Recensione “Amori che non sanno stare al mondo”

Lei è una ricercatrice universitaria, lui un docente, entrambi di mezza età; si innamorano, prima c’è il tumulto della passione, poi subentra la routine di coppia, e quindi lei che vorrebbe regolarizzare il rapporto, lui che tende a scappare. La solita schermaglia contemporanea da maschi contro femmine in questo film di Francesca Comencini. La storia narrata ci mostra ancora una volta che ci sono amori che fanno stare male e ci sono persone che non dovrebbero stare insieme. A meno di non considerare la sofferenza come appuntamento fisso in alcune esistenze, come quella della protagonista Claudia (attrice Lucia Mascino, quella della serie web “Una mamma imperfetta”), nevrotica, insicura, gelosa, sempre sopra le righe. Flavio (Thomas Trabacchi) risponde con dosi minori di nevrosi all’interno della coppia, sicuramente senza arrivare alle punte di schizofrenia della compagna.

“Amori che non sanno stare al mondo” abbraccia molti stereotipi della relazione uomo/donna. La regista racconta la storia focalizzando le nevrosi dei suoi personaggi, soprattutto di Claudia, incapace di gustarsi un solo momento di felicità. Infatti tutti i possibili momenti di gioia vengono azzerati dai dubbi che le prendono, dalla incapacità di vivere l’attimo, dai film mentali che si costruisce nella sua testa anche come conseguenza dell’apparente minore coinvolgimento del compagno.

Un film nel complesso un pochino deludente, non ci sono grandi guizzi di originalità. La ragazza/donna iper-insicura e iper-cerebrale che rovina tutto l’avevamo già vista, in letteratura e al cinema, così come l’uomo più distaccato nella coppia anche perché allibito dai comportamenti di lei, le idiozie dette dalle amiche di lei, il solito momento omo con la presunta (finta) evasione di lei con una allieva più giovane. E alla fine, ammesso che di ogni storia d’amore si debba fare la cronaca includendo i titoli di coda, la domanda che resta è la solita: è lui che ha lasciato lei o è lei che lo ha ridotto in condizioni tali da lasciarla?

 

 

Recensione “Il premio”

Come in una commedia all’italiana del papà Vittorio, qui è il figlio Alessandro Gassman (nella occasione anche regista del film) a tenere la scena in questo road movie che si avvale della presenza di un altro gigante della nostra commedia di oggi, Gigi Proietti, che interpreta Giovanni Passamonte, scrittore / poeta che deve recarsi a Stoccolma per ritirare il premio Nobel per la letteratura. In questo viaggio viene accompagnato dal figlio (Gassman Jr., appunto, che da tempo aveva praticamente zero rapporti con il padre), dalla figlia e dall’autista / assistente tuttofare (Anna Foglietta e Rocco Papaleo, rispettivamente). Durante il viaggio in auto, le varie tappe di sosta e il soggiorno in Svezia in attesa del grande giorno, vengono fuori, esplodono ma anche in parte si risolvono tutte le incomprensioni familiari covate negli anni e i contrasti generazionali tra un genitore di fama mondiale, ricco, famoso ma insoddisfatto al di là di soldi e fama che ne assecondano i capricci ma non gli danno la felicità, e figli che faticano a realizzarsi, nel lavoro come nei sentimenti. La vita di Giovanni è sempre stata caratterizzata da comportamenti eccentrici (eufemismo), una vita da artista ispirata a principi di libertà, allergica alle etichette e alle convenzioni, spinta agli eccessi, con mogli e figli disseminati ai quattro angoli del mondo. Ragion per cui, verso i due che ora lo accompagnano a Stoccolma, non c’erano quasi mai stati negli anni comportamenti e smancerie tipiche dei canoni standard di una famiglia (e italiana, per di più) ma appena un amichevole e lontano interessamento. Invece questi due figli che lo accompagnano hanno sicuramente sofferto ed ancora soffrono l’ingombrante figura paterna che in parte è responsabile delle loro incompletezze. Comunque alla fine, dopo varie vicissitudini, altre ex-fidanzate e vari figli del protagonista che si palesano improvvisamente, e addirittura l’acquisto volante di una mucca in una fattoria di passaggio pur di avere un bicchiere di latte, e dopo un discorso di accettazione del Nobel in cui finalmente figli e familiari capiscono definitivamente di essere stati ed essere ancora amati da cotanto pater familias, l’amore familiare trionfa e un pacifico lieto fine sembra indirizzare tutti i componenti della allegra famigliuola verso anni più sereni.

 

Recensione “Suburbicon”

George Clooney dirige il suo sesto film, da una sceneggiatura dei fratelli Coen, vecchia di anni e adesso leggermente ritoccata. Sorta di giallo/noir ambientato nella profonda America anni ’50. Julianne Moore e Matt Demon coinvolti in torbide vicende, inseguono, si inseguono e vengono inseguiti nella loro personalissima versione di una…..Revolutionary Road (come il film di Sam Mendes). Atto d’accusa verso varie manifestazioni dell’America di quell’epoca: razzismo in primis, quindi tutto come oggi.

In una fiorente e apparentemente tranquilla cittadina degli Stati Uniti del profondo sud, nell’era pre- Kennedy delle battaglie per i diritti civili, si coltiva incessantemente il canonico American Dream degli happy days anni ’50-’60, quindi lavoro, casetta con giardino e tagliaerba, torta di mele, latte, e mazza da baseball (su questo ultimo oggetto, libera interpretazione: strumento per far praticare in cortile ai bambini lo sport piu’ popolare d’America, oppure arma per prendere a mazzate qualcuno, preferibilmente un nero). Un bel giorno una famiglia di colore si trasferisce in citta’ e a quel punto la comunita’ bianca “civilizzata” insorge: tutto il male, secondo loro, sta in quella famiglia e in quella casa, senza accorgersi che nella villetta adiacente si scatena un dramma familiare. Matt Demon escogita un piano per uccidere la moglie invalida (Julianne Moore) per potere poi spassarsela con la cognata (sempre Julianne Moore), in un racconto pulp che non fa risparmio di sangue, colpi di scena e qualche venatura ironica, non si sa quanto volontaria.

Un noir che e’ una parabola crudissima di una certa America e di una certa societa’, metafora impietosa di razzismo e ipocrisia della middle class. Unico lampo di ottimismo nell’ansia e nell’angoscia che soffoca lo spettatore, il rapporto di amicizia tra il bambino nero e quello bianco, figli delle due famiglie vicine di casa, che pur in mezzo a tutto questo trambusto ambientale ed emozionale, riescono a fare amicizia e finiscono a giocare insieme a baseball

 

Recensione “Happy End”

Commedia nerissima del maestro Michael Haneke. Siamo in Francia, a Calais, cittadina simbolo di questo inizio millennio, con uno dei centri di accoglienza per migranti più grandi d’Europa. Famiglia alto borghese alle prese con problemoni personali, interni ed esterni alla famiglia, che però devono restare nascosti agli occhi del mondo, in omaggio alla ipocrisia di certi ambienti borghesi. Eccellenti le prove di Isabelle Huppert e Jean Louis Trintignant, figlia e padre nel film. I soliti temi del cinema di Haneke ci sono tutti: i rapporti familiari malati, il razzismo, il potere corrotto, la sopraffazione sulle minoranze. Il vecchio patriarca della famiglia, ricco e potente uomo affari, lascia l’azienda edile di famiglia nelle mani della ambiziosa figlia, la quale si fa coadiuvare dal fratello medico, che ha una relazione clandestina con una musicista pur fingendo di essere soddisfatto del suo secondo matrimonio. Poi ci sono i vari nipoti, tutti problematici come i loro genitori. E quindi vediamo dipanarsi la saga di questa simpatica famigliuola, fino al finale che ovviamente renderà ironico l’happy end del titolo.

Abbiamo detto dei soliti temi del regista. Stavolta c’è anche la novità dell’ingresso dei dispositivi della tecnologia, sempre più invasivi nelle nostre vite. E così il film inizia con immagini riprese da un misterioso smartphone, poi lo spettatore si sorbisce tutto lo scambio in chat tra il filgio medico e l’amante; il tutto porta alla riflessione che questi device di visione e controllo costituiscono ormai l’unico punto di vista “fuori campo” delle nostre storie.

In conclusione un gran bel film di un regista che sa fare cinema, anche se il suo pessimismo sulle relazioni tra umani e la sua visione quasi post-apocalittica della società occidentale contemporanea può risultare sgradevole a qualche spettatore.

 

Recensione “Detroit”

“Un dannato capolavoro!” lo ha definito la rivista “Rolling Stone”. E in effetti “Detroit” della regista Kathryn Bigelow, gia’ vincitrice del premio Oscar 2010 come miglior regista per il film “The Hurt Locker”, e’ un filmone. La storia, raccontata con il solito stile muscolare e quasi da dettaglio giornalistico a cui la regista ha abituato critici e spettatori, narra uno degli episodi di razzismo piu’ sanguinoso della storia americana, la rivolta nera della citta’ di Detroit nel luglio del 1967, il massacro della polizia, 43 morti, 7200 arresti, saccheggi ed edifici distrutti. Guardia Nazionale ed esercito (e carri armati) furono inviati come supporto alla polizia per fronteggiare la situazione. Razzismo, violenza, (mancanza di) senso etico e civico si mescolano sulle strade della Motor City. Tema abbastanza scottante e purtroppo ancora di attualita’, se si pensa che, pur dopo l’elezione del primo Presidente nero nella storia degli Stati Uniti, certi episodi e certo humus culturale continuano ad esistere anche ai giorni nostri in alcune sacche della societa’ americana, e non solo, come il cinema si premura di farci notare con film come, per esempio, il recente “Scappa – Get Out”.

Tornando a “Detroit”, la regista, in parallelo al racconto puro e crudo delle violenze, e’ brava anche a ricostruire l’atmosfera che si respirava in citta’, nella comunita’ afroamericana e in quella bianca, sia durante che subito prima i giorni della rivolta, innescata da un pretesto, un controllo notturno della polizia in un bar, ovviamente frequentato da neri, e forse privo di licenza.

Un incubo la scena lunghissima del gruppo di neri asserragliati nel motel con la polizia. Ed e’ inutle aggiungere che in seguito, al processo per la uccisione di 3 neri in quella occasione, tutti i poliziotti bianchi imputati sono stati assolti.

 

Recensione “Assassinio sull’Orient Express”

Remake del film giallo del 1974 con Albert Finney, tratto dal super-classico di Agatha Christie. Questa volta regista è Kenneth Branagh, anche attore nei panni del celeberrimo investigatore Hercule Poirot, ex poliziotto belga, ora detective.

Tra le opere più lette o almeno più conosciute di Agatha Christie, “Assassinio sull’Orient Express” è il classico giallo del tipo deduttivo, giallo ad enigma, detto anche Whodunit, contrazione dell’inglese “Who has done it?” (“Chi lo ha fatto?”), dove il lettore, o lo spettatore, viene a conoscenza dei vari indizi, man mano che questi si palesano durante la storia, allo stesso livello di visibilità di come si manifestano all’attenzione dell’investigatore; si tratta dunque di una sfida al lettore il quale, se attento, avrebbe (il condizionale e d’obbligo) alla fine tutti gli elementi per potere arrivare alla soluzione dell’enigma e scoprire il colpevole, solitamente all’interno di una ristretta cerchia di personaggi. Ma non tutti i comuni mortali posseggono le famose cellule grigie di Poirot….Un classico di tale genere letterario è ” l’enigma della camera chiusa “, cioè una storia in cui il cadavere della vittima viene rinvenuto in un ambiente “impossibile”, per esempio stanza apparentemente chiusa a chiave o sbarrata dall’interno.

Si sale a bordo a Istanbul, Poirot conosce subito i tredici viaggiatori di prima classe, tra questi un losco figuro (Mr. Ratchett, interpretato da Johnny Depp) che poco dopo la partenza offre dei soldi al famoso investigatore in cambio della sua protezione, in quanto teme per la sua vita, e ne ha ben donde visti i loschi traffici che maneggia. II nostro Ercole non fa quasi in tempo a declinare l’offerta che Mr. Ratchett viene trovato ucciso nel suo vagone letto, apparentemente chiuso a chiave dall’interno ecc….(vedi sopra).  Da questo momento i restanti dodici viaggiatori diventano tutti possibili sospetti, e da qui parte l’investigazione classica, dentro il treno nel frattempo bloccato dalla neve.

Gran bel film, tradizionale, che si gusta comodi anche grazie alla presenza di un cast stellare (Penelope Cruz, Michelle Pfeiffer, William Defoe, Judi Dench, tra gli altri). Il racconto sullo schermo è fedele al libro tranne che per pochissime licenze che il regista si prende; come per esempio la presenza, a bordo del treno, del dottore che qui diventa di colore (interpretato dall’attore Leslie Odom) non per un motivo legato alla trama ma soltanto in onore allo stucchevole politicamente corretto che impera ovunque ai giorni nostri nel mondo occidentale, anche e soprattutto al cinema, e che francamente ci ha un po’ rotto i “cabasisi”, come direbbe il commissario Montalbano, per restare in ambito poliziotti detective.

 

 

Recensione “Gli sdraiati”

Dal libro bestseller di Serra, rampolli della Milano bene e anche “progressista”, alle prese con i soliti problemi generazionali genitori – figli. La regista Francesca Archibugi mette in scena per il grande schermo questa rappresentazione, già monologo teatrale sempre con Claudio Bisio, anche qui protagonista nella parte del padre, anche marito separato, nei pasticci a gestire rapporti conflittuali con il figlio. Bella la Milano fotografata nel film, gli scorci e gli ambienti di una città magari non più da bere come negli anni ’80, ma comunque rivestita di nuovo fascino nella sua versione post Expo.

Per chi non avesse ben capito o non avesse udito bene in sala, quella parola, la più pronunciata nel film, di cinque lettere, che comincia con “c”, finisce con “o” e ha la doppia consonante prima della “o”, non è “carro” né “callo”.

Recensione “La casa di famiglia”

Commedia all’italiana che prova ad ispirarsi a modelli tradizionali, film gradevole, racconto divertente. Quattro fratelli adulti pasticcioni, tre maschi e una femmina, decidono di vendere la casa di famiglia, mentre il padre e’ in coma da cinque anni e le speranze di guarigione sembrano inesistenti. Loro vendono, ma poi lui guarisce, puo’ tornare a casa….. e cominciano gli equivoci.

Il regista Augusto Fornari, al debutto al cinema, mette in scena una cosa simpatica, alcune idee sono esilaranti, come il trasloco fatto dagli zingari. Per il resto, si torna alla rappresentazione canonica della famiglia italiana, spesso (ab)usata nella nostra commedia, senza scomodare Ettore Scola. Bravi gli attori italiani, appartenenti alla solita “compagnia di giro” che oramai incontriamo in quasi ogni commedia (in questo caso: Matilde Gioli, Lino Guanciale, Stefano Fresi, Libero Di Rienzo), e bravo il padre Luigi Diberti che forse aveva capito tutto sin dal momento del risveglio dal coma.

 

Torino Film Festival

Ieri venerdì 24 è cominciato il Torino Film Festival (TFF, stessa “targa” del Taormina Film Fest). Dicono sia il migliore festival del cinema che si svolge in Italia, meno glamour e red carpet e più contenuti, in altre parole più sostanza e meno polpette. Se qualche appassionato si trova lì per vacanza, lavoro o diletto, e se vuole mandarci recensioni, notizie, info in anteprima e quant’altro, saremo curiosi di leggere.

Recensione “Malarazza”

Malarazza è il cognome della famiglia malavitosa protagonista della storia ed allora, se nell’arte saper copiare è un merito, elogio sincero al regista siciliano Giovanni Virgilio che ha preso spunto dal suo corregionale Giovanni Verga e dal suo “I Malavoglia” per dare il titolo al suo film e fare del nome dei Malarazza il simbolo della società ottusa e criminale.

Il film racconta la storia di una giovane madre siciliana, Rosaria(interpretata da Stella Egitto) e del suo figlio adolescente che vivono nella più dura periferia di Catania. Insieme con il fratello transessuale della donna, sono vittime di un sistema di potere malavitoso rappresentato da vari boss e scagnozzi locali. La cupezza dello scenario è tale che non c’è speranza di riscatto sociale per Rosaria e i suoi familiari, a meno di non andare via per sempre. O meglio, un barlume di speranza nella storia si intravede in quei pochi personaggi che ad un certo punto hanno cercato di dire basta e che a costo (anche) della vita hanno voltato pagina.

Il regista ambienta il film nel quartiere periferico di Librino (tristemente noto) e in qualche pezzo di centro storico altrettanto disagiato; sacche di miseria materiale e spirituale che offuscano la bellezza e la effervescenza culturale di una città come Catania. Ma questa periferia e la storia narrata sono metafore di tante altre periferie e storie che accadono oggi nei sobborghi delle città italiane, fatti che tutti conoscono ma che molti preferiscono fare finta di non vedere. Il racconto potrebbe avvenire in quasi tutte le periferie di città italiane, ridotte così non solo per colpe “interne” di una parte di quelli che ci vivono, ma anche per essere state completamente dimenticate dalla politica nazionale del Paese. Niente fantascienza in questo film, nessun effetto speciale, semplicemente la pura verità di una nostra qualunque periferia, presa e trasportata sullo schermo.

Il film ovviamente finisce a tragedia, come e più del resto della storia, un vero e proprio noir in stile Gomorra. Menzione speciale per l’attore Paolo Briguglia, al quale sarebbe ora che fosse affidato un ruolo di primo protagonista.