Non siamo mai stati fan sfegatati di Robert Redford, ma innegabilmente le sue interpretazioni de “La stangata”, “Come eravamo”, “Butch Cassidy”, “A piedi nudi nel parco”, dove rinuncia al ruolo di bello per essere un credibile attore comico con una strepitosa Jane Fonda, “I tre giorni del condor”, ma soprattutto “Tutti gli uomini del Presidente”, lo facevano ricordare fra i migliori artisti di Hollywood.
Mancano alla lista “Il grande Gatsby” o “Gente comune”, proprio perché la sua recitazione non ha mai del tutto rapito, a dispetto della prestanza fisica e del plauso generale del pubblico. Ma sinceramente affidarsi a questo regista e a questa pellicola per dare l’addio allo schermo non crediamo sia stata una idea brillante.
La storia vera, ma forse eccessivamente edulcorata, del rapinatore di banche gentile e sorridente che evade di continuo dal carcere, e non si stanca mai di prendersi gioco della polizia, ha un che di fasullo e costruito, che non convince già dalle prime scene.

E poco o nulla serve a risollevare una stanca sceneggiatura il sottotesto ironico o forse nelle intenzioni addirittura comico, con cui si vuole condire la vicenda
Tutto si svolge in una atmosfera sonnolenta e anestetizzata, dove tutti sembrano in trance, compreso il poliziotto che lo vorrebbe arrestare. Svogliato e distratto, non si sa se per esigenze di ruolo o per incapacità di Casey Affleck, si trascina da casa al posto di lavoro, demotivato e afflitto, sembra, da altri pensieri che non siano arrestare il rapinatore.
La banda dei vecchietti terribili, con un irriconoscibile Tom Waits, sembra vivere ben al di sotto delle proprie possibilità, visto il numero impressionante di colpi messi a segno: perché? Inefficienza, noia, demenza senile in agguato? Non si sa.
E la signora che intercetta fortunosamente il rapinatore gentiluomo, Sissy Spacek, pare abbia la sola funzione di contraltare di genere, messo lì per fornire alla sceneggiatura una traccia sentimentale, sui generis anche quella.
Strade e ambienti vuoti, abitazioni trasandate e male illuminate, tavole calde stranamente silenziose, auto che si inseguono a ritmi indolenti e senza clamore. Molte inquadrature sembrano ricordare più i quadri di Edward Hopper per l’abbigliamento del protagonista, il contesto sospeso e onirico, le atmosfere cupe e le luci fredde, che non la vita che si faceva negli anni ’80, quando già cappelli da uomo e trench erano retaggio del passato, seppur recente.

Un’ora e mezza passata a indagare da vicino le rughe di Robertone Redford, che i primissimi piani non gli risparmiano e che anzi, sembrano contributo indispensabile e risarcimento dovuto e postumo a una carriera cinematografica che non meritava davvero una fine così poco onorevole.
Un film da dimenticare, subito.

by manu52

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