Mese: febbraio 2019

Recensione “Van Gogh”

Julian Schnabel oltre ad essere un regista di vaglia è un pittore. E dopo il film su Basquiat, si è cimentato in questo magnifico ritratto di Vincent Van Gogh, come solo un pittore avrebbe potuto fare. Non è una biografia, non tiene in nessun conto la cronologia della sua produzione,  non si sofferma sull’aneddotica dell’artista, salvo per quei quattro o cinque  episodi ( la recisione dell’orecchio, l’amicizia con Gauguin, la reclusione e l’inutile fuga dal manicomio e la nuova reclusione) che hanno inciso indelebilmente sulla psiche, oltre che sul corpo di Vincent. Il film è una successione affascinante di sensazioni artistiche, filmate sovente fuori fuoco, o con la cinepresa in movimento sussultorio e altalenante, come se seguisse i movimenti di chi riprende o di chi è ripreso.

Grandi paesaggi, colori dominanti e puri, gli stessi dell’artista; nessuna concessione all’oleografia, all’ovvio, allo stucchevole o al lezioso. Nessuna celebrazione dei grandi capolavori, ripresi tutti da lontano, attaccati  alla parete della stanzetta, o affastellati malamente su una carriola per essere trasportati via da una abitazione all’altra.

Paesaggi scarni, campi di girasoli rinsecchiti, alberi con le radici esposte che fanno inorridire una scolaresca in gita, che li vede come serpenti: la pittura di Vincenzo fa sovente orrore ai più. È incomprensibile. Brutta, azzarda il prete che deve decidere della sua dimissione dall’ospedale psichiatrico, e che gira addirittura il quadro verso il muro. Gauguin gli rimprovera di “essere troppo veloce” nella realizzazione dei ritratti. Ma questo è ciò che la sua mente, parzialmente offuscata, ma intrisa di una follia lucida e creativa, gli detta. “Dipingere mi impedisce di pensare”, confessa a un sorridente e somigliantissimo dott Gachet, forse il solo con il fratello Theo, che lo capisce e lo assicura che non è pazzo.

E poi colori ovunque, nella sua mente e sullo schermo. Saturi e abbaglianti. Uno scorcio di  vita alla ricerca della bellezza, passata a percorrere  boschi, campi, scalare colline, contemplare paesaggi alla ricerca forse di se stesso nella natura.

La misteriosa morte pone fine a una esistenza che il regista non ha voluto segnare con le stigmate della follia o del tormento, quanto della ricerca artistica in se stessa e come liberazione. A madame Ginoux, più volte ritratta e che gli affittava la cameretta divenuta celebre, e che gli ha regalato un libro mastro nuovo, resterà una preziosissima collezione di disegni a china, che la destinataria non saprà mai di possedere, essendo stati ritrovati fra vecchi libri solo nel 2016.

Willem Dafoe è degno della Coppa Volpi conquistata a Venezia, con una interpretazione che è tutta a levare, lunghi primissimi piani di un realismo commovente, senza sbrodolature, eccessi o deliri fuori luogo.

Gli altri seguono, lievi e rigorosi, rispettosi  di una personalità irrisolta e ancora fra le più amate e ammirate, che a due secoli di distanza parla il nostro stesso linguaggio di amore per la natura e gusto per il colore.

Una avvertenza: dopo i titoli di coda, non allontanatevi perché vi attende ancora una piccola sorpresa finale.

 

by Manu52

 

Recensione “Bohemian Rhapsody”

Il film è bello. Ed è premiato da incassi kolossal, finora, questo biopic tradizionale (vita, morte e miracoli) sulla non tradizionale vita della icona del rock Freddie Mercury, morto di AIDS una mattina di novembre 1991 a soli 45 anni, che attraversa con i Queen gli anni d’oro, fino all’estasi dello storico concerto corale Live Aid, Londra, 13 luglio 1985, organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi per alleviare la carestia in Africa, evento passato alla storia.

Questa recensione non vuole essere un elenco degli errori (pochi) del regista Bryan Singer o degli sceneggiatori, riferiti ad imprecisioni cronologiche o di look, di cui tanti hanno già scritto e detto e lamentato, e neppure una sorta di sostegno alla tesi secondo cui Bohemian Rhapsody è un film, o meglio un biopic, che può soddisfare solo quelli che non conoscono a fondo i Queen, i non aficionados del gruppo, in altre parole i non addetti ai lavori. Ora, è vero che (mi dicono) i fan dei Queen sono pignoli all’eccesso, conoscono e conservano gelosamente la storia della band e qundi possono storcere il naso alla prima “licenza poetica”. Ma questo è un film, biografico quanto si vuole, non un documentario. Quindi eventuali scostamenti dalla verità dei fatti, cosi come si svolsero nella pura realtà negli anni ’60-‘70-‘80, non vanno necessariamente a detrimento della qualità dell’opera. E quindi non è fondamentale notare, per esempio, che nel film la scoperta di Freddie di avere contratto l’AIDS è collocata prima del Live Aid mentre in realtà pare sia avvenuta dopo. Oppure che non ci fu mai una vera e propria reunion del gruppo, prima del Live Aid, come si vede nel film, semplicemente perchè nella realtà un vero e proprio scioglimento della band non c’era mai stato precedentemente.

Dopo quanto premesso, e prima di passare alla parte emozionale del racconto, è però doveroso dare conto delle ragioni di alcune critiche negative. A parte qualche clichè di troppo (la solita storia: infanzia non agiata, trauma che fa cambiare la prospettiva di vita, gavetta, successo, caduta, rinascita e poi spesso morte tragica), le principali sono dovute al capillare controllo operato sulla realizzazione del film da parte dei restanti membri del gruppo (Brian May, Roger Taylor e John Deacon), oggi non solo co-produttori del film, ma anche proprietari dei diritti delle canzoni. Nell’ansia di garantire un prodotto commerciale che nelle sale andasse bene anche per le famiglie, quindi ripulito da qualche inevitabile risvolto torbido della vita di Freddie, essi hanno fatto si, per esempio, che la storia d’amore con Mary Austin, ereditiera di Freddie con cui fu fidanzata per sei anni, occupi la metà del film, mentre altri racconti di vita dissoluta del protagonista, come la frequentazione di locali hard, le feste decadenti, gli eccessi leggendari, sono rievocati solo da qualche sparuto ed imbarazzato frammento, e la nota relazione con Jim Hutton ridotta a poche scene nel finale. In questa volontà di non disturbare nessuno, il film in parte contraddice il suo proposito di rendere omaggio a Freddie Mercury. Volendo preservare a tutti i costi l’immagine del leader, si è reso un pessimo servizio a uno dei più grandi divi pop degli anni ’80.

Il peso non indifferente di interpretare Freddie Mercury è toccato all’attore Rami Malek che risulta molto credibile nella parte: le tappe del percorso verso la gloria dell’artista predestinato (nome di battesimo Farrokh Bulsara, figlio di immigrati parsi trapiantati a Londra) si traducono in una performance di livello dell’attore.

Nel film, all’inizio, si vedono i primi passi del futuro Freddie verso la gloria. Contrastato dal padre, che lo vorrebbe allineato alla tradizione delle loro origini parsi, il protagonista vive di e per la musica. Dopo avere convinto, grazie alla voce e alla verve artistica, gli altri componenti della band a reclurarlo, comincia l’avventura dei Queen, ma soprattutto la sua, di predestinato. D’altronde se nasci a Zanzibar, cresci a Bombay, traslochi a Londra, possiedi una voce e un genio artisico di quel livello per cui diventi compositore, pianista, cantante, tenore lirico, stilista, show-man, sei già un personaggio da romanzo.

Ma dicevamo che invece questo invece vuole essere solo il racconto delle emozioni che ha suscitato in sala la visione di “Bohemian Rhapsody”, visione arricchita ovviamente da molti momenti musicali che riproducono momenti dei loro concerti o delle loro prove, e immaginiamo quanto tali emozioni possano essere arrivate amplificate nel cuore dei veri appassionati dei Queen, che vantano orgogliosamente una storia d’amore con i loro beniamini che dura da oltre trent’anni, che li considerano come parte integrante della propria educazione sentimentale. Bravi i quattro attori chiamati ad impersonare i quattro componenti della band, e ovviamente una menzione speciale per il bravissimo attore protagonista Rami Malek. “Bohemian Rhapsody è un racconto delle vicende di uno dei gruppi più geniali mai esistiti nel panorama musicale mondiale. Quattro musicisti che hanno rivoltato il concetto stesso di rock, proprio come lo ha fatto il loro pezzo capolavoro “Bohemian Rhapsody”, canzone che dà il titolo al film. I Queen erano barocchi ed eccessivi fino al limite, e questo nel film viene rappresentato bene così come viene riportato fedelmente l’amore che li univa e che ha trasformato la band in una vera e propria quasi-famiglia, con tutti gli annessi e i connessi litigi, incomprensioni e riappacificazioni. Freddie Mercury, il genio controverso, e poi gli altri tre a fare da pregiatissimo contorno. Bravo l’attore nelle scene in cui si vede un Freddie intimidito dalla scoperta della sua bisessualità, solo e circondato da falchi, come il personaggio orribile di Paul Prenter. Bravo il regista Bryan Singer quando vengono raccontate le storie con Mary Austin (attrice Lucy Boynton) e Jim Hutton (Aaron McCusker).

È un film, come detto, non un documentario: se potete vedetelo in inglese, perché nella lingua originale del film si possono cogliere sfumature della voce dal vivo di Freddie Mercury, che Rami Malek è bravissimo a riprodurre. Con il doppiaggio questo aspetto si perde, ovviamente.

Lacrime in sala alla fine, alle scene, anche vere e girate all’epoca, del mega concerto Live Aid.