Con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci
Regia di Martin Scorsese, 2019

Tratto dal romanzo “I Heard You Paint Houses” di Charles Brandt, 2004

Frank Sheeran, De Niro, è il narratore di una storia di mafia, omicidi, corruzione nella piena tradizione filmica di Scorsese. L’inizio soprattutto ci ha riportato alla mente quello di “C’era una volta in America” con un De Niro anziano che inizia a ricordare . O a narrare. Qui il film, ambientato a partire dal primo dopoguerra, si svolge su molteplici piani narrativi, trattati tutti magnificamente, tanto da non confondere mai lo spettatore. E se la tecnica elettronica che ringiovanisce i volti è abbastanza straniante all’inizio, e un De Niro con gli occhi azzurri non ce lo saremmo aspettati mai, successivamente la trama, molto coinvolgente nonostante la lunghezza del film, la bravura degli interpreti e l’esigenza di attenzione sono stati prevalenti sul non focalizzarci sulla staticità delle espressioni.

I fatti narrati e i personaggi sono tutti autentici, anche se si tratta di un film e non di un documentario,e nonostante Sheeran sia stato abbastanza ambiguo nel narrare all’autore del libro gli avvenimenti che hanno riguardato Hoffa. La Storia e la politica si alternano ai delitti di mafia. Sheeran, che a prima vista sembra un ometto pacifico, sempre impegnato a smussare angoli e conciliare personalità opposte e apertamente nemiche, all’occorrenza non esita a scaricare un revolver sulla faccia di chiunque gli commissioni il suo mentore Bufalino, uno straordinario Joe Pesci ( che candiderei senza esitare alla statuetta per la migliore interpretazione da non protagonista ai prossimi Oscar). E subito dopo verrebbe Al Pacino, che interpreta un Hoffa a tratti comico, ridicolo nelle sue piccole manie di eleganza, puntualità e bon ton. Robert De Niro ormai da tempo immemorabile interpreta solo se stesso, con la medesima maschera poco caratterizzante ed espressiva, e di fronte a questi due “mostri” occupa una posizione inferiore.

Scorsese ha messo molta ironia nel ritrarre questo mondo mafioso, e si ride abbastanza per i tic e il linguaggio grottescamente rozzo di questi uomini che nonostante tutto hanno in mano i destini di migliaia di persone coinvolte, anche a loro insaputa, nei loro loschi affari. Ci si diverte, e poi, di botto, ecco la sventagliata, l’esplosione, l’agguato e il cadavere che giace riverso nella pozza nera del proprio sangue. Credo che stia molto in questo avvicendarsi di umori l’abilità del regista, che ci fa partecipare a feste, cocktail sfarzosi, visitare ville hollywoodiane, ammirare gioielli e orologi di una ricchezza e una bruttezza inverosimile. E ridiamo anche noi ai discorsi surreali dei mafiosi, che sembrano sempre giocare come bambini. Ma sul più bello, qualcuno estrae un ‘ferro’ e poco dopo assistiamo a un funerale.

Questo altalenare di leggerezza e dramma, farsa e tragedia, bambini spaventati da genitori che riconoscono come violenti e brutali,ma con i quali devono dividere la tavola e le loro vite, e mogli che fanno finta di niente per sopravvivere in condizioni di evidente privilegio; ma soprattutto una ironia e un disincanto che da soli formano la spina dorsale del film, sono gli elementi che fanno di “The Irishman” uno dei più bei film visti quest’anno.

Una menzione particolare per la scelta delle musiche, fra le quali abbiamo riconosciuto “Delicado”, per noi dettaglio non irrilevante che ci ha riportato a un’infanzia lontanissima.

Lunga vita a Martin Scorsese, dunque.

P.S. Senza temere di spoilerare, possiamo dire di non aver mai visto nessuno dipingere un muro di una qualsiasi casa, per tutta la durata del film.

By manu52

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