Mese: gennaio 2020

Recensione “Hammamet”

Hammamet”, Italia 2019

Regia di Gianni Amelio
con Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Renato Carpentieri, Omero Antonutti, Claudia Gerini

Un film su Craxi, senza Craxi, ha scritto un critico. In effetti durante tutto il film il leader socialista non viene mai citato da nessuno. Solo all’apertura il Congresso del Partito mostra grandi striscioni, garofani e la famosa molto criticata piramide di Panseca che ingrandiva a dismisura il volto del leader, dandoci un’idea del contesto. I membri della sua famiglia, riconoscibilissimi, hanno altri nomi. Appaiono figure che potrebbero essere questo o quel politico, ma tutto resta relegato nell’ombra, forse per evitare problemi di carattere legale e censure? Non si capisce. D’altra parte in realtà si tratta di una narrazione irrisolta, persino ambigua. Sono gli ultimi giorni di Craxi nell’esilio dorato di Hammamet, ma quella di Amelio non è una riabilitazione, non è una condanna, non celebra un processo, non eleva agli altari e non getta nella polvere, manzonianamente, il suo protagonista. Anche la malattia viene trattata in maniera abbastanza asettica, senza scadere nella pietà e nel sentimentalismo. Non c’è presa di posizione, non si sconfina troppo nella cronaca, e addirittura la comparsa di due personaggi chiaramente immaginari, il fervente operaio socialista deluso e suicida, e di seguito suo figlio, un misto di reporter, giornalista o ficcanaso, lasciano abbastanza perplessi sul ruolo che il regista abbia voluto loro conferire.
Tutto quanto viene narrato è dato per scontato come se lo spettatore fosse stato già informato, e questo dettaglio getta un po’ nella confusione chi vorrebbe capire di più, senza intaccare le scelte registiche, il progetto di Amelio.
C’è molta politica, sempre per bocca di questo “innominato” leader. Molte citazioni celebri, concetti politicamente corretti (o scorretti…), ma clamorosamente lontani anni luce dall’attuale politica da strapazzo che ci mostra ogni giorno cialtroneria e incapacità. In questo forse sta il solo merito di questo film: riportarci, almeno in parte, a un periodo nel quale, pur sempre all’ombra della corruzione, c’era chi la Politica la sapeva e voleva fare.
La valutazione va perciò interamente a Pierfrancesco Favino, che al di là del trucco perfetto che regge i primissimi piani senza rivelarsi minimamente, ha acquisito lo stesso tono di voce, lo scivolare di certe vocali trascinate, la sospensione nel parlare, le pause strategiche, il sorriso improvviso, stirato, quasi forzato, gli scoppi d’ira, la gestualità, la postura, l’espressione negli occhi ormai disincantati e delusi di Bettino. Geniale, questa sì, la passeggiata finale fra le guglie del duomo di Milano, dove a piedi nudi, perciò già morto, incontra il padre, un radioso, bellissimo Omero Antonutti alla sua ultima comparsa sullo schermo.

Le musiche di Nicola Piovani, etniche e intrusive, inizialmente sono addirittura fastidiose e non contribuiscono a sollevare il film dalla sua condizione di prodotto freddo e scarsamente coinvolgente, al di là della simpatia/ antipatia che si possa provare per il personaggio descritto.

By manu52

 

Recensione “The Irishman”

Con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci
Regia di Martin Scorsese, 2019

Tratto dal romanzo “I Heard You Paint Houses” di Charles Brandt, 2004

Frank Sheeran, De Niro, è il narratore di una storia di mafia, omicidi, corruzione nella piena tradizione filmica di Scorsese. L’inizio soprattutto ci ha riportato alla mente quello di “C’era una volta in America” con un De Niro anziano che inizia a ricordare . O a narrare. Qui il film, ambientato a partire dal primo dopoguerra, si svolge su molteplici piani narrativi, trattati tutti magnificamente, tanto da non confondere mai lo spettatore. E se la tecnica elettronica che ringiovanisce i volti è abbastanza straniante all’inizio, e un De Niro con gli occhi azzurri non ce lo saremmo aspettati mai, successivamente la trama, molto coinvolgente nonostante la lunghezza del film, la bravura degli interpreti e l’esigenza di attenzione sono stati prevalenti sul non focalizzarci sulla staticità delle espressioni.

I fatti narrati e i personaggi sono tutti autentici, anche se si tratta di un film e non di un documentario,e nonostante Sheeran sia stato abbastanza ambiguo nel narrare all’autore del libro gli avvenimenti che hanno riguardato Hoffa. La Storia e la politica si alternano ai delitti di mafia. Sheeran, che a prima vista sembra un ometto pacifico, sempre impegnato a smussare angoli e conciliare personalità opposte e apertamente nemiche, all’occorrenza non esita a scaricare un revolver sulla faccia di chiunque gli commissioni il suo mentore Bufalino, uno straordinario Joe Pesci ( che candiderei senza esitare alla statuetta per la migliore interpretazione da non protagonista ai prossimi Oscar). E subito dopo verrebbe Al Pacino, che interpreta un Hoffa a tratti comico, ridicolo nelle sue piccole manie di eleganza, puntualità e bon ton. Robert De Niro ormai da tempo immemorabile interpreta solo se stesso, con la medesima maschera poco caratterizzante ed espressiva, e di fronte a questi due “mostri” occupa una posizione inferiore.

Scorsese ha messo molta ironia nel ritrarre questo mondo mafioso, e si ride abbastanza per i tic e il linguaggio grottescamente rozzo di questi uomini che nonostante tutto hanno in mano i destini di migliaia di persone coinvolte, anche a loro insaputa, nei loro loschi affari. Ci si diverte, e poi, di botto, ecco la sventagliata, l’esplosione, l’agguato e il cadavere che giace riverso nella pozza nera del proprio sangue. Credo che stia molto in questo avvicendarsi di umori l’abilità del regista, che ci fa partecipare a feste, cocktail sfarzosi, visitare ville hollywoodiane, ammirare gioielli e orologi di una ricchezza e una bruttezza inverosimile. E ridiamo anche noi ai discorsi surreali dei mafiosi, che sembrano sempre giocare come bambini. Ma sul più bello, qualcuno estrae un ‘ferro’ e poco dopo assistiamo a un funerale.

Questo altalenare di leggerezza e dramma, farsa e tragedia, bambini spaventati da genitori che riconoscono come violenti e brutali,ma con i quali devono dividere la tavola e le loro vite, e mogli che fanno finta di niente per sopravvivere in condizioni di evidente privilegio; ma soprattutto una ironia e un disincanto che da soli formano la spina dorsale del film, sono gli elementi che fanno di “The Irishman” uno dei più bei film visti quest’anno.

Una menzione particolare per la scelta delle musiche, fra le quali abbiamo riconosciuto “Delicado”, per noi dettaglio non irrilevante che ci ha riportato a un’infanzia lontanissima.

Lunga vita a Martin Scorsese, dunque.

P.S. Senza temere di spoilerare, possiamo dire di non aver mai visto nessuno dipingere un muro di una qualsiasi casa, per tutta la durata del film.

By manu52