Recensione “Napoli velata”

Ferzan Ozpetek non era regista che piaceva molto a questo blog, almeno fino al bellissimo “Allacciate le cinture” del 2014 che ha ribaltato giudizi e considerazione. Da allora, dunque, alto gradimento, anche per il successivo “Rosso Istanbul”, e il filone “up” si conferma adesso con questo “Napoli velata”. In questo film il regista mette e mescola un po’ tutti gli elementi presenti in gran parte della sua precedente filmografia: i fantasmi di “Cuore sacro”; il concetto di clan o famiglia iper-allargata di “Mine vaganti” e “Saturno contro”; la descrizione della città dove si dipana la vicenda, con scorci di bellezza solare e trasparente, e altri fotografati con taglio quasi esoterico, come in “Rosso Istanbul”; la componente giallo-thriller come in “Allacciate le cinture”. Se c’è un tema che unisce i film di Ozpetek è quello della perdita, della mancanza di una persona o di un sentimento, e le sue storie poi raccontano le conseguenze che quel vuoto provoca (scoprendo magari che anche i «fantasmi» di cui dicevamo, fanno parte della vita). Il che avvolge i suoi film di una atmosfera malinconica, da cui però lo stesso regista si divincola con sorprese nella trama che portano verso momenti imprevedibili per lo spettatore.

Così è anche per questo «Napoli velata», dove Adriana (Giovanna Mezzogiorno, probabilmente nella sua prova di attrice più convincente) è una anatomo-patologa che ha fatto della freddezza e della razionalità le sue armi professionali (è responsabile delle autopsie nello ospedale dove lavora) e che deve affrontare prima la gioia delle sue nuove emozioni e poi la sofferenza per la loro perdita, mentre il film imbocca piste ingannevoli per depistare lo spettatore, dentro quell’atmosfera ambigua, ipnotica e magica che trova la sua linfa vitale e le sue parziali e soprattutto interpretabili spiegazioni nelle complicate stratificazioni dell’anima di Napoli. E così il film da una parte scava nel mistero dei sentimenti di Adriana e dall’altra incrocia i riti della città (la rappresentazione teatrale della «figliata», la tombola e l’interpretazione della smorfia, il fascino misterioso di certe opere d’arte che girano per salotti buoni oltre che per musei).

Durante un ricevimento privato, Adriana resta conquistata dal misterioso Andrea (Alessandro Borghi) con cui passa una torrida notte d’amore. Dovrebbero incontrarsi di nuovo l’indomani, al Museo archeologico, dove però la donna l’aspetta invano (infatti il tizio nel frattempo è morto) e qui comincia il giallo che scava più nell’anima che nelle indagini poliziesche, nonostante la presenza centrale dell’investigatore della polizia (Biagio Forestieri). Siccome a un certo punto entra in campo anche un gemello del defunto (sempre Borghi, quindi identico allo scomparso) verrebbe da pensare ad Alfredino Hitchcock. Comunque poi lo spettatore viene condotto nel palazzo signorile dove abita la zia di Adriana (Anna Bonaiuto) dove si vengono a conoscere altri amici, conoscenti e parenti di Adriana, i quali, non appena il cadavere sfigurato di Andrea viene riconosciuto, mettono in bella mostra una omertà di base che fa stare i loro personaggi dentro una sacca di ambiguità, come il «confidente» Pasquale (Peppe Barra), l’amica Catena (Luisa Ranieri), le inquietanti antiquarie Ludovica (Lina Sastri) e Valeria (Isabella Ferrari).

Dopo un inizio che trascina dentro la storia, soprattutto per merito di Giovanna Mezzogiorno, il film perde qualche colpo a metà della storia, per ritrovare verso la fine la tensione che aveva fatto provare all’inizio. Ozpetek si conferma uno dei pochi registi che cerca ogni volta di sfidare lo spettatore a seguirlo su un terreno non convenzionale. Anche se in questo caso alla fine manca un equivalente di Hercule Poirot che spieghi a tutti cosa è successo, chi è il colpevole (se c’è un colpevole), e il regista sembra un po’ incartarsi tra doppie coppie di gemelli, oggetti d’arte rubati, smarriti e ritrovati, ricostruzioni reali e altre frutto della psiche di personaggi che ad un certo punto sfiorano la follia. Ma in fondo quello che conta è la interpretazione che ognuno può dare. E poi c’è la vera protagonista del film che è una bellissima e magica Napoli, per una volta fuori dagli stereotipi (purtroppo non inventati) con i quali viene oggi raccontata in letteratura, cinema e fiction.

 

Recensione “La ruota delle meraviglie”

Il Luna Park di Woody Allen. Il bellissimo film del regista americano si apre sulla spiaggia di Coney Island, nello scenario degli anni ’50. Una donna sposata e infelice (interpretata da una folgorante Kate Winslet) contende alla figliastra le attenzioni del bagnino del luogo, anche aspirante  scrittore. Kate Winslet è da Oscar.

Piu’ in dettaglio, nel racconto vediamo che nel parco divertimenti di Coney Island si intrecciano le vite di quattro personaggi, le cui esistenze scorrono appunto quasi interamente all’ombra della grande ruota panoramica che è la giostra simbolo del parco. Ginny (Kate Winslet), una ex-aspirante attrice che ora è costretta a lavorare come cameriera, ed alle prese con un figlio piccolo e piromane; Humpty (Jim Belushi), il marito della donna che manovra le giostre; Mickey (Justin Timberlake), il bagnino che sogna di diventare scrittore; Carolina (Juno Temple), la figlia che Humpty ha avuto da un precedente matrimonio che torna a casa del papi per nascondersi dal marito  gangster che la vuole eliminare.

La Ruota delle Meraviglie è quasi una piece teatrale di Broadway: c’è infatti un chiaro “inchino” (sempre omaggio è, anche se diverso da quello del comandante Schettino all’isola del Giglio) di Woody Allen al grande teatro americano di Arthur Miller e Tennessee Williams. La regia fa recitare gli attori in interni e lascia gli esterni alla luce della fotografia strabiliante del nostro premio Oscar Vittorio Storaro, alla seconda esperienza con Woody Allen dopo “Café Society“, che veramente illumina il film con i suoi colori e che rende ogni fotogramma un’opera d’arte. Poi c’è il talento sofisticato di una delle più grandi attrici di Hollywood di oggi: Kate Winslet rende il suo personaggio una nuova eroina tragica, la versione proletaria di Cate Blanchett in “Blue Jasmine”, tanto per restare a Woody Allen. Il suo matrimonio con un uomo che non ama, la sua battaglia contro la figliastra per contendersi l’amore del bagnino, la patologica gelosia che la fa scivolare verso la follia sfociano nel suo monologo finale che riporta a quella dimensione di teatro di cui si diceva prima. Un film sui sogni perduti, sul dolore e sulla morte. Il vecchio Woody ha colpito ancora.

 

Il triplete del weekend 12-14 gennaio 2018

Cosa vedere al cinema in questo primo fine settimana, dopo le feste, del 2018? Ecco i consigli de “La decima musa” per questo weekend.

1) “Bendetta follia” di Carlo Verdone

2) “Tutti i soldi del mondo” di Ridley Scott

3) “Napoli velata” di Ferzan Ozpetek

Se qualcuno li vuole mettere in ordine di preferenza, dal piu’ bello in giu’, facciamo questa mini-classifica.

 

Recensione “L’insulto”

Beirut, giorni nostri. A un comizio del Partito Cristiano vediamo il meccanico Toni (attore Adel Karam) tutto infervorato dal discorso della sua parte politica, il quale poi torna, fiero delle sue adenoidi (come avrebbe commentato la Gialappa), dalla giovane moglie incinta, a casa, dove campeggiano gigantografie del capo della formazione politica di riferimento. Poi vediamo Yasser (attore Kamel El Basha), ingegnere civile palestinese che, profugo, lavora da anni come capo cantiere per un imprenditore edile. Durante un sopralluogo nel quartiere di Toni, un getto d’acqua investe in pieno l’ingegnere, provenendo proprio dallo scarico abusivo del balcone del garagista. Quest’ultimo non gradisce né la richiesta di chiarimento, né la offerta di riparazione di questo piccolo guasto da parte dell’ingegnere il quale comunque la fa eseguire ugualmente dal suo team di operai, e in pochi minuti lo scarico é riparato e a norma. Ma Toni non gradisce la presenza nel suo quartiere, figuriamoci il lavoro fatto da un palestinese che per (sua) definizione e’ sempre un nemico, e immediatamente distrugge il lavoro appena completato, con un gesto che suona come una dichiarazione di guerra. La reazione del palestinese non si lascia attendere: “Brutto stronzo”, dice al futuro padre e questo è il primo degli insulti a cui fa riferimento il titolo del film, innesco di una reazione a catena che deflagra tra le due fazioni etnico/politiche, retaggio di decenni di guerre e rivalità. Praticamente, per una questione di grondaie, un militante cristiano e un palestinese capocantiere cominciano  ad insultarsi, questione privata, sembra, inizialmente. Il tutto si aggrava quando il tentativo di conciliazione civile tra i due fallisce: “Ariel Sharon avrebbe dovuto sterminarvi tutti” arriva a dire Toni, e la reazione dell’ingegnere si fa fisica, causando due costole rotte al meccanico, e poi un parto prematuro della sua signora, come conseguenza della situazione; e un processo che, da faccenda di quartiere tra due tizi, diventa affare di stato, con le televisioni e tutti i media che seguono avidamente la vicenda che in tribunale diventa una specie di episodio di “Perry Mason”, con il colpo di scena ulteriore che (Carramba, che sorpresa!) la avvocato donna che difende l’ingegnere é la figlia dell’avvocato, principe del foro di Beirut, che difende il meccanico.

Un film bello, in cui il regista Ziad Doueiri ricorre a volte anche al flashback storico per spiegare meglio come e perché in Libano si é arrivati a questa situazione di non pacificazione civile, anche a qualche decennio di distanza dai fatti che insanguinarono questa terra negli anni ’70 e ’80, devastando Beirut. Nel seguire il dipanarsi della storia narrata nel film, vediamo che oggi Beirut è città cosmopolita e non povera, una metropoli che in realtà fatica a cambiare pelle, come del resto tutto il Libano; è stata riedificata al centro, con un’architettura di tipo occidentale, mentre la periferia rimane “difficile” (eufemismo), nella vita quotidiana della popolazione civile, nella distribuzione etnica dei quartieri, nell’equilibrio delicatissimo di una convivenza sempre complicata, nella gestione della questione palestinese. In questo contesto si muovono i partiti politici che, con determinati atteggiamenti da “o di qua, o di la’ “, cavalcano l’onda populista e alimentano quel clima gia’ menzionato di mancata pacificazione.

 

 

 

Recensione “Amori che non sanno stare al mondo”

Lei è una ricercatrice universitaria, lui un docente, entrambi di mezza età; si innamorano, prima c’è il tumulto della passione, poi subentra la routine di coppia, e quindi lei che vorrebbe regolarizzare il rapporto, lui che tende a scappare. La solita schermaglia contemporanea da maschi contro femmine in questo film di Francesca Comencini. La storia narrata ci mostra ancora una volta che ci sono amori che fanno stare male e ci sono persone che non dovrebbero stare insieme. A meno di non considerare la sofferenza come appuntamento fisso in alcune esistenze, come quella della protagonista Claudia (attrice Lucia Mascino, quella della serie web “Una mamma imperfetta”), nevrotica, insicura, gelosa, sempre sopra le righe. Flavio (Thomas Trabacchi) risponde con dosi minori di nevrosi all’interno della coppia, sicuramente senza arrivare alle punte di schizofrenia della compagna.

“Amori che non sanno stare al mondo” abbraccia molti stereotipi della relazione uomo/donna. La regista racconta la storia focalizzando le nevrosi dei suoi personaggi, soprattutto di Claudia, incapace di gustarsi un solo momento di felicità. Infatti tutti i possibili momenti di gioia vengono azzerati dai dubbi che le prendono, dalla incapacità di vivere l’attimo, dai film mentali che si costruisce nella sua testa anche come conseguenza dell’apparente minore coinvolgimento del compagno.

Un film nel complesso un pochino deludente, non ci sono grandi guizzi di originalità. La ragazza/donna iper-insicura e iper-cerebrale che rovina tutto l’avevamo già vista, in letteratura e al cinema, così come l’uomo più distaccato nella coppia anche perché allibito dai comportamenti di lei, le idiozie dette dalle amiche di lei, il solito momento omo con la presunta (finta) evasione di lei con una allieva più giovane. E alla fine, ammesso che di ogni storia d’amore si debba fare la cronaca includendo i titoli di coda, la domanda che resta è la solita: è lui che ha lasciato lei o è lei che lo ha ridotto in condizioni tali da lasciarla?

 

 

Recensione “Il premio”

Come in una commedia all’italiana del papà Vittorio, qui è il figlio Alessandro Gassman (nella occasione anche regista del film) a tenere la scena in questo road movie che si avvale della presenza di un altro gigante della nostra commedia di oggi, Gigi Proietti, che interpreta Giovanni Passamonte, scrittore / poeta che deve recarsi a Stoccolma per ritirare il premio Nobel per la letteratura. In questo viaggio viene accompagnato dal figlio (Gassman Jr., appunto, che da tempo aveva praticamente zero rapporti con il padre), dalla figlia e dall’autista / assistente tuttofare (Anna Foglietta e Rocco Papaleo, rispettivamente). Durante il viaggio in auto, le varie tappe di sosta e il soggiorno in Svezia in attesa del grande giorno, vengono fuori, esplodono ma anche in parte si risolvono tutte le incomprensioni familiari covate negli anni e i contrasti generazionali tra un genitore di fama mondiale, ricco, famoso ma insoddisfatto al di là di soldi e fama che ne assecondano i capricci ma non gli danno la felicità, e figli che faticano a realizzarsi, nel lavoro come nei sentimenti. La vita di Giovanni è sempre stata caratterizzata da comportamenti eccentrici (eufemismo), una vita da artista ispirata a principi di libertà, allergica alle etichette e alle convenzioni, spinta agli eccessi, con mogli e figli disseminati ai quattro angoli del mondo. Ragion per cui, verso i due che ora lo accompagnano a Stoccolma, non c’erano quasi mai stati negli anni comportamenti e smancerie tipiche dei canoni standard di una famiglia (e italiana, per di più) ma appena un amichevole e lontano interessamento. Invece questi due figli che lo accompagnano hanno sicuramente sofferto ed ancora soffrono l’ingombrante figura paterna che in parte è responsabile delle loro incompletezze. Comunque alla fine, dopo varie vicissitudini, altre ex-fidanzate e vari figli del protagonista che si palesano improvvisamente, e addirittura l’acquisto volante di una mucca in una fattoria di passaggio pur di avere un bicchiere di latte, e dopo un discorso di accettazione del Nobel in cui finalmente figli e familiari capiscono definitivamente di essere stati ed essere ancora amati da cotanto pater familias, l’amore familiare trionfa e un pacifico lieto fine sembra indirizzare tutti i componenti della allegra famigliuola verso anni più sereni.

 

Recensione “Suburbicon”

George Clooney dirige il suo sesto film, da una sceneggiatura dei fratelli Coen, vecchia di anni e adesso leggermente ritoccata. Sorta di giallo/noir ambientato nella profonda America anni ’50. Julianne Moore e Matt Demon coinvolti in torbide vicende, inseguono, si inseguono e vengono inseguiti nella loro personalissima versione di una…..Revolutionary Road (come il film di Sam Mendes). Atto d’accusa verso varie manifestazioni dell’America di quell’epoca: razzismo in primis, quindi tutto come oggi.

In una fiorente e apparentemente tranquilla cittadina degli Stati Uniti del profondo sud, nell’era pre- Kennedy delle battaglie per i diritti civili, si coltiva incessantemente il canonico American Dream degli happy days anni ’50-’60, quindi lavoro, casetta con giardino e tagliaerba, torta di mele, latte, e mazza da baseball (su questo ultimo oggetto, libera interpretazione: strumento per far praticare in cortile ai bambini lo sport piu’ popolare d’America, oppure arma per prendere a mazzate qualcuno, preferibilmente un nero). Un bel giorno una famiglia di colore si trasferisce in citta’ e a quel punto la comunita’ bianca “civilizzata” insorge: tutto il male, secondo loro, sta in quella famiglia e in quella casa, senza accorgersi che nella villetta adiacente si scatena un dramma familiare. Matt Demon escogita un piano per uccidere la moglie invalida (Julianne Moore) per potere poi spassarsela con la cognata (sempre Julianne Moore), in un racconto pulp che non fa risparmio di sangue, colpi di scena e qualche venatura ironica, non si sa quanto volontaria.

Un noir che e’ una parabola crudissima di una certa America e di una certa societa’, metafora impietosa di razzismo e ipocrisia della middle class. Unico lampo di ottimismo nell’ansia e nell’angoscia che soffoca lo spettatore, il rapporto di amicizia tra il bambino nero e quello bianco, figli delle due famiglie vicine di casa, che pur in mezzo a tutto questo trambusto ambientale ed emozionale, riescono a fare amicizia e finiscono a giocare insieme a baseball

 

Recensione “Happy End”

Commedia nerissima del maestro Michael Haneke. Siamo in Francia, a Calais, cittadina simbolo di questo inizio millennio, con uno dei centri di accoglienza per migranti più grandi d’Europa. Famiglia alto borghese alle prese con problemoni personali, interni ed esterni alla famiglia, che però devono restare nascosti agli occhi del mondo, in omaggio alla ipocrisia di certi ambienti borghesi. Eccellenti le prove di Isabelle Huppert e Jean Louis Trintignant, figlia e padre nel film. I soliti temi del cinema di Haneke ci sono tutti: i rapporti familiari malati, il razzismo, il potere corrotto, la sopraffazione sulle minoranze. Il vecchio patriarca della famiglia, ricco e potente uomo affari, lascia l’azienda edile di famiglia nelle mani della ambiziosa figlia, la quale si fa coadiuvare dal fratello medico, che ha una relazione clandestina con una musicista pur fingendo di essere soddisfatto del suo secondo matrimonio. Poi ci sono i vari nipoti, tutti problematici come i loro genitori. E quindi vediamo dipanarsi la saga di questa simpatica famigliuola, fino al finale che ovviamente renderà ironico l’happy end del titolo.

Abbiamo detto dei soliti temi del regista. Stavolta c’è anche la novità dell’ingresso dei dispositivi della tecnologia, sempre più invasivi nelle nostre vite. E così il film inizia con immagini riprese da un misterioso smartphone, poi lo spettatore si sorbisce tutto lo scambio in chat tra il filgio medico e l’amante; il tutto porta alla riflessione che questi device di visione e controllo costituiscono ormai l’unico punto di vista “fuori campo” delle nostre storie.

In conclusione un gran bel film di un regista che sa fare cinema, anche se il suo pessimismo sulle relazioni tra umani e la sua visione quasi post-apocalittica della società occidentale contemporanea può risultare sgradevole a qualche spettatore.

 

Recensione “Detroit”

“Un dannato capolavoro!” lo ha definito la rivista “Rolling Stone”. E in effetti “Detroit” della regista Kathryn Bigelow, gia’ vincitrice del premio Oscar 2010 come miglior regista per il film “The Hurt Locker”, e’ un filmone. La storia, raccontata con il solito stile muscolare e quasi da dettaglio giornalistico a cui la regista ha abituato critici e spettatori, narra uno degli episodi di razzismo piu’ sanguinoso della storia americana, la rivolta nera della citta’ di Detroit nel luglio del 1967, il massacro della polizia, 43 morti, 7200 arresti, saccheggi ed edifici distrutti. Guardia Nazionale ed esercito (e carri armati) furono inviati come supporto alla polizia per fronteggiare la situazione. Razzismo, violenza, (mancanza di) senso etico e civico si mescolano sulle strade della Motor City. Tema abbastanza scottante e purtroppo ancora di attualita’, se si pensa che, pur dopo l’elezione del primo Presidente nero nella storia degli Stati Uniti, certi episodi e certo humus culturale continuano ad esistere anche ai giorni nostri in alcune sacche della societa’ americana, e non solo, come il cinema si premura di farci notare con film come, per esempio, il recente “Scappa – Get Out”.

Tornando a “Detroit”, la regista, in parallelo al racconto puro e crudo delle violenze, e’ brava anche a ricostruire l’atmosfera che si respirava in citta’, nella comunita’ afroamericana e in quella bianca, sia durante che subito prima i giorni della rivolta, innescata da un pretesto, un controllo notturno della polizia in un bar, ovviamente frequentato da neri, e forse privo di licenza.

Un incubo la scena lunghissima del gruppo di neri asserragliati nel motel con la polizia. Ed e’ inutle aggiungere che in seguito, al processo per la uccisione di 3 neri in quella occasione, tutti i poliziotti bianchi imputati sono stati assolti.