaggi che vivono ai margini, periferia culturale, materiale e spirituale. Impeccabile la sua direzione degli attori. Un bel film italiano per il quale abbiamo fatto il tifo a Cannes e che in effetti poteva arrivare fino all’eldorado della Palma d’oro.

 

Recensione “La prima meta”

La Giallo Dozza è la squadra di rugby del carcere di Bologna.
Max il loro allenatore, un vero allenatore di rugby,  oltre che un laureato in psicologia. Il che farà la differenza.

“La prima meta “, docufilm di Enza Negroni del 2016 narra senza retorica e sbavature sentimentalistiche, la nascita di una squadra di rugby che milita in categoria regionale C3, senza mai giocare fuori casa.
La determinazione dell’allenatore, quello della della direttrice del carcere che affianca il progetto, del responsabile della sicurezza, ma soprattutto dei giocatori, che cercano e trovano una motivazione che li proietti fuori dalla monotonia della vita carceraria, ma che li aiuti  anche  nella scoperta di una nuova solidarietà, fare squadra, riescono nell’intento.

Ci sono le difficoltà, le delusioni, la testardaggine dell’allenatore che non fa niente per illuderli, ma vuole il risultato. Che non è il punteggio sul campo, ma la nascita di una solidarietà fra i singoli e la compattezza della squadra. Ci si allena e si gioca con tutte le condizioni meteo, e si sa che Bologna non è una città calda d’inverno.

E a poco a poco, le mura  claustrofobiche che  precludevano la vista del cielo e soffocavano anche lo spettatore come i giocatori, sembrano aprirsi allo spettacolo sportivo quando agli allenamenti seguono le partite vere, con il pubblico di sorveglianti, ma anche di familiari e ospiti esterni, sugli spalti.
La squadra nasce, attraverso attese, delusioni, fatica, difficoltà, ma tanta voglia di farcela.
Per abbattere, almeno per quelle poche ore della partita, l’ostacolo che separa da una libertà, e che per alcuni porta il sigillo terribile del ‘fine pena mai’.

Max, Massimiliano  Zancuoghi , ora allenatore della squadra di Rugby dell’Alghero, lavora sul doppio binario dell’atletismo e della psicologia, col cesello del sentimento e con lo sprone di un metaforico pugno di ferro; li affronta a brutto muso, e li incoraggia fraternamente.

L’80% dei carcerati che hanno partecipato ad attività sportive, teatrali, creative o lavorative in carcere non hanno avuto una recidiva. E questo qualcosa significa.

Le riprese, durate quasi due anni, effettuate per evidenti necessità con una troupe ristretta al massimo di sole tre persone, seguono da vicino  le vicende sia della vita sportiva, sia di quella carceraria, con i momenti di tristezza, le lettere dei familiari, la preghiera (il 60% dei detenuti del Dozza sono stranieri e per lo più arabi, albanesi, rumeni, serbi), lo studio del Corano, la solitudine delle notti insonni.

Le partite, alla fine, rappresentano una liberazione, un momento atteso e stimolante che aiuta a sopportare la reclusione e fa sperare in un domani, per chi potrà, segnato da un destino finalmente migliore.

[Recensito dalla collaboratrice Manuela].