Mese: febbraio 2018

Recensione “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

Un gran bel film, diverso. Un film fuori dai soliti schemi, una visione eccentrica dell’America e delle vicende del mondo, in stile fratelli Coen, un cinema di opposizione. Non perdetevelo, questo mix di noir e poliziesco, nel profondo Missouri dove vige il razzismo e un assassinio con stupro rimane impunito. Sceneggiatura, cast e regia da Oscar, cinema allo stato puro.
“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è un film palpitante e inquietante, per immagini, passione, diversita’. Il regista è il britannico Martin McDonagh, al suo terzo film. Eccellente la prova dell’attrice Frances McDormand (guarda caso, nella vita reale moglie dal 1984 di uno dei fratelloni Coen, Joel), al punto piu’ alto di una carriera già di elevato profilo. La sua interpretazione di Mildred, madre proletaria, addolorata ma non in cerca di pietà, che non trova pace dopo il brutale omicidio della figlia, con annessi stupro e incendio del cadavere, le è già valsa il Golden Globe (quattro in totale quelli destinati a questo film), e la nomination per l’Oscar del prossimo 4 marzo nella sezione migliore attrice protagonista. Nel film, la donna chiede giustizia per la figlia, di fronte alle inefficienze della polizia locale, che invece applica un losco quieto vivere: pigra, forse coinvolta. Non c’è il colpevole, non c’è un sospetto, non c’è una pista da seguire. La mamma affitta allora tre grandi cartelloni pubblicitari e li piazza alle porte di Ebbing, cittadina nello stato del Missouri, cercando di scuotere le coscienze dormienti dello sceriffo (attore Woody Harrelson) e degli agenti del suo ufficio, alcuni anche violenti e razzisti. La presenza dei tre mega cartelloni crea clamore in città e l’indagine si riapre con risultati sorprendenti.
Il film è una specie di commedia nerissima, commedia in quanto c’è anche qua e la’ un pizzico di ironia che riesce a suscitare qualche risata tra il pubblico, pur nel bel mezzo di un drammone. Ma soprattutto “Tre manifesti ecc…” ha un valore civile altissimo. E’ un elogio della denuncia, un grido di vendetta contro i misteri irrisolti che purtroppo incancreniscono la vita sociale, una richiesta di giustizia e legalità troppo spesso negate. Un ritratto dell’America profonda, quella interna, fuori dal circuito delle citta’ “progressiste” delle due coste est e ovest (New York, Boston, Miami, e quelle della California), la America che ha un grande feeling con le armi, nasconde i delitti e insabbia la verità. E per una volta non c’è correttezza politica (alè).

Voto (scala da 0 a 5 stelle): 4

 

Una lettera dal Corriere

Oggi sul Corriere della Sera, nella sezione / pagina lettere “Lo dico al Corriere”, e’ stata pubblicata una bellissima lettera su argomento cinema, scritta dalla lettrice Vittoria Paolini. Questo blog condivide in pieno e si congratula con l’autrice, sperando che anche lei diventi una lettrice di questo blog. Questa e’ la lettera, il cui titolo e’ “Andare al cinema al tempo dei cellulari”.

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Mi è sempre piaciuto molto andare al cinema, ma ultimamente è divenuto un piacere maggiore e mi chiedevo perché. Credo che questa nuova magia derivi dal fatto che ormai è rimasto uno dei pochi luoghi dove non ci sono cellulari accesi. Resta ancora un luogo dove riusciamo a staccare i contatti con la realtà e sogniamo. Riusciamo a godere dell’atmosfera surreale, quando le luci si spengono e sprofondiamo nelle poltrone, quando rimaniamo incantati dalle immagini e dai suoni e ci affezioniamo a un personaggio, assegnandogli un odore che in realtà è il profumo emanato da un nostro vicino. In quest’era dell’immediatezza, dell’apparenza, dei «like», in cui si fanno e si mangiano cose per fotografarle, il cinema resta un oasi felice, dove si va per godere di una cosa fine a se stessa e non per pubblicarla sui social. La mia paura è che una cosa ormai così rara sia destinata a scomparire: tutti siamo troppo abituati al rumore, alla connessione, alla continua reperibilità, ai commenti, scena per scena della nostra vita. Voglio comunque continuare a credere nella bellezza del cinema e a sperare che a vincere sarà il silenzio, la lentezza e il buio.
Vittoria Paolini

Recensione “Benedetta follia”

Premessa: questo blog ha un debole per Carlo Verdone, quindi recensione, giudizio e voto di questo suo ultimo film, possono essere alterati da tale pregiudizio positivo.

Ciò premesso, cominciamo col dire che “Benedetta follia” è una divertente commedia vecchio stile in cui il protagonista (Verdone, ca va sans dire), lasciato dalla moglie, cerca di scoprire un nuovo universo femminile. Al solito, c’è un po’ di Alberto Sordi, e un po’ di solita glorificazione del trash con la pur brava Ilenia Pastorelli.

Guglielmo, specchiata ipocrisia da democristiano anni ’60 ma insoddisfatto della sua vita….. canonica (è proprio il caso di definirla così), commercia oggetti sacri e vive tristemente. Improvvisamente, ma mica tanto, è lasciato dalla moglie (Lucrezia Lante delle Rovere) che dopo 25 anni scappa con la commessa del negozio di lui. Così il protagonista inizia il suo girovagare in una città delle donne che non conosce e in cui non si riconosce, tanto da trasformarla nella sua mente in un balletto psichedelico. Dalla nuova burina commessa del negozio (Ilena Pastorelli) alle assatanate donne da appuntamenti al buio trovate nelle app. di incontri, fino all’infermiera buona e bella (la sempre brava attrice Maria Pia Calzone). Carrambate finali e lieto fine prevedibili.

A parte qualche caduta di stile modello cinepanettone, il film fa letteralmente sbellicare dalle risate, almeno in alcune scene tipiche della commedia di Verdone, arrivato quasi alla sua trentesima fatica. Come sempre, il film è anche una sequenza di sottolineature su tic, vizi e cafonerie di questa nostra epoca “smart phone oriented”.

Per chi vuole trascorrere due orette di risate senza pensare troppo, e soprattutto senza angustiarsi ulteriormente se prima ha seguito un qualunque TG di questi giorni, diciamo che un film di Verdone al cinema è probabilmente oggi la soluzione migliore.

Voto (scala da 0 a 5 stelle): 4

 

 

Recensione “Come un gatto in tangenziale”

Serio e serioso intellettuale / manager (Antonio Albanese) che lavora a Roma per le istituzioni europee conosce il mondo delle periferie quando la figlioletta s’invaghisce di un ragazzino di borgata.  Albanese-Cortellesi è un ottimo ticket, il regista Milani punta il timone verso il genere farsa, tutto prevedibile ma anche molto divertente.

Il messaggio è che, prima o poi, chi tenta di uscire dalla propria gabbia sociale per entrare in quella altrui (borghesia versus proletariato, centro storico contro periferia, italiani contro immigrati ecc….) finisce male, e velocemente, come un gatto in tangenziale, appunto. Quando Albanese, studioso e consulente sulla direttrice Roma – Bruxelles di un think-tank per i fondi europei alle periferie, scopre che sua figlia ha una storiella con un ragazzino della periferia romana piu’ degradata, esplode il conflitto e la reale essenza delle persone appartenenti ad ognuna delle due caste, in barba al politicamente corretto predicato e fintamente coltivato in “tempo di pace”, cioe’ fin quando non capita ad ognuno di noi di imbattersi in differenze sociali che impattano la vita propria e dei figli. Albanese incrocia Paola Cortellesi, mamma del fidanzatino, popolana molto cafona e ancora piu’ tatuata, che subito gli massacra l’auto con una mazza da baseball, e vive con due ladre gemelle obese (Pamela e Sue Ellen, omaggio a serie TV americane anni ’80). Insomma, il festival del trash.
Albanese invece ha una insopportabile moglie (Sonia Bergamasco) che coltiva lavanda in Francia, frequenta prevalentemente i radical chic a piedi nudi di Capalbio ed è convinta, grazie alla sua presunta superiorita’ culturale, di farsi benvolere dalla selvaggia consuocera.  Non sara’ cosi, ovviamente, fino al finale scontato……

Il film di Riccardo Milani si dipana subito violentemente nel gioco degli opposti: nessuno spazio per un terreno di dialogo tra borghesia illuminata e periferia degradata. Anche e soprattutto grazie alla bravura del duo Albanese – Cortellesi, la commedia risulta molto divertente, anche se giuoca con stereotipi oramai stantii. 

Voto (scala da 0 a 5 stelle): 3.5