Categoria: Recensione

Recensione “Hammamet”

Hammamet”, Italia 2019

Regia di Gianni Amelio
con Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Renato Carpentieri, Omero Antonutti, Claudia Gerini

Un film su Craxi, senza Craxi, ha scritto un critico. In effetti durante tutto il film il leader socialista non viene mai citato da nessuno. Solo all’apertura il Congresso del Partito mostra grandi striscioni, garofani e la famosa molto criticata piramide di Panseca che ingrandiva a dismisura il volto del leader, dandoci un’idea del contesto. I membri della sua famiglia, riconoscibilissimi, hanno altri nomi. Appaiono figure che potrebbero essere questo o quel politico, ma tutto resta relegato nell’ombra, forse per evitare problemi di carattere legale e censure? Non si capisce. D’altra parte in realtà si tratta di una narrazione irrisolta, persino ambigua. Sono gli ultimi giorni di Craxi nell’esilio dorato di Hammamet, ma quella di Amelio non è una riabilitazione, non è una condanna, non celebra un processo, non eleva agli altari e non getta nella polvere, manzonianamente, il suo protagonista. Anche la malattia viene trattata in maniera abbastanza asettica, senza scadere nella pietà e nel sentimentalismo. Non c’è presa di posizione, non si sconfina troppo nella cronaca, e addirittura la comparsa di due personaggi chiaramente immaginari, il fervente operaio socialista deluso e suicida, e di seguito suo figlio, un misto di reporter, giornalista o ficcanaso, lasciano abbastanza perplessi sul ruolo che il regista abbia voluto loro conferire.
Tutto quanto viene narrato è dato per scontato come se lo spettatore fosse stato già informato, e questo dettaglio getta un po’ nella confusione chi vorrebbe capire di più, senza intaccare le scelte registiche, il progetto di Amelio.
C’è molta politica, sempre per bocca di questo “innominato” leader. Molte citazioni celebri, concetti politicamente corretti (o scorretti…), ma clamorosamente lontani anni luce dall’attuale politica da strapazzo che ci mostra ogni giorno cialtroneria e incapacità. In questo forse sta il solo merito di questo film: riportarci, almeno in parte, a un periodo nel quale, pur sempre all’ombra della corruzione, c’era chi la Politica la sapeva e voleva fare.
La valutazione va perciò interamente a Pierfrancesco Favino, che al di là del trucco perfetto che regge i primissimi piani senza rivelarsi minimamente, ha acquisito lo stesso tono di voce, lo scivolare di certe vocali trascinate, la sospensione nel parlare, le pause strategiche, il sorriso improvviso, stirato, quasi forzato, gli scoppi d’ira, la gestualità, la postura, l’espressione negli occhi ormai disincantati e delusi di Bettino. Geniale, questa sì, la passeggiata finale fra le guglie del duomo di Milano, dove a piedi nudi, perciò già morto, incontra il padre, un radioso, bellissimo Omero Antonutti alla sua ultima comparsa sullo schermo.

Le musiche di Nicola Piovani, etniche e intrusive, inizialmente sono addirittura fastidiose e non contribuiscono a sollevare il film dalla sua condizione di prodotto freddo e scarsamente coinvolgente, al di là della simpatia/ antipatia che si possa provare per il personaggio descritto.

By manu52

 

Recensione “The Irishman”

Con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci
Regia di Martin Scorsese, 2019

Tratto dal romanzo “I Heard You Paint Houses” di Charles Brandt, 2004

Frank Sheeran, De Niro, è il narratore di una storia di mafia, omicidi, corruzione nella piena tradizione filmica di Scorsese. L’inizio soprattutto ci ha riportato alla mente quello di “C’era una volta in America” con un De Niro anziano che inizia a ricordare . O a narrare. Qui il film, ambientato a partire dal primo dopoguerra, si svolge su molteplici piani narrativi, trattati tutti magnificamente, tanto da non confondere mai lo spettatore. E se la tecnica elettronica che ringiovanisce i volti è abbastanza straniante all’inizio, e un De Niro con gli occhi azzurri non ce lo saremmo aspettati mai, successivamente la trama, molto coinvolgente nonostante la lunghezza del film, la bravura degli interpreti e l’esigenza di attenzione sono stati prevalenti sul non focalizzarci sulla staticità delle espressioni.

I fatti narrati e i personaggi sono tutti autentici, anche se si tratta di un film e non di un documentario,e nonostante Sheeran sia stato abbastanza ambiguo nel narrare all’autore del libro gli avvenimenti che hanno riguardato Hoffa. La Storia e la politica si alternano ai delitti di mafia. Sheeran, che a prima vista sembra un ometto pacifico, sempre impegnato a smussare angoli e conciliare personalità opposte e apertamente nemiche, all’occorrenza non esita a scaricare un revolver sulla faccia di chiunque gli commissioni il suo mentore Bufalino, uno straordinario Joe Pesci ( che candiderei senza esitare alla statuetta per la migliore interpretazione da non protagonista ai prossimi Oscar). E subito dopo verrebbe Al Pacino, che interpreta un Hoffa a tratti comico, ridicolo nelle sue piccole manie di eleganza, puntualità e bon ton. Robert De Niro ormai da tempo immemorabile interpreta solo se stesso, con la medesima maschera poco caratterizzante ed espressiva, e di fronte a questi due “mostri” occupa una posizione inferiore.

Scorsese ha messo molta ironia nel ritrarre questo mondo mafioso, e si ride abbastanza per i tic e il linguaggio grottescamente rozzo di questi uomini che nonostante tutto hanno in mano i destini di migliaia di persone coinvolte, anche a loro insaputa, nei loro loschi affari. Ci si diverte, e poi, di botto, ecco la sventagliata, l’esplosione, l’agguato e il cadavere che giace riverso nella pozza nera del proprio sangue. Credo che stia molto in questo avvicendarsi di umori l’abilità del regista, che ci fa partecipare a feste, cocktail sfarzosi, visitare ville hollywoodiane, ammirare gioielli e orologi di una ricchezza e una bruttezza inverosimile. E ridiamo anche noi ai discorsi surreali dei mafiosi, che sembrano sempre giocare come bambini. Ma sul più bello, qualcuno estrae un ‘ferro’ e poco dopo assistiamo a un funerale.

Questo altalenare di leggerezza e dramma, farsa e tragedia, bambini spaventati da genitori che riconoscono come violenti e brutali,ma con i quali devono dividere la tavola e le loro vite, e mogli che fanno finta di niente per sopravvivere in condizioni di evidente privilegio; ma soprattutto una ironia e un disincanto che da soli formano la spina dorsale del film, sono gli elementi che fanno di “The Irishman” uno dei più bei film visti quest’anno.

Una menzione particolare per la scelta delle musiche, fra le quali abbiamo riconosciuto “Delicado”, per noi dettaglio non irrilevante che ci ha riportato a un’infanzia lontanissima.

Lunga vita a Martin Scorsese, dunque.

P.S. Senza temere di spoilerare, possiamo dire di non aver mai visto nessuno dipingere un muro di una qualsiasi casa, per tutta la durata del film.

By manu52

Recensione “Parasite”

Corea del Sud, 2019 Regia Bong Joon Ho 
Palma d’Oro al Festival di Cannes 2019

Una famiglia disagiata che abita in un infimo sobborgo, appartamento sotto il livello stradale, piccoli lavori per sopravvivere, ma all’occorrenza anche tanta inventiva, coglie un’opportunità che non saprà sfruttare a pieno.
Il figlio ha la possibilità di ‘ereditare’ da un amico benestante le lezioni private di inglese da impartire a una adolescente di ottima famiglia. E una volta conquistata la fiducia della madre, si attiva per procurare lavoro presso quella stessa famiglia di ricchi superficiali e un po’ sciocchi, anche per genitori e sorella.
Le strategie messe in atto sono astuti e godibili stratagemmi che tuttavia introducono a una svolta inattesa e drammatica.
Qui mi fermo perché la trama vira improvvisa, anche se non del tutto inattesa, verso generi cinematografici diversi, ma tutti perfettamente coerenti allo sviluppo del racconto. Commedia, farsa, thriller si avvicendano attraverso una sceneggiatura che è un meccanismo a orologeria, spietato in tutti i sensi, sorprendente, perfetto.
Complici anche la fotografia spettacolare e rigorosa, e la regia sempre attenta e scevra da lungaggini. C’è critica sociale, senza che nessun intento didascalico appesantisca lo scorrere dei fatti. C’è una narrazione classica, ma al tempo stesso moderna e scattante. E infine c’è una storia che è anche una morale, senza che nessuno venga mai accusato o si senta vittima o carnefice

Forse la prima parte del film è più articolata e godibile, mentre la seconda scivola, a parer nostro, in qualche eccesso.
Difficile dire di più senza togliere la sorpresa.
Un film, insomma che deve essere assolutamente visto.

 

By manu52

 

Recensione ” L’ufficiale e la spia”

con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric. Regia di Roman Polanski, Francia / Italia, 2019

Basato sul romanzo / documento di Robert Harris, è la drammatica narrazione di uno scandalo che sconvolse non solo le alte gerarchie dell’esercito francese, ma anche la società intellettuale e civile della Francia di fine ‘800.

Polanski, che collabora alla sceneggiatura con lo stesso Harris, coglie l’occasione per riproporre l’argomento doloroso e, ahimè, sempre tristemente attuale, della latente, continua, larvata ma ossessiva persecuzione degli ebrei in una Europa testimone, protagonista e teatro, solo pochi decenni dopo, dell’apoteosi dell’orrore. La problematica è sempre presente, sembra sottolineare con insistenza.
E il suo protagonista, uno splendido Dujardin, che lascia per l’occasione i ruoli scanzonati della commedia, per dare corpo e spessore al vero “hombre vertical”, non si accontenta di indagare sulla ambigua figura del soldato Dreyfus sospettato di spionaggio; e nonostante non abbia difficoltà a rivelare allo stesso la sua scarsa simpatia per gli ebrei, non esita a mettersi in prima linea, sfidando gerarchie militari e pagando di persona la propria inflessibile onestà nella ricerca del vero colpevole. La narrazione si svolge con colpi di scena che sembrano non finire mai, sempre a svantaggio del protagonista e del povero Dreyfus. I militari fanno barriera senza voler abbandonare una tesi sbagliata dall’inizio, ma che nella strenua difesa della quale rischiano veramente di metter in pericolo la salvezza del Paese.

Applaudito e premiato all’ultima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, è un film che unisce alla trama poliziesca una piacevole e accuratissima ricostruzione di ambienti, personaggi e atmosfere, senza la minima concessione all’olografia di una Belle Époque che appare solo sullo sfondo.

Non tralasciate di leggere i titoli di coda, che mostrano un notevole dispiegamento di professionalità non solo artistiche, testimoniato dalla partecipazione di un numero strabiliante di attori provenienti dalla Comédie Française, ma anche la collaborazione di uno stuolo di maestranze di tutte le arti e mestieri dello spettacolo.

Eccezionale la fotografia e non ultima la musica, che nella progressione sempre più lugubre e ossessiva pare anticipare le catastrofi che avrebbero funestato il nuovo, e breve, secolo alle porte.
Un film da non perdere.

 

by manu52

 

Recensione ” L’uomo del labirinto “

con Toni Servillo, Dustin Hoffman, Valentina Bellè
regia di Donato Carrisi. Italia, 2019

 

Un film che, alla luce della precedente regia di Carrisi, “La ragazza nella nebbia”, persino migliore del libro da cui era tratto, si immaginava animato da una discreta suspence. Leggendo poi il nome dei due protagonisti si poteva considerare la probabilità di assistere a uno spettacolo di un certo livello. Almeno nella recitazione. Niente di più sbagliato.
Sia Dustin Hoffmann che Toni Servillo sembrano abbastanza spaesati nei ruoli di due personaggi, mi si permetta, senza capo né coda. La trama è discretamente confusa e pasticciata. E non già per ingannare lo spettatore e metterlo su una falsa pista, cosa che ci si attenda da qualsiasi narrazione noir/gialla.
Semplicemente per farci arrovellare senza un vero costrutto, dal momento che anche i meno dotati di spirito poliziesco (abbiamo fatto una piccola indagine fra gli spettatori considerando anche la nostra testimonianza, auto-includendoci tranquillamente nella categoria dei meno dotati, ca va sans dire…..) hanno avuto subito ben chiara la situazione e la soluzione del mistero. Tutta la complicatissima rete che avvolge il racconto non è che un pretesto su cui costruire una impalcatura fasulla, carica di luoghi comuni, stereotipi, personaggi finti e inutili all’economia del racconto, che stanno lì solo per allungare il brodo.
Servillo al di sotto del proprio minimo sindacale. E ho detto tutto.
Hoffmann che sembra chiedersi cosa stia a fare in questo ruolo.
La protagonista Valentina Bellè senza una visione chiara del suo personaggio, che brancola affannata nel buio, preda e vittima di espressioni attoriali affastellate e senza senso.
Una regia adeguata al contesto e una sceneggiatura sulla medesima linea di sviluppo.
Da parte dello spettatore l’insopprimibile e irresistibile tentazione, mai provata prima, di andarsene dopo mezz’ora, frenata solo dalla convinzione di aver capito chi sia il colpevole e voler verificare.
L’aura di mistero che sottende le dotte filosofie legate ai labirinti (per quanto questo mostrato da Carrisi sia in realtà un dedalo, e c’è differenza) non sono che una trappola che lascia definitivamente insoddisfatto lo spettatore, senza rimedio.

 

Recensione “Troppa grazia”

Lucia, giovane geometra e madre single di una adolescente, lavora saltuariamente per il comune con progetti con i quali spera di potersi affrancare da una vita da precaria. L’ultimo, pomposamente chiamato L’Onda, sembra essere il fiore all’occhiello dell’assessore che glielo affida, sperando che il bisogno di lavorare la costringa a non andare troppo per il sottile. Ma durante una delle tante giornate passate a rilevare le caratteristiche del terreno, Lucia fa un incontro inatteso.
Sembra una profuga la donna che le parla prima in una strana lingua e poi in italiano. Ma lei sostiene di essere “la madre di Dio”.
Lucia imputa inizialmente questo incontro alla stanchezza, poi teme di essere diventata pazza. Anche perché nessuno all’infuori di lei vede questa presenza, che si dimostra molto determinata, ai limiti della violenza fisica, per convincerla a seguire le sue istanze. La Madonna è manesca, la prende per i capelli, le sbatte la testa contro il muro, la butta per terra, sempre con un atteggiamento freddo e distaccato. Ma sa anche consolarla in silenzio nei momenti di disperazione quando Lucia non sa come comportarsi al lavoro, poiché la Madonna sostiene che il complesso dell’Onda non vada fatto, ma su quel terrreno si debba erigere una chiesa.
Possiamo leggere la reazione di Lucia come un presa di coscienza, o come un ripensamento. Certamente non come folgorazione mistica perchè non è mai stata religiosa. Il regista insiste sul tasto satirico e comico per sdrammatizzare, ma la seconda parte del film dimostra come non abbia ben chiaro come uscire in maniera decorosa dalla situazione pseudo religioso-ecologica e lo spettatore stenta a decodificare il suo messaggio
Mi fermo qui per non rovinare il finale.

La trama di questo film del regista Gianni Zanasi è originale e curiosa, molto ben recitata da Alba Rohrwacher ed Elio Germano.
Ma forse volere affrontare troppi temi contemporaneamente, immigrazione, genitorialità, salvaguardia dell’ambiente, precariato, spiritualità e collusione fra potere politico e interessi privati, non ha giovato nel complesso alla narrazione, un po’ confusa e sicuramente poco lineare.

by manu52

 

Recensione “Martin Eden”

Liberamente tratto dal capolavoro di Jack London, ispirato quasi interamente alla vita dello scrittore americano, il film “Martin Eden” di Pietro Marcello può risultare ai meno attenti qualcosa di ostico e incomprensibile per le digressioni spazio-temporali che non tengono conto della cronologia e della storia. Mentre la vicenda del marinaio con scarse nozioni scolastiche che per amore si getta nella lettura di libri impegnativi e complessi per raggiungere un livello culturale e sociale che lo ponga al livello della buona borghesia cui appartiene la donna dei suoi sogni è lineare e comprensibile, sullo sfondo si agitano le lotte socialiste e le rivendicazioni sindacali dei lavoratori, in una crasi atemporale che riguarda tutto il secolo. Fino al gruppo di africani sulla spiaggia accanto ai fascisti in camicia nera che bastonano senza pietà un povero storpio, e ci rimandano a una inquietante attualità
Spezzoni di documentari di una Italia povera, da inizio secolo fino ai giorni nostri, scorrono sapientemente mimetizzati con il girato recente che viene trattato in modo da non distinguersi in montaggio. La figura del protagonista da sola ci dà testimonianza del cambio di passo. Napoli è lo scenario della storia. La figure principali appaiono in abiti che riflettono la loro posizione mentale o sociale: Elena e sua madre, sembrano uscite da una foto d’anteguerra, come a sottolinearne il tradizionalismo. Gli altri sono i poveri di sempre, malvestiti, malnutriti, ignoranti e retrogradi anche nel concepire la propria importanza di lavoratori,un’ umanità che il tempo pare non perdonare e per la quale non c’è mai riscatto.
Su questo scenario il protagonista srotola la propria vita di lavori, viaggi, tentativi di migliorarsi, scritti rifiutati, incomprensioni, sconfitte cocenti. Ma la sua determinazione alla fine avrà il giusto riconoscimento, anche se ormai le delusioni oscurano anche il successo e la notorietà è per lui un pretesto per manifestare il rigetto e il disprezzo per tutto ciò che lo circonda e che comunque non soddisfa i suoi ideali più profondi
Nel complesso un film forse imperfetto nello sbilanciamento fra prima e seconda parte, dove le conclusioni sembrano un po’ affrettate e a prima vista incomprensibili.
Ma sicuramente una maniera di trattare temi importanti, al di là della trasposizione del libro, che rivelano una tecnica interessante, un montaggio onirico e spiazzante, mutevole, inatteso e pieno di fascino come il mare che ne è sovente protagonista.
Ottime le caratterizzazioni degli attori non protagonisti, magistrale il cameo affidato a Carlo Cecchi che attraversa lo schermo come una meteora luminosissima e incisiva. Curiosa e inattesa la comparsa di Giordano Bruno Guerri a una tavolata sociale

Un capitolo a parte merita Luca Marinelli. La Coppa Volpi conquistata alla recentissima Mostra Cinematografica di Venezia è solo un pallido riconoscimento se si guarda in profondità la sua interpretazione di questo ribelle senza tempo.
Ci si scopre a commuoversi davvero a certi suoi primi piani, quando Martin ascolta Elena. Gli occhi di Marinelli non avrebbero bisogno di parole. Come non ne avrebbero le espressioni di disinganno, delusione, profondo dolore per quanto è stato o non potrà più essere. Nel rivedere se stesso “prima” e rimpiangere ciò che non può più rivivere, nel pianto senza speranza che scava nello spettatore più cinico e disincantato portando alla luce inattesi pensieri ed empatia per quello che non è solo un personaggio, ma un essere umano cui la vita potrebbe aver riservato quanto desiderato, se non che…
Marinelli rivela una capacità di mimesi nel personaggio che abbiamo conosciuto sulla carta, perché chiunque abbia letto Martin Eden di Jack London, se lo figurava così, ma gli dà di più. Piccoli gesti, frasi sussurrate per non farsi udire, impulsi irrefrenabili, cazzotti, abbracci, lacrime, un pianto dirotto, sguardi estatici o estremamente espressivi rivelano un attore che ha modellato non solo il proprio intelletto, ma anche il corpo al servizio di una recitazione impegnativa, senza sbavature, senza eccessi. In una parola, perfetta.
Lo avevamo già visto dare vita a Fabrizio De André, o in “Una questione privata”, in “Non essere cattivo”, “Tutti i santi giorni”, “Il padre d’Italia”, “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Ma questo suo Martin Eden ci rimarrà dentro per uno sguardo la cui intensità va oltre lo schermo. Oltre quell’orizzonte di sogni mai realizzati e ideali insoddisfatti che ci accomuna al suo personaggio, e che chiude tragicamente il film.

by manu52

Recensione “5 è il numero perfetto”

Un film che si ispiri a una graphic novel potrebbe lasciare perplessi i non addetti ai lavori o coloro che non hanno dimestichezza con questo tipo di espressione artistica.
E invece no; una volta compreso come la trasposizione non sia solo un dettaglio o una via di mezzo fra i due linguaggi, ma una idea geniale realizzata magnificamente nei minimi particolari, ci si immerge senza ritegno nel plot!

Quindi in questo “5 è il numero perfetto”, scritto, sceneggiato e diretto da Igort (Igor Tuveri), seguiamo la storia del camorrista Peppino Lo Cicero ( Servillo) cui uccidono il figlio e che si sente nuovamente chiamato in causa per vendicarlo, è una continua e perfetta trasposizione delle tavole disegnate, fedele e minuziosa nei particolari anche graficamente: gli schizzi e le pozze di sangue, le pallottole che bucano i vetri, le pistole che fumano, gli spari che illuminano il buio, le pose irreali dei protagonisti nei conflitti a fuoco; finanche l’auto, che nelle fattezze spigolose di una Bianchina anni ’60 ripropone la classica automobilina dei fumetti; sono tutti dettagli di una accuratezza e una precisione unica che non ci fanno scordare l’origine della storia, ma nemmeno abbandonano il terreno cinematografico.
La silhouette in controluce del protagonista, quasi sempre immerso in notti piovose e strade deserte di una Napoli surreale e molto fumettistica, come certe riprese dall’alto o gli scambi di pistolettate dove nessuno pensa a ricaricare le armi, sono godibili e autoironiche, anche grazie alla interpretazione di Servillo e Buccirosso, molto compresi nei loro rispettivi ruoli e costretti a dialoghi lapidari e definitivi tipici della graphic novel, dove solo grandi attori sanno destreggiarsi senza apparire ridicoli o fuori posto.
Meno convincente Valeria Golino, appare un po’ spaesata nel personaggio di una pupa del gangster sui generis, molto casalinga e napoletana, in ciabatte e vestaglia e poco disinvolta negli atteggiamenti stereotipati del personaggio.

Finale a sorpresa, perché la storia nera c’è, e avrà un suo epilogo inatteso
Mentre quasi ce ne eravamo scordati, completamente rapiti da un linguaggio cinematografico nuovo e acuto.
Da vedere senza preclusioni e pregiudizi, è divertente, intelligente e ben fatto.

By manu52

Recensione “La vita in un attimo”

Un film molto bello. Un flusso emotivo che procede cadenzato dalla musica di Bob Dylan, l’epopea multigenerazionale di una famiglia, esseri umani segnati da bellezze interiori che finiscono dentro a tunnel di buio pesto ma alla cui estremità filtra la luce che li salverà.

Il regista Dan Fogelman racconta di un uomo e una donna, poi un ragazzo e una ragazza, che si inseguono lungo un labirinto di destini che parte da New York, si sposta in Spagna e torna in America dopo un giro pazzesco. Un inno all’amore, una forza che può uccidere ma che sa anche combattere ed elevarsi, capace di commuovere e di spronare a non arrendersi mai. Amore inteso non solo come unione di due persone, quanto come percorso in grado di condurre via dall’oscurità dei giorni bui.

“La vita in un attimo” è un film delicato e struggente, che narra le molteplici sfaccettature della vita e dell’amore, la loro imprevedibilità, di come una scelta o un fatto o un bivio della vita possa essere determinante per un futuro forse già scritto, possa aprire o chiudere porte che non si pensava esistessero. Al confronto “Sliding Doors” è una barzelletta, è come se in quel film la protagonista riuscisse ad entrare nella metro prima che la porta scorrevole si chiuda e….basta, fine del film. E poi in “Sliding Doors” le eventuali conseguenze di una porta attraversata in tempo piuttosto che chiusa in faccia erano fesserie amorose in confronto a qui, dove invece a ogni gate di questo diagramma di flusso che è la vita, l’uscita può essere una tragedia immane invece che la salvezza.

La storia è quella di Will (Oscar Isaac) e Abby (Olivia Wilde) e della loro relazione, dai tempi del college fino al momento di una tragica, quanto inaspettata separazione che pone Will davanti alla consapevolezza di non poter vivere una vita normale se non al fianco della donna che ama. Ma la vita mischierà le carte in giuoco, portando (tra mille altre vicende) sulla strada di questi due giovani amanti un proprietario terriero (Antonio Banderas). I due protagonisti vengono presentati e raccontati dalla voce fuoricampo di Samuel L. Jackson. Una storia suddivisa in vari capitoli, attraverso due continenti, come detto, passando dal grigio di New York all’assolata ed indolente Andalusia, e ritorno. Ed è soprattutto nelle parti ambientate in Spagna che anche la fotografia del film fa un salto in alto verso l’eccellenza, supportando l’impatto emotivo della storia.

Il regista concentra il suo sguardo su degli individui che mostrano il volto delle loro fragilità. Non c’è personaggio che non sia alla disperata ricerca di un qualcosa che possa aiutarlo a rimanere a galla. La scelta però, soprattutto finale, è quella di concentrarsi sulla celebrazione della vita: non tanto su ciò che asfalta le persone ma su quello che spinge ad andare avanti.

“La vita in un attimo” è un film che parla alla pancia dello spettatore, messo a riflettere su quasi niente di razionale ma soltanto davanti alle proprie emozioni. Su tutto, il ruolo che l’amore giuoca nella vita di ognuno, ed infatti “Make you fell my love” di Bob Dylan campeggia nella parte musicale del film.

Cast di prestigio che riesce a rendere questa oscillazione costante tra orrore e speranza, tra i traumi che i personaggi si trascinano dietro e i sogni per cui vale la pena continuare a combattere. Oscar Isaac e Olivia Wilde quasi al meglio delle loro interpretazioni.

Recensione “Il traditore”

Tommaso Buscetta, don Masino “‘il boss dei due mondi”, narrato in un film che non è semplicemente una biografia, ma il ritratto di un uomo controverso e per tanti ragioni distante dagli stereotipi del mafioso che abbiamo sovente visto sullo schermo.
Questo film “Il traditore” del regista (maestro di cinema) Bellocchio si può dividere in due parti. La prima, stringata e serrata, segue il filo degli avvenimenti a partire dalla fatale riunione in una villa di Palermo, sfavillante di gente elegante e di accessori e situazioni di pessimo gusto, fra i capi dei mandamenti che risulteranno perdenti, di fronte all’insorgenza dei “viddrani”, i corleonesi rampanti di Totò Riina. Scorrono sullo schermo, agghiaccianti, i numeri che contano i morti di questa guerra che sconvolse la Sicilia nei primi anni ’80.
Poi ci si sposta a Rio de Janeiro, dove Buscetta vive con la terza moglie brasiliana, e tutti i figli dei due precedenti matrimoni. In Sicilia sono rimasti solo i figli maggiori, che verrano brutalmente uccisi da Pippo Caló.
Gli avvenimenti, piuttosto precisi, vengono inframmezzati da spunti lugubri così cari a Bellocchio, i fantasmi di Buscetta: sono sogni di morte, la sua morte, il suo funerale, così tipicamente palermitano. I fantasmi del suo passato di killer che tuttavia non ha mai ambíto a fare carriera in Cosa Nostra. I ricordi familiari, con i figli piccoli, le mogli, la vita apparentemente normale, che si scontra con la criminalità mai negata, il carcere, la tortura.
Nella seconda parte, tuttavia, il film perde concisione, e il ritmo cala un po’ seguendo troppo da vicino la biografia del protagonista e, nonostante alcune scene eccezionali (l’interrogatorio al maxi processo di Totuccio Contorno, che oltre a parlare a mitraglia si esprime solo in siciliano stretto mettendo in difficoltà i giudici; o il confronto Caló – Contorno – Buscetta , dove ognuno esprime un aspetto diverso dei suoi ruoli all’interno dell’associazione) scade un po’ nella cronaca spicciola, perdendo mordente.
Un film comunque godibilissimo, con un cast davvero straordinario, anche nei personaggi minori, tutti diretti mirabilmente.
Primo fra tutti Pierfrancesco Favino, che ancora una volta, oltre a sfoggiare una recitazione tutta in sottrarre, senza sbavature o plateali esibizioni di sicilianitá, recita in una originalissima lingua siculo-anglo-portoghese, del tutto diversa dal siciliano classico, con inflessioni leggerissime e personalissime, studiate a calco sulle registrazioni originali. Ingrassato e imbolsito, regge primi piani lunghi e intensi, focalizzati sugli occhi, espressivi, mobilissimi e commoventi.
Luigi Lo Cascio è un Totuccio Contorno “nirbuso”, persino un po’ isterico, all’opposto del riflessivo e cauto Buscetta.
Una pagina terribile della nostra storia, con il maxi processo e l’omicidio del giudice (eroe) Falcone, magistrato che non strinse affatto amicizia con il boss, come sovente si legge, ma seppe rispettarne, da buon magistrato intelligente, la personalità, per poi trarne il massimo dalle confessioni.
Belle le ambientazioni, in una Sicilia antica e moderna, in Brasile, nei vicoli di Palermo; frequenti i contributi da filmati originali inseriti sapientemente, ma senza mai abusarne.
“Il traditore”, un film da vedere.