Recensione “La vita in un attimo”

Un film molto bello. Un flusso emotivo che procede cadenzato dalla musica di Bob Dylan, l’epopea multigenerazionale di una famiglia, esseri umani segnati da bellezze interiori che finiscono dentro a tunnel di buio pesto ma alla cui estremità filtra la luce che li salverà.

Il regista Dan Fogelman racconta di un uomo e una donna, poi un ragazzo e una ragazza, che si inseguono lungo un labirinto di destini che parte da New York, si sposta in Spagna e torna in America dopo un giro pazzesco. Un inno all’amore, una forza che può uccidere ma che sa anche combattere ed elevarsi, capace di commuovere e di spronare a non arrendersi mai. Amore inteso non solo come unione di due persone, quanto come percorso in grado di condurre via dall’oscurità dei giorni bui.

“La vita in un attimo” è un film delicato e struggente, che narra le molteplici sfaccettature della vita e dell’amore, la loro imprevedibilità, di come una scelta o un fatto o un bivio della vita possa essere determinante per un futuro forse già scritto, possa aprire o chiudere porte che non si pensava esistessero. Al confronto “Sliding Doors” è una barzelletta, è come se in quel film la protagonista riuscisse ad entrare nella metro prima che la porta scorrevole si chiuda e….basta, fine del film. E poi in “Sliding Doors” le eventuali conseguenze di una porta attraversata in tempo piuttosto che chiusa in faccia erano fesserie amorose in confronto a qui, dove invece a ogni gate di questo diagramma di flusso che è la vita, l’uscita può essere una tragedia immane invece che la salvezza.

La storia è quella di Will (Oscar Isaac) e Abby (Olivia Wilde) e della loro relazione, dai tempi del college fino al momento di una tragica, quanto inaspettata separazione che pone Will davanti alla consapevolezza di non poter vivere una vita normale se non al fianco della donna che ama. Ma la vita mischierà le carte in giuoco, portando (tra mille altre vicende) sulla strada di questi due giovani amanti un proprietario terriero (Antonio Banderas). I due protagonisti vengono presentati e raccontati dalla voce fuoricampo di Samuel L. Jackson. Una storia suddivisa in vari capitoli, attraverso due continenti, come detto, passando dal grigio di New York all’assolata ed indolente Andalusia, e ritorno. Ed è soprattutto nelle parti ambientate in Spagna che anche la fotografia del film fa un salto in alto verso l’eccellenza, supportando l’impatto emotivo della storia.

Il regista concentra il suo sguardo su degli individui che mostrano il volto delle loro fragilità. Non c’è personaggio che non sia alla disperata ricerca di un qualcosa che possa aiutarlo a rimanere a galla. La scelta però, soprattutto finale, è quella di concentrarsi sulla celebrazione della vita: non tanto su ciò che asfalta le persone ma su quello che spinge ad andare avanti.

“La vita in un attimo” è un film che parla alla pancia dello spettatore, messo a riflettere su quasi niente di razionale ma soltanto davanti alle proprie emozioni. Su tutto, il ruolo che l’amore giuoca nella vita di ognuno, ed infatti “Make you fell my love” di Bob Dylan campeggia nella parte musicale del film.

Cast di prestigio che riesce a rendere questa oscillazione costante tra orrore e speranza, tra i traumi che i personaggi si trascinano dietro e i sogni per cui vale la pena continuare a combattere. Oscar Isaac e Olivia Wilde quasi al meglio delle loro interpretazioni.

Recensione “Il traditore”

Tommaso Buscetta, don Masino “‘il boss dei due mondi”, narrato in un film che non è semplicemente una biografia, ma il ritratto di un uomo controverso e per tanti ragioni distante dagli stereotipi del mafioso che abbiamo sovente visto sullo schermo.
Questo film “Il traditore” del regista (maestro di cinema) Bellocchio si può dividere in due parti. La prima, stringata e serrata, segue il filo degli avvenimenti a partire dalla fatale riunione in una villa di Palermo, sfavillante di gente elegante e di accessori e situazioni di pessimo gusto, fra i capi dei mandamenti che risulteranno perdenti, di fronte all’insorgenza dei “viddrani”, i corleonesi rampanti di Totò Riina. Scorrono sullo schermo, agghiaccianti, i numeri che contano i morti di questa guerra che sconvolse la Sicilia nei primi anni ’80.
Poi ci si sposta a Rio de Janeiro, dove Buscetta vive con la terza moglie brasiliana, e tutti i figli dei due precedenti matrimoni. In Sicilia sono rimasti solo i figli maggiori, che verrano brutalmente uccisi da Pippo Caló.
Gli avvenimenti, piuttosto precisi, vengono inframmezzati da spunti lugubri così cari a Bellocchio, i fantasmi di Buscetta: sono sogni di morte, la sua morte, il suo funerale, così tipicamente palermitano. I fantasmi del suo passato di killer che tuttavia non ha mai ambíto a fare carriera in Cosa Nostra. I ricordi familiari, con i figli piccoli, le mogli, la vita apparentemente normale, che si scontra con la criminalità mai negata, il carcere, la tortura.
Nella seconda parte, tuttavia, il film perde concisione, e il ritmo cala un po’ seguendo troppo da vicino la biografia del protagonista e, nonostante alcune scene eccezionali (l’interrogatorio al maxi processo di Totuccio Contorno, che oltre a parlare a mitraglia si esprime solo in siciliano stretto mettendo in difficoltà i giudici; o il confronto Caló – Contorno – Buscetta , dove ognuno esprime un aspetto diverso dei suoi ruoli all’interno dell’associazione) scade un po’ nella cronaca spicciola, perdendo mordente.
Un film comunque godibilissimo, con un cast davvero straordinario, anche nei personaggi minori, tutti diretti mirabilmente.
Primo fra tutti Pierfrancesco Favino, che ancora una volta, oltre a sfoggiare una recitazione tutta in sottrarre, senza sbavature o plateali esibizioni di sicilianitá, recita in una originalissima lingua siculo-anglo-portoghese, del tutto diversa dal siciliano classico, con inflessioni leggerissime e personalissime, studiate a calco sulle registrazioni originali. Ingrassato e imbolsito, regge primi piani lunghi e intensi, focalizzati sugli occhi, espressivi, mobilissimi e commoventi.
Luigi Lo Cascio è un Totuccio Contorno “nirbuso”, persino un po’ isterico, all’opposto del riflessivo e cauto Buscetta.
Una pagina terribile della nostra storia, con il maxi processo e l’omicidio del giudice (eroe) Falcone, magistrato che non strinse affatto amicizia con il boss, come sovente si legge, ma seppe rispettarne, da buon magistrato intelligente, la personalità, per poi trarne il massimo dalle confessioni.
Belle le ambientazioni, in una Sicilia antica e moderna, in Brasile, nei vicoli di Palermo; frequenti i contributi da filmati originali inseriti sapientemente, ma senza mai abusarne.
“Il traditore”, un film da vedere.

Recensione “L’uomo che compró la luna”

Premessa (quasi) indispensabile: per una piena e totale fruizione del film “L’uomo che compró la luna”, del regista Paolo Zucca, la sua comprensione e quindi il divertimento che ne risulta, sarebbe necessario conoscere bene i sardi e la Sardegna. E naturalmente non basta andare due settimane a S. Teresa di Gallura in agosto al mare, frequentare più o meno marginalmente la Costa Smeralda occhieggiando i vip sugli yacht milionari ormeggiati, o stazionare speranzosi fuori dal Billionaire o succedanei, in attesa di calciatori o soi-disant attricette in disarmo.
Ma occorre immergersi nell’entroterra, percorrere le strade che a stretti tornanti si arrampicano fra le sughere per poi sfociare su pascoli deserti o si affacciano su paesaggi lunari; fermarsi in paesini apparentemente disabitati a prendere un caffè nei bar disadorni frequentati dagli anziani e dai pochi giovani locali, magari azzardando un tentativo di conversazione. Se vi riesce. Insomma, vivere la Sardegna, abitarvi, capire cosa significhi essere sardi. E non crediate che sia facile, se non si affronta questa impresa con lo spirito adatto e la giusta predisposizione.
Nel film, due agenti al servizio dei ‘poteri forti’ americani, si accorgono che la Luna è proprietà di un sardo. E decidono di inviare un emissario per capire che cosa si nasconda dietro questo mistero.
Il regista e le sceneggiatrici, Geppi Cucciari e Barbara Alberti, conoscono bene la materia e ne hanno fatto tesoro. Il film, apparentemente stralunato, ma con una trama ben delineata e godibile, tratta soprattutto della riappropriazione della ‘sarditá’ da parte di un protagonista che, per vicende familiari, dalla Sardegna è lontano. Una fiaba tenera e comica, a tratti decisamente surreale, tutta incentrata sulla riappropriazione di una identità forte e difficile da abbandonare. Kevin/Gavino si addentra nella storia da milanese riconvertito in sardo da un ‘formatore culturale’ locale, percorrendo una strada irta di ostacoli e luoghi comuni (assolutamente reali, garantisco) che sono la vera sostanza del film. Il possesso della luna, che poi sarebbe la Sardegna stessa, è un pretesto per parlare di una popolazione a lungo dimenticata, sottovalutata o maltrattata dalla storia e dalla politica. Ma sono talmente tante le verità che vengono a galla nel corso del film, ben interpretato da attori noti e da figure che si stenta a capire se appartengano a filodrammatiche locali, o siano stati presi al volo da un pascolo, che non si può fare a meno di ridere e constatarne, a tratti, la drammatica amara verità.
Non a caso il film, apparso timidamente sull’isola, ha fatto un boom di incassi in continente, anche grazie a una regia essenziale e senza sbavature sentimentalistiche.
E non accenna a diminuire il suo gradimento.

by manu52

 

Recensione “Red Joan”

Il libro “La ragazza del KGB” di Jennie Rooney, a sua volta ispirato alla vicenda reale di Melita Norwood, fisica nucleare ed ex agente britannica arrestata per spionaggio negli anni Novanta con l’accusa di avere trasmesso all’Unione Sovietica informazioni per costruire la bomba atomica ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, è alla base del film “Red Joan” di Trevor Nunn.
Joan Stanley è la protagonista del libro e del film, interpretata da anziana da una a tratti commovente Judi Dench, e da giovane da Sophie Cookson.
Studentessa di fisica a Cambridge, integerrima e brillante, viene a poco a poco coinvolta nel giro dei simpatizzanti comunisti che negli anni ’30 furono attivi nella prestigiosa università. La sua collaborazione alla sperimentazione della bomba atomica la rende un interessante obiettivo per convincerla a passare informazioni all’Unione Sovietica, cosa che, dopo diverse e travagliate vicende, farà con uno scopo ben preciso e, secondo il regista, non per interesse personale, ma con una motivazione intelligente e meditata.
Quello che ne risulta è un film godibile, ma forse un po’ mutilato, soprattutto nella sceneggiatura, dove si sentirebbe il bisogno di un maggiore coinvolgimento politico e personale della protagonista, e meno di una sua apparente sottomissione sentimentale a questo o quel personaggio maschile che tenta di tirala dalla sua parte, non si capisce bene se per amore o semplice strumentalizzazione.
Da questo equivoco sembra affrancarsi il personaggio interpretato da Judi Dench, che ha ben chiare in mente le cause del suo tradimento. Ma nei flashback che narrano le vicende del passato, la protagonista sembra più in balia degli avvenimenti che non di una reale e meditata strategia morale.
L’interpretazione della Dench, molto trattenuta, fatta soprattutto di primi piani e sguardi, si staglia sul resto del cast, onesto e ben strutturato, ma inevitabilmente inferiore. Forse darle maggiore spazio avrebbe anche avvantaggiato il film nel suo complesso.

 

Recensione “Il gioco delle coppie”

Le commedie francesi, a confronto di quelle nostrane, stupiscono sempre per la disinvoltura con cui affrontano lunghe e complicate conversazioni di carattere culturale, che alla fine sono proprio base e sostanza del film, cosa che le nostre commedie, anche le migliori, e mi viene in mente “Perfetti sconosciuti”, non si sognerebbero mai di osare. Come in un film del miglior Woody Allen, la gente parla per ore di libri, arte, film, musica, senza mai mostrare noia o insofferenza, addentrandosi nei dettagli, litigando persino, senza darsi per vinta e senza neppure abbandonare il cocktail o la sigaretta.
Ma a differenza del mitico Woody, dove sovente la conversazione scivola nel parossismo intellettualistico e di conseguenza nell’ironia, quando non addirittura nella satira, qui nel film “Il gioco delle coppie” il regista Assayas resta ben ancorato alla realtà.
Un editore, uno scrittore fra lo stralunato e il disagiato per mancanza di motivazioni autoriali, le rispettive mogli, amanti, segretarie, discutono di argomenti che sono ben ancorate anche alla realtà letteraria italiana. Sempre mangiando…
Il futuro del libro sarà l’eBook ? Il cartaceo sta scomparendo? Gli audiolibri sono veramente in testa alle vendite? Ha senso pubblicare, e quando, la versione digitale di un titolo editato tradizionalmente?
Ma soprattutto, un autore che scrive un libro in apparenza autobiografico, può rendere riconoscibili i suoi personaggi, o rischia querele dalla moglie separata?
La serietà e l’insistenza dei dialoghi monotematici può risultare inizialmente un po’ troppo insistita e quindi noiosa; fino a quando si percepisce l’ironia del regista. E si cominciano ad apprezzare le incongruenze insite nei personaggi e nei loro ruoli. A poco a poco la strategia si rivela e ognuno appare come è e non come credevamo che fosse. Grande prova attoriale di tutto il cast e ambientazioni da capogiro solo apparentemente semplici e fascinosamente disordinate. Quel tocco di nonchalance che i francesi sanno introdurre così bene e che distingue da sempre anche la loro filmografia. E sullo sfondo una critica non benevola, ma neppure velenosa alla nostra società, intellettuale e non.
Un buon film, da vedere.

 

By manu52

Perché vale la pena vedere “Manhattan” di Woody Allen

Volentieri pubblichiamo integralmente il bellissimo articolo di Gabriele Gargantini, apparso su “Il Post” dello scorso 25 aprile.

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Ci sono certe cose per cui vale la pena di vedere “Manhattan”

Che uscì 40 anni fa e fu scritto, diretto e interpretato da Woody Allen

Il 25 aprile di quarant’anni fa uscì Manhattan, il nono film di Woody Allen. Lui ha detto che non gli è mai piaciuto, moltissimi altri lo ritengono uno dei suoi film migliori, perché divertente, romantico e profondo.

Di per sé, Manhattan è una commedia romantica dalla trama nemmeno troppo complicata. Ma ci sono cose, tante cose – la fotografia, la musica, Manhattan, certe scene, certe frasi e Woody Allen – che lo rendono qualcosa di altro rispetto a un’ottima commedia romantica. Quando uscì Manhattan, Gene Siskel, stimato critico del Chicago Tribune, definì il film la miglior commedia romantica dell’anno, ma anche il miglior film drammatico dell’anno. In effetti Manhattan è un film spensierato e allegro, ma anche malinconico e pieno di citazioni colte; un film che è allo stesso tempo romantico e cinico, diretto ma anche complesso. Un film che, come ha scritto Fabio Fulfaro su Sentieri Selvaggi, mette insieme «Groucho Marx e Bergman, Chaplin e Fellini».

Manhattan è senza dubbio tra i film da vedere o rivedere, e ci sono certe cose per cui vale la pena farlo.

L’inizio con gli inizi
Il film si apre con diverse immagini di New York accompagnate dalla musica e dalla voce del protagonista, che prova diversi incipit per il suo romanzo su New York. Il protagonista è Isaac Davis, la musica è la Rapsodia in blu di George Gershwin. Il primo tentativo di incipit è: «Adorava New York, la idolatrava smisuratamente». L’ultimo, pronunciato appena prima che la musica diventi più intensa, è: «New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata».

La città
Molto semplicemente, Manhattan mostra Manhattan. Allen disse: «È la mia visione romantica e personale della vita a Manhattan. Mi piace pensare che se tra cent’anni la gente lo vedrà, imparerà qualcosa di cos’era la vita in città negli anni Settanta».

Da questo punto di vista, certe immagini sono quasi da documentario: mostrano com’era la Fifth Avenue, il Guggenheim, il planetario, Central Park, Staten Island e Washington Square Park. Come ha fatto notare il critico Norman Holland, il film «trasforma Manhattan in arte e, nel farlo, la semplifica». In certi casi la Manhattan del film è bellissima, quasi irreale, nonostante il protagonista, in uno dei suoi incipit, ne parli come di una «metafora della decadenza della cultura contemporanea». Nella Manhattan di Manhattan ci sono solo bianchi, benestanti e generalmente colti. Nel film si vedono poi poche cucine e poche camere da letto, ma molti marciapiedi e monumenti.

Il bianco e nero
Uno degli incipit tentati a inizio film dice: «Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero». Allen stesso disse in un’intervista: «Forse è colpa delle vecchie foto, dei film e dei libri, ma è così che mi ricordo New York».

Allen scelse fin da subito di girare il film in bianco e nero, una cosa per niente comune a fine anni Settanta, quando la nostalgia del bianco e nero era probabilmente meno sentita di ora. A occuparsi delle immagini del film fu il direttore della fotografia Gordon Willis, che aveva lavorato a Il padrino e a Tutti gli uomini del presidente, e che con Allen aveva collaborato per Io e Annie e Interiors. Willis era noto a Hollywood come “il principe della oscurità” perché, anche girando a colori, amava molto i chiaroscuri intensi e i neri decisi. Per Manhattan scelse però un bianco e nero meno duro e più romantico e realistico. Nel 1979, il critico del New York Times scrisse che il film «era così esteticamente bello da non sembrare reale».

La musica
Lo stesso tentativo di incipit che parla di bianco e nero aggiungeva subito dopo che New York «pulsava dei grandi motivi di George Gershwin».

Sembra strano, visto il titolo, ma Allen raccontò che l’idea per il film gli venne ascoltando la canzone, non pensando a Manhattan. Pensò quindi a un film da far girare sulle musiche di Gershwin, morto nel 1937, e non il contrario. Tutte le canzoni della colonna sonora di Manhattan furono composte da Gershwin, uno dei più celebri compositori del Novecento, ed eseguite dalle orchestre filarmoniche di New York e di Buffalo. Per parlare di quanto bene stanno insieme musica e immagini nel film, Peter Bradshaw, critico del Guardian, scrisse: «È quasi impossibile credere che la musica non sia stata composta appositamente per il film. E ora è quasi impossibile sentirla senza pensare al film. I loro destini si sono uniti».

I personaggi
Isaac, detto Ike, è interpretato da Allen ed è un coltissimo ma non particolarmente talentuoso autore televisivo di 42 anni con due divorzi alle spalle. Il lavoro non gli piace e lo abbandona per scrivere il suo romanzo su New York.

Oltre a Ike, i personaggi principali sono tre: Tracy, la studentessa di 17 anni con cui si vede; Yale, il suo migliore amico, che insegna letteratura; e Mary, una giornalista divorziata che all’inizio frequenta Yale ma che poi finisce con Ike. La storia del film non è quella di Yale e Ike che litigano per una donna: anzi, è Yale a consigliare a Ike di uscire con lei. È la storia delle relazioni tra le persone, e in particolare di Ike. Quando inizia il film, si è appena lasciato con l’ex moglie, poi frequenta Tracy, poi Mary torna con Yale e Ike si rende conto che in realtà vuole Tracy. Mary è Diane Keaton, Yale è Michael Murphy e Tracy è Mariel Hemingway (nipote di Ernest, lo scrittore).

La trama è vivace e con cose non banali: ci sono tradimenti, l’ex moglie di Ike (Meryl Streep) l’ha lasciato perché lesbica e, ovviamente, c’è un uomo di 42 anni che frequenta una donna di 17. Ma non è la trama quello che conta. È il modo in cui i personaggi pensano, agiscono e, soprattutto, quello che si dicono tra loro. Le prime parole del film, subito dopo i tentativi di incipit di Ike, le dice Yale e sono: «Io credo che l’essenza dell’arte sia fornire una sorta di approfondimento delle situazioni della gente, sapete?».

Le parole
Allen scrisse la sceneggiatura insieme a Marshall Brickman, con il quale aveva già collaborato con Il dormiglione ed Io e Annie. In quanto film di Allen, Manhattan è pieno di battute, gag verbali e frasi a effetto. Accompagnati, come mai prima di allora, da fitti dialoghi sulla vita e sulla morte. Norman Holland ha scritto: «Manhattan è un film verbale. Certo, Allen è sempre verbale, ma in genere sono frasi-da-una-riga. Questo film si poggia invece su una serie di lunghi discorsi, necessari per presentare certe tesi».

Citazione dal film: «Beh, io sono all’antica. Io non credo alle relazioni extra-coniugali. Credo che ci si dovrebbe accoppiare a vita, come i piccioni, o i cattolici»

La tecnica
Manhattan è gran parte di quello che è per le sue parole, ma non è solo parole. Nonostante in genere lo si tenda a considerare un regista poco interessato a certi tecnicismi, Allen fece alcune notevoli scelte per questo film. Oltre al bianco e nero, scelse ad esempio di girare in widescreen, un particolare formato in cui il rapporto tra lato lungo e lato corto dell’immagine è di 2,35 a 1: un formato atipico, che rendeva l’immagine molto più ampia.

Come spiega Fabio Fulfaro, in Manhattan ci sono alcune peculiari scelte di regia: «l’effetto decadrage, con i personaggi al limite esterno del campo di ripresa a sottolineare la loro marginalità e decentramenti»; «i piano sequenza con lenti carrelli all’indietro» (in cui la cinepresa si allontana fino a lasciare, in certi casi, che i personaggi parlino fuori dall’inquadratura); i netti stacchi tra un’inquadratura e l’altra (spesso in chiaro accordo con le musiche di Gershwin); «i pedinamenti frontali e le carrellate laterali» in cui la cinepresa segue i personaggi mentre passeggiano per New York. Fulfaro scrive  addirittura che «Manhattan sembra girato dalla cinepresa di Bertolucci o Truffaut».

Il formato widescreeen permette inoltre di fare inquadrature fuori dal comune: essendo l’inquadratura molto larga, i personaggi dialogano spesso restando tutti nell’inquadratura (e non, come succede spesso, con la cinepresa che fa ping-pong tra uno e l’altro). Ci sono anche scene in cui a parlarsi, camminando per strada, sono quattro persone. Secondo Holland è un chiaro esempio di tecnica al servizio della pratica perché «dà l’idea della vita sociale di New York».

La locandina
Tra le tante cose per cui Manhattan è ancora ricordato c’è la sua locandina. Mostra Ike e Mary (cioé Allen e Keaton), seduti su una panchina di Sutton Place Park, che tra l’altro fu portata per l’occasione, perché lì non c’era nessuna panchina. I due guardano il Ponte di Queensboro, che collega Manhattan e il Queens.

La scena mostrata nella locandina fu girata tra la fine della notte e l’inizio della mattina e la produzione del film chiese alla città di New York di lasciare le luci del ponte accese un po’ più del dovuto, per far venire meglio le riprese.

Willis raccontò in un’intervista che, con un tono molto pacato, disse al responsabile di produzione che si era occupato della cosa: «Lo sai che quelle luci mi servono, vero? Lo sai che se quelle luci si spengono, ti ammazzo, vero?». Successe poi, non è chiaro perché, che alcune luci si spensero; ma nessuno fu ucciso. Una cosa notevole di questa locandina è che è la locandina di un film romantico i cui due soggetti alla fine non finiscono insieme: lei, dopo una breve parentesi con lui, torna dall’amico di lui, con cui stava prima. E lui, alla fine del film capisce che non vuole lei, ma quella con cui stava prima.

I riferimenti
Nello stesso film in cui ci sono frasi come «sei così bella che stento a tenere gli occhi sul tassametro», ci sono anche tante citazioni colte. Alcune visive – ad esempio al film Gioventù bruciata, nella scena al planetario – altre verbali a scrittori, registi e artisti come Carl Jung, Scott Fitzgerald, Jean Renoir, Zelda Fitzgerald, Sigmund Freud, Gustav Mahler, Ingmar Bergman, Federico Fellini. Manhattan è una commedia romantica, ma per i discorsi che vengono fatti e i personaggi che vengono citati è chiaramente anche un film colto, pieno di riferimenti e ragionamenti che non sempre vengono capiti a pieno da chi lo sta guardando.

Yale: Per me LeWitt è sopravvalutato anzi potrebbe essere candidato per la nostra accademia. Mary e io abbiamo inventato un’Accademia dei sopravvalutati.
Mary: Sì, è vero.
Yale: Per i tipi come Gustav Mahler.
Mary: Isak Dinesen e Carl Jung.
Yale: Scott Fitzgerald.
Mary: Lenny Bruce. Non dimentichiamocelo. E allora Norman Mailer?
Isaak: Per me sono tutti grandi. Tutti quelli che avete nominato.
Yale: E poi? Ce n’era un altro…
Mary: No, no, io no, era tuo. Ricordi? Heinrich Böll.
Isaak: Sopravvalutato?
Yale: Comunque non vorremmo lasciar fuori…
Isaak: E allora Mozart? Non vorrete lasciar fuori Mozart, già che siete a buttarli via.
Mary: Vabbè, allora Vincent Van Gagh o Ingmar Bergman?
Isaak [a Tracy]: Van Gagh? Si dice Van Gagh?
Yale: Ah, Ora ti sei messa nei guai con Bergman.
Isaac: Bergman è l’unico genio del cinema d’oggi forse.

Le cose per cui vale la pena di vivere
Oltre che per le battute, le inquadrature, la locandina, la musica, i riferimenti e la città, Manhattan è ricordato per la scena, più volte citata, in cui Ike – ma forse più di Ike, Allen – elenca le cose per cui vale la pena vivere.

«Be’, ci sono certe cose per cui valga la pena di vivere. Per esempio, per me, io direi il vecchio Groucho Marx, per dirne una. E Joe DiMaggio e, il secondo movimento della sinfonia Jupiter e Louis Armstrong, l’incisione di “Potato Head Blues”. I film svedesi, naturalmente, L’educazione sentimentale di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, quelle incredibili mele e pere dipinte da Cézanne, i granchi da Sam Wo».

Un comico, un giocatore di baseball (nella versione originale è Willie Mays, che però in Italia non era così noto), un pezzo di una sinfonia di Mozart, una canzone, un po’ di film svedesi («naturalmente»), un romanzo, un attore, un cantante (e attore), i frutti di un pittore francese e i granchi di ristorante.

Poi Ike ci ripensa e aggiunge all’elenco:

«Il viso di Tracy»

La fine
Dopo aver pensato al suo viso e a lei, Ike attraversa New York per andare da Tracy, che sta partendo per andare a studiare a Londra (dove lui l’aveva convinta ad andare). Bradshaw ha scritto, tra l’altro, che fu proprio questo film a imporre il cliché della corsa contro il tempo per convincere l’amato (o l’amata) a non partire.

In questo caso Ike riesce a incontrare Tracy e prova a convincerla a restare, dato che lui la ama. Lei invece gli dice che ormai deve partire, che starà via solo sei mesi e che magari per loro ci sarà tempo e modo di tornare a essere una coppia. In un finale che per molti è una citazione di quello di Luci della città di Charlie Chaplin, le ultime parole sono di Tracy che, dopo tutte le elucubrazioni del film, e le paranoie di Ike sull’uscire insieme a una ragazza che “deve fare i compiti”, sembra dare a Ike una lezione molto semplice e pragmatica: «Senti, sei mesi non sono tanti. E non è che tutti si guastino». Le ultime parole del film, anche queste molto semplici, le dice sempre Tracy:

«Bisogna avere un po’ di fiducia, sai, nella gente».

 

Recensione “Il verdetto” (“The Children Act”)

Tratto da un romanzo di Ian McEwan, “La ballata di Adam Henry”( 2014), il film “Il verdetto” narra del caso giudiziario cui si deve dedicare l’integerrima giudice delle Corte Suprema londinese (Emma Thompson), solita a dover trattare tematiche familiari.
Quando però sul suo tavolo arriva il caso di un ragazzo ancora minorenne cui i genitori, testimoni di Geova, vogliono proibire la trasfusione di sangue per non infrangere il proprio credo, la giudice, pur sapendo che in casi analoghi il Children Act (1989) tutelerebbe comunque la salute e la sopravvivenza del paziente minore, anche contro il parere dei genitori, vuole conoscerlo per rendersi conto personalmente di quanto le convinzioni della famiglia influiscano sulla sua stessa decisione di non accettare le cure.
Questo incontro sortisce una inattesa svolta: il ragazzo si lascia convincere, mentre nella giudice si instaura un sentimento a metà fra maternità frustrata e cotta adolescenziale. Uscito dall’emergenza, poi, il ragazzo, non si sa bene se per riconoscenza o per immaturità, perseguita ingenuamente la sua salvatrice con lettere, telefonate, messaggi, appostamenti, poesie.
Fino all’evento finale che non diremo per non guastare le attese.
Complessivamente “Il verdetto” risulta un film scialbo e poco incisivo, quasi inutile. Anche se certamente l’interpretazione di Emma Thompson riesce a dare una parvenza dignitosa. Le vicende familiari della protagonista si allacciano alle tematiche professionali, ma niente suggerisce, al di là della vicenda drammatica in se stessa, la ricerca di scavo psicologico.
I genitori del ragazzo sono due fugaci figurine appena accennate.
La protagonista, sempre trattenuta e indecisa fra i ruoli di moglie-gelosa-ma-non-troppo e giudice anche fuori dall’aula, non sa che ruolo scegliere.
Il marito non pare neppure lui troppo convinto del comportamento da tenere.
Niente è appassionante, niente è approfondito. Tutto appare posticcio in una sceneggiatura che, nonostante abbia la firma dello stesso Ian McEwan, non viene valorizzata dalla regia di Richard Eyre.
Davvero una occasione persa, vista la presenza di una attrice i cui magistrali, lunghi primi piani ci fanno rimpiangere non sia stata impiegata in maniera migliore.

By manu52

Recensione “Santiago, Italia”

Dove eravamo noi, allora ancora bambini, o i nostri fratelli appena ventenni, quell’11 settembre (maledetta data) 1973?

L’estate ancora nell’aria, tornati dalle vacanze, ci accingevamo ad affrontare un nuovo autunno e una nuova stagione. Forse siamo rimasti un po’ distanti, distratti. Troppo giovani, impegnati nei nostri piccoli problemi quotidiani. Ma poco dopo ci pensarono gli Inti Illimani fuggiti dal Cile a risvegliare le nostre coscienze con quel “Y el pueblo unido jamás será vencido “, che a lungo risuonò ovunque. Un inno facile e orecchiabile che (molti) adottarono volentieri, forse con un po’ di incoscienza e pochissima consapevolezza. Certo, c’erano i super informati, gli attivisti, i giornali. Ma la tv e la stampa mi sembra che cercarono di ridurre tutto al solito colpo di stato in un paese del Sudamerica.

Oggi vedere “Santiago, Italia” al cinema, (ri)vedere sullo schermo quelle immagini agghiaccianti, la gente che con le mani sopra la testa entra nello stadio di Santiago, viene spintonata giù dagli autobus, i caccia dell’esercito cileno che bombardano il Palazzo della Moneda, ci dà una scossa, direi salutare.
Nanni Moretti, al suo primissimo documentario, intervista personalmente un buon numero di persone di diverse provenienze sociali che quegli anni li hanno vissuti da ventenni: avvocati, artigiani, medici, registi, giornalisti, anche personaggi famosi. Ognuno di loro ha una esperienza da narrare, alcune abbastanza traumatizzanti. Moretti intervista anche due ex ufficiali dell’esercito della giunta militare di Pinochet, uno dei quali ancora detenuto in carcere. Si discolpano con apparente disinvoltura, con motivazioni contraddittorie. “I militari non fanno politica”, afferma uno. “Io non sono un torturatore” sostiene l’altro. E provoca l’unica reazione di Moretti che afferma: “io non sono imparziale”, uscendo solo per un attimo dall’ombra in cui si è mantenuto fino ad allora, senza voler tenere lezioni di morale, politica o storia (per nostra fortuna).

In conclusione di “Santiago, Italia” c’è la vicenda del diplomatico che apre le porte dell’ambasciata italiana ( “non ricevetti nessuna indicazione, mi affidai all’istinto”) dando modo a numerosi cileni di espatriare verso altri paesi, molti in Italia, dove tutti i partiti si schiereranno per l’accoglienza e molti italiani accoglieranno a casa propria questi sconosciuti sempre in attesa di poter rientrare. Il Cile restó per molti anni un Paese insicuro; molti non rientrarono mai. Ora questo film/documentario di Moretti ci ricorda ciò che è stato fatto allora da una Italia solidale, che non assomiglia affatto a quella di oggi. Un film da vedere, per sapere, farsi domande, ricordare. Imparare. Ma la Storia non insegna niente agli uomini, come ebbe a dire Antonio Gramsci.

by manu52

Recensione “La favorita”

Yorgos Lanthimos dirige un film che ha come protagonista una delle sovrane meno conosciute dagli stessi inglesi, ma che durante il suo regno firmó leggi di notevole importanza e modernità. Tuttavia il regista sostiene di non aver voluto fare un film storico. Se la vicenda che lega Anna d’Inghilterra ( una strepitosa Olivia Colman) alla sua dama di compagnia Lady Sarah Churchill, prima duchessa di Marlborough e antenata di Winston Churchill ( Rachel Weisz ) è reale, il soggetto non è privo di inesattezze e divagazioni volutamente fantasiose. Anna soffriva di gotta e morì di vaiolo; ebbe veramente diciotto gravidanze e solo un figlio le sopravvisse; e durante il suo regno nel XVIII secolo, l’Inghilterra era in guerra con la Francia, una guerra che fu dispendiosa e disastrosa. Abigail Masham, infine, era la cugina di Lady Sarah, e la sua irruzione a corte determinò la guerra di potere fra le due donne che si contendevano i favori della regina, insieme alla discrezionalità di fare scelte politiche a favore dei loro protégée. Il resto è creazione fantasiosa.

“La favorita” è sorprendente e originalissimo soprattutto per l’uso che il regista fa della macchina da presa, del montaggio e dell’obiettivo fisheye in alcune scene, probabilmente per dare maggiore ampiezza agli ambienti, pieni di arredi e vuoti di persone, già enormi e ricchi di quadri, soprammobili e arazzi, e per dilatarne ulteriormente la percezione. Un uso che potrebbe anche risultare fastidioso, come volutamente disturbante è lo scandire di una nota ossessivamente ripetuta da una percussione e da uno strumento ad arco, un violoncello o contrabbasso, che pare il metronomo della vita che scorre a palazzo: vuota anch’essa.
Anna è una donna capricciosa e infantile che si infatua facilmente e facilmente si disamora. Riempie la sua solitudine con i suoi 17 coniglietti, uno per ogni bimbo perso, che scorrazzano sul parquet o sul suo letto, e riposano in ampie gabbie dorate. E si ingozza di dolci, nonostante la malattia invalidante che la costringe in sedia a rotelle o a servirsi di stampelle. Succuba delle manovre della duchessa, sarà ugualmente vittima della giovane Abigail, cugina di Lady Sarah e nobile decaduta, entrata a corte come sguattera e assurta a ruolo di cameriera personale della regina, grazie alla sua abilità di manipolatrice.
Il potere è donna, sembra sottintendere il regista.
Tanto che le figure maschili, quelle poche che hanno un ruolo serio e determinato, appaiono sullo sfondo, solo per discutere di strategia militare.
Gli altri sono ridicoli pupazzi con smisurate parrucche e trucco pesante, impegnati nella corsa delle oche, o dediti a gozzoviglie e giochi volgari come studenti in vacanza, nonostante la nobile nascita e le alte cariche ricoperte.
Un certo gusto per il grottesco e la propensione a voler dissacrare ci riporta a “The Draughtsman’s Contract ” ( “I misteri del giardino di Compton House”); mentre alcune riprese a lume di candela non possono che ricordarci “Barry Lyndon”.
Ma Lantymos non ha lo stesso amore per l’arte, che influenzò fortemente le pellicole di Greenaway e di Kubrick, né gli interessa sottintendere una metafora sociale; e alla fine la pellicola rivela una certa freddezza che offre allo spettatore la bellezza dei luoghi e la bravura delle interpreti, ma lascia una insoddisfazione di fondo.

Per chi fosse interessato alle location, le riprese sono state fatte soprattutto a Heathfield House, per quanto riguarda gli esterni e la camera della Regina. Hampton Court a Londra ospita le cucine e il lungo corridoio perlinato, la Cartoon Gallery e la Fountain Court.
Mentre l’ambiente dove la regina Anna fa il suo discorso ufficiale, che si ricorda soprattutto per gli splendidi soffitti ‘a ventaglio’, appartiene alla Bodleian Library della Università di Oxford.
Coloro che fossero interessati al tracking musicale, un insieme di brani del periodo barocco e composizioni moderne, molto originale, possono approfondire qui https://www.tunefind.com/movie/the-favourite-2018

By Manu52

 

Recensione “Green Book”

“Il talento non basta, ci vuole coraggio per cambiare il cuore della gente”

Fresco di Oscar appena vinto come miglior film in assoluto dell’anno, “Green Book” di Peter Farrelly (2018) è un classico “buddy movie” ambientato negli Stati Uniti ribollenti del 1962.
Un pianista colto, raffinato, poliglotta, ricchissimo e celebre, che si è anche esibito alla Casa Bianca, ma irrimediabilmente nero, Donald Shirley interpretato da Mahershala Alí, e un  rozzo Italo-americano ignorante, maleducato e abituato a frequentare quel genere di gente che sconfina facilmente con la malavita di New York, Tony Vallelonga  buttafuori noto come Tony Lip, impersonato da  Viggo Mortensen,  si incontrano perché il primo ha bisogno di un autista factotum per intraprendere una tournée negli Stati del profondo sud.
Gli inizi non sono incoraggianti, i due sono agli antipodi, le incomprensioni all’ordine del giorno, anche perché Tony, pur non potendosi definire razzista, soffre di quelle idiosincrasie verso i neri che sono frutto di ignoranza, più che di disprezzo.
Lentamente, con il procedere del viaggio in auto, che li porterà negli Stati dove vige ancora la separazione dalle persone di colore e i neri sono costretti al coprifuoco notturno, il bianco si renderà conto che l’assurdità delle leggi razziali, contro le quali anche lui vuole combattere con una impulsività e una violenza che si riveleranno controproducenti, li mette improvvisamente allo stesso livello. La bilancia sembra equilibrarsi: Shirley,  chiuso nella camera di sicurezza da uno sceriffo arrogante e  antipatico, fa la telefonata che, a sorpresa, risolverá la situazione.
E Vallelonga fará valere il suo essere bianco suggerendo al suo datore di lavoro di non esibirsi nel locale dove non gli permettono di cenare nella sala da pranzo e gli hanno riservato  come camerino lo sgabuzzino delle scope.
Intanto si avvicina la vigilia di Natale, che segna la fine della tournée.
E qui scatta la parte ovvia e un po’ retorica così cara a certo cinema americano: la nevicata blocca l’auto e un poliziotto, finalmente umano, li ferma per dir loro  che hanno una ruota a terra: sono  ritornati nell’America civile ( o meno segregazionista?).
A casa di Tony i parenti  chiassosi e siculissimi preparano l’albero e si riuniscono per la cena della vigilia  e anche Don, che non ha una famiglia, potrà godere di un po’ di serenità e forse uscirà dal suo quasi volontario isolamento.
Ho letto di scoppi di ilarità nelle sale dove si proiettava il film, e anche alla Festa del Cinema di Roma.
In effetti alcune situazioni sono paradossali, certe battute rivelano i limiti di Tony, e il divario fra i due è già di per sè piuttosto divertente.
Ma sinceramente non mi sembra che la situazione in se stessa possa essere definita ‘leggera’, men che meno comica.
Senza dubbio si tratta di un film ben fatto, accurato e ben scritto.
Ma che deve sopportare il peso di un immenso peccato originale che ancora macchia la coscienza degli Stati Uniti d’America. Il Green Book era infatti un prontuario per neri che si fossero messi in viaggio negli Stati del sud, atto a guidarli fra alberghi, locali, negozi e servizi dedicati a loro, per non contravvenire alle leggi ed evitare aggressioni e gravi repressioni.
La frase che si legge all’inizio, vera chiave del film, viene pronunciata da uno dei due musicisti russi che si esibiscono con il pianista, e che spiegano così a Tony perché Shirley abbia voluto intraprendere questo viaggio così irto di difficoltà, pericoli e mortificazioni.
Il talento non basta, infatti. Ci vuole coraggio per riuscire a mutare uno stato di cose che a qualcuno possono apparire ovvie, ma ad altri sembrano, e sono, mostruose.
Un coraggio che dovremmo mostrare tutti, nel nostro piccolo, per opporci a qualsiasi tipo di ingiustizia sociale o umana.

Il regista Peter Farrelly, reduce da trascorsi cinematografici non proprio di grande successo, noto per una serie di pellicole demenziali, compie indubbiamente un salto di qualità, proponendoci un soggetto fortemente voluto dal figlio dello stesso Vallelonga, Nick, che  mette a disposizione della produzione una vasta scelta di documenti, aneddoti, ricordi personali, fotografie e le stesse registrazioni lasciate del padre sia  durante il periodo da buttafuori nel locale dove cantarono anche  Frank Sinatra  e Bob Dylan, che nella successiva fase di amicizia con Don Shirley.