Da un bello articolo di C. Longone pescato in rete qualche anno fa….

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Se ci fate caso c’è un nuovo rito di passaggio. Gli antichi riti si
leggono sui libri: i primi pantaloni lunghi, la prima visita al
casino, da quelle certe signorine, fra i lazzi degli amici già
esperti…
Il nuovo rito si beve nei migliori bar ed è un cocktail che ha quasi
novant’anni.
Passare dal mojito al Negroni, inventato nel 1919 dal conte omonimo,
significa lasciarsi alle spalle il vulgo profano, schiavo dello
zucchero come tutti i poppanti, per entrare nell’olimpo dei bevitori
che prediligono l’amaro. Come dire, in campo vinicolo, passare dal
Fragolino al Barolo.

Si sta parlando di un’iniziazione e quindi c’è bisogno di un luogo
iniziatico, ma mentre per la prima comunione va bene qualsiasi chiesa, per il primo Negroni non va bene qualsiasi bar.
L’Italia pullula di baristi sciatti che mettono troppo gin (risultato:
una bomba alcolica) o troppo Martini (risultato: una melassa
dolciastra), per non parlare dei bicchieri sbagliati, delle olive
marcette o delle patatine rancide.

L’ideale sarebbe andare a Firenze, dove il cocktail è nato, per
affacciarsi al bancone dello storico Caffè Rivoire di piazza della
Signoria. Qui il capobarman si chiama Luca Picchi ed è l’appassionato autore dell’unico libro scritto sull’argomento che ci sta tanto a cuore:
“Sulle tracce del Conte. La vera storia del cocktail Negroni” (edizioni Plan). La sua è una vita per la causa e quando prepara il magico
miscuglio appare quello che effettivamente è, il sommo sacerdote di una raffinatissima religione alcolica. Un culto misterico con risvolti
semisegreti.
La composizione del cocktail è stranota (1/3 London Dry Gin 1/3 Bitter
Campari 1/3 Vermut rosso) ma quasi nessuno conosce l’importanza del ghiaccio, che dev’essere tantissimo e freschissimo, di giornata,
altrimenti è pieno di microfessure che ne accelerano lo scioglimento.
E un Negroni annacquato mette tristezza.

Lando Buzzanca la settimana scorsa ha assaggiato il Negroni di Picchi e non credeva alle sue papille.
Ha costretto il nostro eroe a fargli dono del libro, per scoprirne i
trucchi. Per esempio: è bene che le bottiglie di gin, Campari e
Martini siano tenute in frigo così da avere un Negroni subito a bassa
temperatura, sempre per scongiurare lo scioglimento del ghiaccio. A
Firenze un altro Negroni perfetto si beve al Caffè Cibreo, in via del
Verrocchio.
Altrove in Italia se ne trovano di più che potabili all’Harry’s Bar di
Venezia, al Blue Bar di Riccione, al bar dell’Hotel d’Inghilterra a
Roma, al Gambrinus di Napoli, al Bar Basso di Milano, dove però
bisogna evitare il Negroni sbagliato (spumante al posto del gin),
inventato in loco nel 1972, che per un bevitore dell’olimpo di cui
sopra è una ripugnante eresia.
Elisabetta Rocchetti fra un set di Verdone e uno di Dario Argento beve
Negroni al Caffè della Pace, dietro piazza Navona a Roma. «Mi fa sentire più grande, lo prendevano i miei genitori». La stessa idea di iniziazione che si tramanda ha il sociologo Ivo Germano: «Il Negroni rappresenta gli anni Sessanta, l’Italia vera, viva e felice. Lo zio complice che ti portava al bar e ti offriva da bere, rimirando
la ragazza alla cassa».
Oggi c’è in Riviera romagnola un cuoco immaginifico che il Negroni lo
serve solido, in un piatto pazzesco che si chiama la Scatola dei
pesciolini perché consiste in un astuccio tipo scatola dei
cioccolatini, solo che all’interno anziché i gianduiotti ci sono
delizie di mare, come il minitoast di canocchia cruda e gelatina
appunto di Negroni. Il cuoco è Raffaele Liuzzi della Locanda Liuzzi di
Cattolica, località il cui nome ci è particolarmente caro (se si
chiamasse Islamica il Negroni vi sarebbe proibito).
Ma grandi cuochi e grandi baristi non bastano per garantire
l’esperienza mistica che questo cocktail può dare. Per l’estasi completa ci vuole una compagnia adeguata, insomma per
farla breve una donna. Che non sia però una donna da mojito, una di
quelle tipe bevo-ma-non posso, velleità tropicali e gusti puerili.
Dev’essere una donna da Negroni: di solito (esperienza personale) è
una ragazza magra che pesa la metà di te e contro ogni logica lo regge il doppio di te, accidenti.

 

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